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Presto, dai vetri aperti stamattina
un baccano di uccelli s’è levato. Folli,
che fate, ho domandato alle chiome
ossidate nel giardino, è novembre.
Sbrigatevi, andate. Lasciate ch’io qui
resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,
il grido la piazza l’arrotino, a ripetere
il fosforo, il fosforo, il cargo, è mattina.
Il mendicante anche se giura
non verrà creduto. Lasciateci.
Che qui resti ancora a guardare, e altri
attraverso il deserto dei rami
tralucano, alberi.

 

Questa è la soglia, una delle soglie possibili a Come non piangenti, seconda prova di Cristina Alziati, uscito nel 2011 per la casa editrice Marcos y Marcos. È la soglia che invita il lettore all’interno del testo, che lo accoglie e si fa carico di suggerirgli quali siano le forze, le tensioni da cui è animato e innervato.

È, detto altrimenti, la poesia summa, non unicamente la poesia incipit, di tutto il discorso che Alziati dipana per i restanti cinquantaquattro testi presenti nel libro e suddivisi in quattro sezioni. Da qui ci si affaccia sul paesaggio di dolore e di gioia indissolubilmente legati che l’autrice ha edificato per descrivere il tempo in cui viviamo, il nostro tempo, e restituirlo in una personale forma di testimonianza degli eventi. Un tempo che non è solo strettamente a noi contemporaneo, ma che slitta all’indietro, così da recuperare alla memoria quanto già stato, quanto abbiamo volutamente o involontariamente dimenticato, per impastarlo con il concetto terribile di Storia come maestra che nulla insegna realmente sul Male, anche se dovrebbe o potrebbe.

Dentro l’apertura di Come non piangenti, c’è una parte ampia di questo, di quanto verrà raccontato a chi si addentrerà nella selva del privato detto in pubblico, del pensiero che da personale si fa visione pregna del nostro contemporaneo. Un racconto comunque già parzialmente offerto in A compimento (2005, Manni editore), dove già si avverte che «Tacere non ci è dato» e «nulla verrà risparmiato».

L’abbiamo già detto, ma da qui si dipana tutta e immediata quella che è una presa di posizione netta verso il mondo, verso gli accadimenti esterni e interni. «Lasciate ch’io qui/resti ancora a chiamare per nome ogni cosa», scrive Alziati dando così modo alle vicende personali e, come si sarebbe detto una volta, alle vicende “politiche” di salire in superficie senza infingimenti, senza divieti o censure proprio perché chiaramente nominate, chiaramente dette. Lo si afferma da qui, dove tutto inizia, e lo si ritrova ribadito affinché entri nelle nostre teste, nei nostri occhi lungo tutto il libro. Perché la ripetizione delle formule renda oltremodo chiare le intenzioni dell’autrice di sposare una fazione fra le due sul campo: quella degli ultimi, degli indifesi, dei più deboli.

L’allegoria dei volatili messa a significare i bambini, il loro sguardo, la loro capacità di innalzarsi sopra la tragedia, di farsi testimoni inconsapevolmente consapevoli di essa, ma anche di esserne schiacciati, è struggente quanto efficace. Ecco allora che «dai vetri aperti stamattina/un baccano di uccelli s’è levato. Folli,/che fate, ho domandato (…)./ Sbrigatevi, andate», porta immediatamente a «Lasciate ch’io qui/resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,/il grido la piazza l’arrotino, a ripetere/il fosforo, il fosforo, il cargo, è mattina.». E come questa successione di gioia e orrore poi venga ripetuta altrove, o scomposta. Per esempio nel secondo quadro di Tre cartoline, dove il secondo piccione morto (il secondo, così da sottolineare anche qui con una ripetizione, l’idea della caducità e della fragilità) sta «sotto la segatura coperto per metà», ma con una torsione notevole del discorso «all’uscita da scuola nemmeno lo guardano i bambini» eppure «a una piccolissima che singhiozza più in là, se non smette di piangere la riempiranno di botte gridano – saranno i genitori, chissà». Alziati sa, per una sensibilità sua che definiremo come profondamente etica, quanto il dolore scavi in chi si offre nudo agli accadimenti del mondo, ma che esso non può né deve annientare la nostra gioia, più precisamente la nostra capacità di reazione morale a quanto ne è comburente e combustibile. Osservare, quindi, per dire, per raccontare, affinché nulla si dimentichi, ma con lo sguardo aperto a un divenire futuro, dove il Bene viva, non sopravviva, alla pari del Male. Ecco allora che tutto Come non piangenti, a partire dalla poesia iniziale, è percorso da un continuo muoversi dall’interno verso l’esterno («dai vetri aperti stamattina»), dall’io agli altri nel dialogismo io/voi-io/tu, dal pubblico al privato e viceversa, sottolineando così come scrive Raffaeli “il convergere precipite di storia e biologia” (perché «è una la storia/che ci crepa», I riccioli della chemio 8), in un costante bisogno di certezza dei limiti di quel Male in cui siamo immersi e della possibilità di vedere oltre esso, in trasparenza, la luce, cioè il Bene («Che qui resti ancora a guardare, e altri/attraverso il deserto dei rami/tralucano, alberi»).

Gli alberi così come i volatili, sono elementi e simboli ritornanti nei testi di Alziati. Soprattutto i secondi appaiono però come carichi di una valenza plurima. Se infatti già fanno da maschera ai fanciulli che popolano anch’essi massivamente il libro, rimandando al volo assumono anche i riferimenti al movimento e alla migrazione. Ancora di più sono, ma è un non detto, il simbolo di uno sguardo altro a noi molto vicino, soprattutto dotato di una visione dall’alto, vasta, rispetto a quelli che sono i destini umani, gli accadimenti umani. E questo particolare è già presente in A compimento, quando in Una preghiera, la figura regale del falco acquista nel suo stagliarsi altissimo il senso del distacco necessario a mappare il visibile («Guardo altissimo del falco, immobile/nel vento il volo»). Distacco come solitudine necessaria a pensare cosa contiene quanto si vede. L’autrice lo dichiara aprendo Come non piangenti: «Sbrigatevi, andate. Lasciate ch’io qui/resti». Distacco che si contrappone al come si «Muovono bassi e pesanti/elicotteri militari del mio paese», portatori di un’ombra viscosa, che «oscura la terra», la rende cieca.

Sia però chiaro, non ci si trova mai dentro a una poesia da intendersi come prodotto di una fede, incartata in una pietas di superficie. Oppure sì, ma una fede, una pietas laica, assolutamente. Parafrasando quanto scritto dalla stessa autrice in Sui primi disegni di mia figlia (A compimento), essa è un esempio «di immagini di redenzione, di / doverosissimo comunismo» declinato con voce ferma, nitida – distante di quella distanza necessaria a non precipitare nella retorica delle frasi fatte, delle immagini tragiche per il tragico, per questo umanamente partecipe.

Saggio pubblicato all’interno dell’antologia Passione poesia, a cura di S. Aglieco, L. Cannillo e N. Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016, pp. 20-22. Si ringraziano l’autore e la casa editrice per il permesso di ripubblicazione.

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Sergio Rotino