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di Diego Conticello

Premessa

fosse chiti - de vitaLa poesia di Nino De Vita (Marsala, 1950) nasce da un rapporto simbiotico con l’ambiente naturale del marsalese, precisamente di quelle contrade marine affacciate sull’oasi naturalistica dello Stagnone, proprio di fronte all’isola fenicia di Mozia e alle celeberrime saline del capo lilibeo.

In questo scenario ancora incontaminato l’autore si è mosso, fin dall’infanzia, avendo sempre cura di registrare e classificare il particolare minimo, compreso quello apparentemente insignificante (lui per decenni insegnante di Osservazioni scientifiche in diversi istituti agrari del trapanese), pertanto nei suoi versi traspare quella vena nomenclativa, talvolta esasperata ed accompagnata da una assoluta precisione derivante dalle inclinazioni formative.

Il rapporto con questa natura ne risulta talmente intimo da essere non simbolico ma emotivo, per cui non è l’assidua frequentazione coi classici della letteratura a forgiare una ‘maniera’ di imitazione epigona (viene, tanto per dire, immediato l’accostamento col primo Montale di Ossi di seppia), bensì la precisione prende slancio dalle cose in sé, per costituirsi nucleo continuo e irrinunciabile del dettato prima intellettivo e poi descrittivo.

In tal senso Nino De Vita potrebbe idealmente far parte di quel pantheon di scrittori-scienziati che, partendo da Galileo fino ad arrivare ai nostri Primo Levi, Carlo Emilio Gadda, Lorenzo Calogero, Giuseppe Bonaviri (volendo tacere sui recenti esiti discutibili di un Cesare Ruffato), fanno del rigore nomenclativo una caratteristica osmotica alla loro controparte “dottorale”. Non lontano dalla poesia anglo-statunitense che da Whitman (si vedano i paralleli testuali col maestro di Leaves of grass) ha condotto al moderno “imagismo” di William Carlos Williams – anch’egli scienziato, di preciso medico pediatra – o a certe prove di Ezra Pound e, nei casi migliori, alle altezze stratosferiche di T.S. Eliot, il nostro canta la natura con la stessa esattezza verbale a lungo interiorizzata negli studi agrari prima e negli anni di insegnamento poi.

Futuri contributi dovranno pertanto tenere in conto questo non trascurabile, anzi ‘necessario’, punto di partenza per lo studio completo di un’opera così appartata quanto degnissima di considerazione.

Un ermetico microcosmo naturalistico: Fosse Chiti

La poesia di Nino De Vita ha la compostezza delle cose immobili, impassibili, sfiorate dagli elementi di una natura non irresistibile e, tuttavia, nemmeno arcadica, autoritaria e materna in egual misura e – parimenti – lentissima, lontana dai ritmi veloci che contraddistinguono la nostra epoca.

Lo strano titolo ha il significato toponomastico di “Fosse Cretose”, una contrada confinante con quella in cui il poeta vive (il termine ‘chiti’ vuol dire appunto ‘di creta’ nello stretto vernacolo della contrada marsalese di Cutusio, dove De Vita è nato e cresciuto e dove tuttora risiede).

Nei suoi versi l’autore descrive, lucrezianamente direi, con ‘misurata’ insistenza, questo variegatissimo ecosistema, quasi lasciando sproloquiare ogni evento che vi si svolga – sia esso maestoso o microscopico –  come in una sorta di continuata prosopopea ‘fisica’, dove la presenza umana è sì contemplata ma, spesso, defilata o del tutto assente.

De Vita sembra annotare il susseguirsi delle stagioni col taccuino del fine botanico/zoologo, in uno sguardo perpetuamente vigile che registra insieme l’inquadratura fuoricampo e il primissimo piano, l’ampio paesaggio e l’insetto più misero. Animato da uno smisurato slancio che abiura eccessive sovrastrutture antropiche, il poeta

sembra voler ricostruire un rapporto antichissimo con le cose della natura, senza che esso sia deviato e corroso alla base da una forte carica di appropriazione simbolica o di recupero memoriale.[1]

Queste “epigrammatiche micro-parabole” si dipanano lungo il corso ideale delle quattro stagioni, tante sono le sezioni della raccolta, segnando al contempo una labile traccia di ciclicità, evidente nelle misture meteorologiche di eventi ‘fuori stagione’.

Cade violenta, batte sulle foglie
ampie delle zucchine
la grandine
e sul sedano,
sui fusticini eretti
del peperone…

                               Il sole,
spuntato dalle nubi,
negli angoli la trova
dell’orto, dei canali,
nel fosso del concime, immiserita…

Il susseguirsi di questo pullulare di accadimenti restituisce il giusto valore a cose altrimenti classificabili – secondo il comune sentire dei giorni nostri – come ridicole inezie da crudo orizzonte quotidiano. A destare la coscienza del lettore non è dunque l’evento osceno od immorale, quanto l’accezione mortifera come germe insito anche nella descrizione più serena.

Lisciato legno
                             un nodo 

anelli tondeggianti,
striature…

                      È la vita
dell’albero
                      la morte…

Nino De Vita utilizza in maniera massiccia e sistematica un arguto espediente grafico al fine di rimarcare il perenne intersecarsi della pars destruens (tondo) e construens (corsivo) che costituisce ogni fenomenologia naturale.

La lucertola al laccio
sospesa
e poi tuffata
nell’acqua della vasca

il ventre liscio
gonfio
la bocca spalancata…

La foglia viva ha succo verde dentro,
nervi,
           cellule rigonfie d’umore.

Respira dagli stomi
                                        si difende
coi peli dalla polvere che il vento
solleva da terra.

L’azione umana in questo ristretto habitat risulta spesso estemporanea o ristagna in voluti marginalismi da ‘sfocato’ fotografico, sotteso al ritratto ora faunistico ora floreale in rilievo («Buttano con le pale / il frumento nell’aria.»; o ancora: «Nelle sere / d’estate / a conversare / – nei porticali o sotto le tettoie / rinverdite –»).

Il tratto versificatorio di De Vita

consiste (tra l’altro) in quella particolarissima capacità di “dare il nome” alle cose facendo scaturire dal nome un misterioso surplus di significato che in qualche modo, per riflesso, finisce col trasmettersi (arricchendola) anche alla cosa.[2]

Dunque, per una sorta di procedimento analogico rovesciato, il significato pare scaturire dalla cosa in sé, come a sviare il passaggio intellettivo, emanando dal proprio interno aloni di senso che divengono – ma solo in seconda battuta – metafore di un implicito e nascosto pensiero ch’è dello stesso poeta.

Sono i cerchi, sui fianchi della botte,
arrugginiti.

                       Dalle doghe
il vino
trapassa in righe oscure
di muffa fino al bordo
sul fondo…

                        Ha moscerini
che ronzano e nel foro
s’infilano
la spina.[3]

Una profonda oculatezza nella cernita della terminologia (stomi, micelio, tramoggia, austori), il gusto insistente per il particolare orrido o macabro («Sta riversa. Le zampe / mosse nell’aria, lente; le ali rotte, / l’addome insanguinato…»), quantunque crudamente realistico, l’eclettica cultura che spazia su orizzonti alquanto inusitati, potrebbero certamente ascrivere De Vita a quella temperie tutta mediterranea che è la poesia ‘neo-barocca’, di cui Lucio Piccolo è forse l’esponente siciliano più noto insieme a Cattafi e Ripellino. Come per l’estroso ‘pintore’ dei Canti barocchi, la poesia del nostro esponente lilibeo – per dirla con Giovanni Raboni –

vive di una sommessa, incantevole, «inspiegabile» precisione. Erbe, fiori, insetti sono osservati e salvati con un’impassibilità che nasconde e protegge il battito, il tremore di una sottile febbre amorosa.[4]

De Vita è forse il poeta che in assoluto ha più consonanze col cavaliere di Calanovella, nonostante il rifiuto netto di uno schema compositivo tradizionalistico che concepisce la costruzione poetica solo su base rimica e metrica. Entrambi usano trattare diffusamente di gestualità risalenti ad una cultura contadina ormai in disfacimento inesorabile (si veda questo raffronto tra La risacca del mare del nostro e La seta di Piccolo).

Divorano le foglie
di gelso
           ai lembi
                      i bachi
da seta           tre larvette
che si muovono
                       lente
muoiono dentro i bozzoli
agli angoli              e rispuntano
farfalle           nella piccola
scatola per le scarpe
di cartone.
Fatica nostrana nei giorni involati
la seta: le veglie all’interno
tepore, le foglie del gelso brucate
dalle torpenti farfalle ai cannicci.
Sospesa alla trave la falce
d’incanto, il crescente
e l’aria grave di fiati rurali,
d’attesa – poi girano i fusi, le spole, la grana…
ma se la prendi con mano
che un poco trema
e la spieghi e la stendi
è una fontana nel vento e nel sole.[5]

Più volte De Vita si sofferma sul tema delle crisalidi, forse traslato dell’ineluttabilità della morte e della fragilità della vita («Maturerà crisalide la vita / d’una stagione sola: una farfalla // un’altra metamorfosi / una larva / sul muro screpolato»).

Con un procedimento di acuta diminutio dai risvolti quasi eufemistici, il poeta riesce a mettere sullo stesso piano l’evento universale e il particolare più misero (si veda a titolo esemplare questa Aggiunge il caglio).

S’infila dalla porta
del casolare
                         l’alba: 

                                      impolverate
vibrano ragnatele
agli angoli del tetto
ancora bui…

E questo particolare assurge a simbolo di una visione fatalista, quasi gattopardiana dell’esistenza, spesso inerme nei confronti del fluire storico.

Melagrana spaccata
contro il sole
piccoli cuori rossi
le formiche
che salgono
dal tronco […]

[…] in una nube
d’insetti
l’odore acre
della
marcescenza.

E ancora: «Cade la foglia, scura, con i lembi / bagnati, sulla terra / che ha l’erba ancora nana // – sarà fango, / marciume – l’autunno / era grigiastro in mezzo ai rami nudi. Non è morta angosciata dalla luce, / per il vento freddoso / di tramontana».

Per l’estrema ricercatezza dell’impianto metaforico, per lo straniamento che il quadro immaginativo rilascia al lettore, forse Ha piovuto è l’esito più alto dell’intera raccolta.

Ha piovuto.
                         Sui vetri
è caduta, battendo,
l’acqua che in schizzi e onde
in fiumi gonfi
                            esili
                                     è discesa
nel mare della soglia
di marmo… 

                        Un sole caldo
spezza e assottiglia
                                        isole
disperde…

                       È nella goccia
il cielo
              un albero
curvato… 

 

È un inno all’importanza del particolare (‘soglia di marmo’, ‘goccia’) che di solito appare infimo, nascosto, dimesso ma che, grazie ad un inatteso e geniale ribaltamento, provoca gradevolissimi scorci di meraviglia.

Ogni evento, anche quello che a prima vista potrebbe sembrare crudele, l’intemperie che lascia le cose vilipese, viene descritto col fare insieme impassibile ed accorato – esule da rassegnazioni – lecito solo a chi abbia una profonda conoscenza del corso della natura: così, nell’immagine che ad una superficiale lettura parrebbe asettica, è implicita, invece, e sottintesa una pietas.

È lunga lunga
affonda
la tromba dalle nubi
nell’acqua.
E poi si sposta,
a vortice, solleva
le barche
dal canneto
ricurva al seminato:
è densa l’aria
carica di terra
e foglie
un gelso bianco
e un ulivo gigante
sradicati.

Nella fermezza del dettato c’è un sentire che trasuda una compassione accesa ma delicatissima per ogni essere vivente.

Da un buco nella rete s’è infilata
la volpe: ha ucciso il gallo,
azzannato una coscia
del coniglio più piccolo.
Le piume
ha disperso e le penne
nel chiuso del pollaio.

La volpe, simbolo per antonomasia dell’inganno, con la sua violenta frode soverchia la spocchiosità impersonata dal gallo, invalida ciò che di debole permane sulla terra, ovvero il coniglio, ribadendo che non c’è moralità in un mondo dominato solo dall’istinto di sopravvivenza, diverso però dalla malvagità fine a se stessa che invece inonda l’animo umano. Allo stesso modo anche l’anguilla diviene emblema del sotterfugio, riuscendo a volgere a proprio favore la situazione più spiacevole (intorbidita), contrariamente a quanto avviene per quella montaliana che, seguendo il percorso inverso, assurge a sorella dell’uomo invischiato nel fango della vita.

L’anguilla dentro il pozzo
                                   con le acque
di marzo si solleva penetra nei meati                          dai canali
intorbiditi striscia fino al mare
L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
sempre più addentro, […] nel cuore
del macigno,
[…] la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?[6]

 

Queste descrizioni aperte, fatte di un linguaggio chiaro, conciso hanno talvolta

[…] la sottile inquietudine delle immagini trasparse da una liquidità lontana, anche per quella «potenziale enigmaticità del linguaggio chiaro» di daumaliana memoria e, soprattutto, per una sorta di fisica metafisicità sotto cui si presenta ex abrupto la cosa stagliata nella sua azione silenziosa e immobile, nella lontananza di sé, incisa fino in fondo, fino alle radici della sua maschera. Fino all’estremo segno di metafora.[7]

La tornitura quasi ossessiva di questo stile così prosciugato s’incentra sul tentativo di far risplendere ogni creatura vivente di luce propria, e tale che nessun orpello possa mai oscurarla.

Una nuvola sola in tutto il cielo
all’alba: i seni bianchi,
gonfi… 

               La faraona
immobile attraversa
con l’ombra lo spiazzale
deserto.[8] 

De Vita si sofferma velatamente anche sull’odierna perdita dei valori religiosi, paragonando l’edera ad un male che sovrasta ogni anelito fideistico.

Ha una croce la casa,
in alto, sopra il pizzo,
di tufo vecchio:
                                l’edera dal muro,
s’arrampica e l’avvolge 

nel cielo l’attraversano
nubi
          gli uccelli in fila
a frotte 

                un sole lento
che scende verso il mare

il cerchio della luna
                                         nella notte
scura…

La lingua appare sempre in bilico tra il tecnicismo più spinto e il solecismo dialettale: una variegata messe di termini in questa raccolta (“ristoppie”: con forma più vicina al siciliano ‘ristucci’ che all’italiano ‘stoppie’; “coffe”: ‘ceste’, ‘panieri’, usato in lingua col significato di piattaforma sull’albero delle navi; “giummo”: quasi intraducibile, è una sorta di pendaglio decorativo; le “cianciane” sono una specie di campanelle; “graste”: orci, vasi, dal siciliano ‘rasti’) farà da nucleo di partenza verso una decisiva virata vernacolare che, a tutt’oggi, pare insostituibile nella produzione posteriore a Fosse Chiti.

Il rispetto così sacrale per la natura che secerne questa poesia può essere, per certi versi, assimilabile alla purezza infusa da Walt Whitman in Leaves of grass (Foglie d’erba). Ma se il bardo dell’America unita cantava una natura in funzione dell’inno storico-politico-sociale (portato anche della sua omosessualità), De Vita esalta una natura appartata, fuori dalla storia. I versi di Whitman sembrano una spiegazione dei versi delle metafore del poeta marsalese.

Ogni giorno Stagnone risolleva
le acque            il muschio verde
sulle pietre, già vizzo, si distende
e sciacqua               Ha dune
                           fosse
ricolme
           sulla spiaggia
la rena
          quando il mare
secca
Per sentieri non battuti,
nella vegetazione ai margini delle acque stagnanti,
fuggito dalla vita che esibisce se stessa,
da tutti i canoni accettati, da piaceri, profitti, conformismi
che troppo a lungo ho dato in pasto alla mia anima,
[…] qui con me stesso lontano dal fragore del mondo,
qui corrispondendo e conversando con lingue aromatiche,
non più confuso (perché in quest’angolo appartato posso
rispondere come altrove non oserei),
possente mi sovrasta la vita che non si esibisce, ma che
contiene tutto il resto,
oggi deciso a non cantare altri canti se non i canti dell’affetto,
proiettandoli in quella vita sostanziale,
[…] il segreto delle mie notti e dei miei giorni…[9]

Il messaggio recente di Nino De Vita sta tutto nella sua pacata, intima, totalizzante fusione con la natura, una rigenerazione panica a cui non serve, se non rarissimamente e in accenti comunque lievissimi, aggiungere presenza umana. L’elemento vitale è sempre lì, pronto a ‘sbocciare’, a impadronirsi d’ogni anfratto che l’artificio lascia scoperto ed è metafora della resistenza della bellezza in un mondo votato a un gretto utilitarismo.

Dalle pietre è spuntato
fra le rotaie untuose
il fiore.

               Il vento forte
del treno lo ripiega:
spruzza gocce
d’acqua annerita, sbuffi
di fumo…

                    S’allontana
e s’avvicina l’ape
                                  che vi posa
a giri lievi

                      e penetra,
lo succhia…

Ogni verso fa di questa raccolta un inno esemplare ‘a proposito della vita’, in cui il poeta riesce a indagare la natura fin nei suoi segreti palpiti, scovando persino il meraviglioso ritmo dei suoi silenzi.

 

_______________________________________________________

 

Nota biografica

Nino De Vita nasce a Marsala (Trapani) l’8 giugno del 1950. Laureato in Scienze agrarie, ha insegnato matematica e osservazioni scientifiche in vari istituti medi superiori del trapanese. Vive, dalla nascita, nella contrada marsalese di Cutusìo.
Nell’autunno del 1969 entra in relazione col fotografo Enzo Sellerio, il quale gli fa conoscere Leonardo Sciascia, con cui in seguito si svilupperà una profonda amicizia. De Vita in quegli anni studiava nell’ateneo palermitano, così le frequentazioni con l’autore agrigentino divennero quasi quotidiane. Conoscerà, nello stesso periodo, Vincenzo Consolo, Ferdinando Scianna, Gesualdo Bufalino, Ignazio Buttitta, Stefano Vilardo, Roberto Andò e molti altri.
Nel 1986 sposa Giovanna Di Maio, con la quale avrà due figli, Francesca ed Alessandro.
Nel settembre del 1989 Sciascia, poco prima di morire, in una lettera indirizzata agli amministratori comunali di Racalmuto, affiderà a De Vita (assieme ad altri cinque studiosi) la direzione della Fondazione che gli sarebbe stata intitolata. Intratterrà frequenti relazioni epistolari con numerosi scrittori e critici letterari, in particolare con Carlo Betocchi.
Ha pubblicato poesie e racconti, in lingua e, soprattutto, in vernacolo su numerose riviste, tra le quali citiamo «Nuovi Argomenti», «Poesia», «Lunarionuovo», «Carte Siciliane», «Il Belpaese», «Nuove Effemeridi», «Lengua», «Diverse Lingue», «Arsenale», «Ozio letterario», «Prova d’Autore», «Via Lattea», «Sicilia Poetica», «Gli immediati d’intorni», «da Qui» e altre ancora. Alcuni suoi articoli sono apparsi sul periodico marsalese «Nuovi Orizzonti».
Ha ricevuto numerosi premi nazionali, tra cui il “Moravia” (1996), il “Pierro” (1997), il “Betocchi” (1997), il “Mondello” (2003), il “Napoli” (2004), il “Salvo Basso” (2006), il “Cattafi” (2006), nella cinquina finale del Viareggio (2006), il “Liber” (2007) ed, infine, il Tarquinia-Cardarelli (2009).

 

Opere di Nino De Vita

Poesia

Fosse Chiti (con una presentazione di Stefano Jacomuzzi). Catania-Milano, Lunarionuovo-Società di Poesia 1984.
Mastr’Alfiu. «Lunarionuovo». Catania, luglio 1987.
Fosse Chiti (2° ed. ampliata, con nota di Giuseppe Conte). Montebelluna-Treviso, Amadeus 1989.
Bbinirittedda. Trapani, Arti Grafiche Corrao f.c. 1991.
Fatticeddi. Trapani, Arti Grafiche Corrao f.c. 1991.
Mastr’Alfiu, in «Diverse lingue» 11. Udine, 7 ottobre 1992.
Quannu sciròccu ciùscia, in «Lengua» 12. Pesaro, 1992, pp. 127-135.
Bbatassanu. Trapani, Arti Grafiche Corrao f.c. 1992.
Nnòmura. Trapani, Arti Grafiche Corrao f.c. 1993.
Cutusìu (con una prefazione di Pietro Gibellini). Trapani, Arti Grafiche Corrao f.c. 1994.
’A casa nnô timpuni. Alcamo, Arti Grafiche Campo f.c. 1994.
A vurga, in «Nuove Effemeridi» 7. Palermo, 1994.
U Chiaparòtta, in «Nuovi Argomenti» 4, luglio-settembre 1995, pp. 35-36.
I ru’ minzudda, in «da Qui». Lecce, 1995, pp. 119-124.
Sulità. Alcamo, Arti Grafiche Campo f.c. 1995.
Jòcura (con una presentazione di Giovanni Tesio). Mondovì-Cuneo, Boetti & C. Editori f.c. 1996.
’U porcu juculànu, in «Diverse Lingue» 15, settembre 1996; poi col titolo Cc’èranu tutti â mezzu ri l’ariùni, in L’arànci. Alcamo, Arti Grafiche Campo 1998.
’U spavintapàssari. Alcamo, Arti Grafiche Campo f.c. 1997.
Per ricordare. Cinque poesie (Libboniu Ciocca, Caminava immurutu, Masi u Rrussu, ’A zzi Melia, Pisci), in «Nuove Effemeridi» 39. Palermo, 1997.
’I carcaràzzi. «Quaderni del Fondo Alberto Moravia». Roma, 1998.
L’aranci. Alcamo, Arti Grafiche Campo f.c. 1998.
P’a festa ri l’ammitu (con cinque incisioni di Nino Cordio). Roma, Felceti 1998.
’U patri di Bbettu ’u mannariòtu, in Simile a un colombo viaggiatore. Per Bufalino (a cura di Nunzio Zago). Comiso-Ragusa, Salarchi Immagini 1998.
’I scoli vasci. Alcamo, Arti Grafiche Campo f.c. 1999.
La maestrina delle elementari. «Stilos», 25 maggio 1999.
Òmini. Alcamo, Grafiche Campo f.c. 2000.
L’arena ri Spagnola (con un’incisione di Vincenzo Piazza). Alcamo,  Arti Grafiche Campo f.c. 2000.
’U tuppuliu (con un’incisione di Giuseppe Tuccio). Alcamo,  Arti Grafiche Campo f.c. 2001.
’U lupu mannaru (con un’incisione di Piero Guccione). Alcamo, Arti Grafiche Campo f.c. 2001.
Cutusìu (con una prefazione di Vincenzo Consolo). Messina, Mesogea 2001.
Nnòmura. Messina, Mesogea 2005.
Fosse Chiti. Messina, Mesogea 2007.
Bbaddarò. Marsala, f.c. 2008.
Né erba né na vido né na rrosa. Marsala, f.c. 2008.
A Palemmu. Marsala, f.c. 2009.
’U ncuttùmu. Marsala, f.c. 2010.
Òmini. Messina, Mesogea 2011.

Narrativa

Buttitta da vicino, in Voci di Sicilia. Marsala, La Medusa s.d.
Il diniego del pittore (con un’acquaforte di Giuseppe Modica). Roma, Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia 1998.
Cùntura. Alcamo, Arti Grafiche Campo f.c. 1999.
Il cuscus dolce (con un’incisione di Vincenzo Piazza). Valverde-Catania, Il Girasole 1999.
Cùntura. Messina, Mesogea 2003.
Il cacciatore (illustrazioni di Michele Ferri). Roma, Orecchio Acerbo 2006.
Il racconto del lombrico (illustrazioni di Francesca Ghermandi). Roma, Orecchio Acerbo 2008.
Comu fannu l’aceddi (con un’incisione di Gaetano Tranchino). Valverde-Catania, Il Girasole 2009.
La casa sull’altura (illustrazioni di Simone Massi e una postfazione di Goffredo Fofi). Roma, Orecchio Acerbo 2011.

 

Presenza in antologie

U rui novèmbri r’u sessantarùi (con una prefazione di Giacinto Spagnoletti), in AA.VV., Cinque Poeti. Catania, Prova d’Autore 1989.
L’inverno che è passato (liriche tratte dalla raccolta inedita I grappoli dell’orto), in AA.VV., Gli immediati d’intorni. Modena, Mucchi 1990.
Angilu, in AA.VV., Via Terra, (antologia di poesia neodialettale a cura di A. Serrao, introduzione di L. Reina). Udine, Campanotto 1992, pp. 251-254.
Nino De Vita, in AA.VV., Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli (a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena). Roma, Luca Sossella Editore 2005, pp. 865-874.


[1] Stefano Jacomuzzi, Presentazione a Fosse Chiti. Catania-Milano, Lunarionuovo-Società di Poesia 1984, pag. 7.
[2] Alfonso Lentini, Nino De Vita – Fosse Chiti. «Porto Franco». Taranto, gennaio-marzo 1991.
[3] Da Sono i cerchi, sui fianchi della botte. Qui, ad esempio, si ha la sensazione che De Vita sottenda l’immagine di un violento invecchiamento e dell’inesorabile scorrere del tempo.
[4] Giovanni Raboni, Ma quante belle ricerche. «Il Messaggero», 1 maggio 1985.
[5] Cfr. Lucio Piccolo, La seta, in La seta e le altre poesie inedite e sparse, cit.; ora in Plumelia, La Seta, Il Raggio verde e altre poesie, cit., ivi pag. 43.
[6] Cfr. Eugenio Montale, L’anguilla, in La Bufera e altro. Venezia, Neri Pozza 1956; ora in Tutte le poesie, cit., ivi pag. 262.
[7] Armando Patti, I segni della Natura. «La Sicilia», 17 agosto 1984.
[8] Da Lo zolfo sulla vite. Si noti la delicatezza della ‘faraona’ che sembra la prosecuzione ideale della descrizione della nuvola.
[9] Cfr. Walt Whitman, Foglie d’erba (traduzione di Enzo Giachino). Torino, Einaudi 1950.

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Da qualche tempo ormai si palesa, in rete e altrove, l’esigenza di far dialogare la poesia con quella che – in mancanza di termini più precisi – chiamiamo “realtà”.È un’esigenza che ha già trovato e sta trovando ottimi canali sul web; tuttavia, noi vorremmo interrogarla da un angolo particolare, vale a dire tematizzando il binomio “poesia e realtà” nel suo intrecciarsi fitto a partire dai testi e dalle opere, rilanciando la pratica del close reading e dell’analisi testuale.I testi – compresi i macrotesti delle opere – sono infatti i grandi assenti del dibattito contemporaneo sulla poesia, dove prevalgano di gran lunga notazioni di cultura, editoria, costume letterario, spesso con un focusprimo sulla persona dell’autore anziché sulla propria scrittura (o scritture). Lungi dall’essere un ritorno a paradigmi formalizzanti, l’approccio qui proposto considera i testi e le opere al tempo stesso tanto come prodotti – diretti o indiretti – di una data situazione storica, sociale e individuale, quanto come strumenti per interpretare o cercare di comprendere la realtà in cui si collocano e/o a cui fanno riferimento. Con In realtà, la poesia non vogliamo canonizzare il contemporaneo, né privilegiare una forma di poesia o poetica o una interpretazione di realtà che ne escluda e discrimini altre.Ci piace pensare a questo progetto come a una convergenza di sguardi e sensibilità diverse, in grado di recepire la poesia come uno strumento interpretativo della realtà alternativo ai paradigmi ed al discorso dominanti, restituendole dignità e credibilità.

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