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Ho conosciuto Mario Meléndez in occasione di una presentazione romana, per la quale mi era stato chiesto di parlare della sua poesia, nella bellissima traduzione di Emilio Coco. Ne sono rimasto folgorato se non intimorito, disabituato come la gran parte dei lettori italiani ad una poetica orgogliosamente conscia (al limite dell’ostentazione) del proprio ruolo e delle propria capacità, attraverso una lingua schietta, capace di farsi politica, civile, bruciante di umanità, senza rinunciare mai, allo stesso tempo, ad un lirismo puro, alto, nel quale il poeta (non lo scrittore che quasi si vergogna ad ammettere a mezza bocca di scrivere versi, come accade in Italia) si riconosce nella sua totalità.

In verità, ci si trova in imbarazzo di fronte ad una poesia che non si lascia incasellare, sulla quale la colla delle etichette non fa presa, per concedersi invece in tutta la sua poliedrica magnificenza (ma anche sottile crudezza), in tutta la sua consapevole forza.

Annota Manuel Cohen nella prefazione a Ricordi del futuro, pubblicato da L’arcolaio nel 2013: «con molta probabilità, non eravamo più abituati, almeno nella nostra penisola – nella nostra disincantata postazione – a confrontarci con parole così apparentemente leggere, libere ed aeree, eppure così irriducibilmente acuminate, sorgive e stupite» ed effettivamente si ha l’impressione di leggere una voce totalmente nuova, dotata di una ariosità capace di inglobare una sensibilità sinestetica, che affonda volentieri in un’immaginazione surrealista; eppure, come osserva Cohen parlando di “irriducibilità” di questo dettato, allo stesso modo sostanziata da una dolorosa ed abrasiva ferocia. Sarebbe difficile, aggirandosi fra i campanili del Bel Paese, trovare fra i poeti della sua generazione (Meléndez è del 1971) una voce così autonoma e vibrante, in grado di stagliarsi netta in un panorama ricco ma sostanzialmente omogeneo quale quello italiano.

Vi è per la verità, in questa poesia, il riflesso della maturità a tratti amara dell’esule, di chi è abituato a spostarsi e viaggiare per fuggire la violenza o cercare fortuna, lasciandosi indietro gli affetti, i ricordi, i libri (Meléndez mi confidava come nella sua vita avesse dovuto abbandonare per tre volte la propria biblioteca, ogni volta ricostruendola con fatica). Infatti, il poeta, nato a Linares, in Cile, nel 1971, ha trascorso l’infanzia durante il regime e le violenze di Pinochet insediatosi dal 1973, si è poi trasferito a Città del Messico, dove ha contribuito attivamente al dibattito sulla nuova poesia latinoamericana occupandosi di insegnamento, di editoria, scrivendo libri di versi e saggi; adesso vive in Italia, nelle Marche.

mario melendez

Il complesso di queste esperienze, condotte con un’intensità febbrile, insieme ai drammi e alle vicende del privato, hanno lasciato tracce profonde nella poesia di Meléndez.

Si legga un testo fra i più struggenti di questa raccolta, “sangue nell’esilio”, dedicato al popolo cileno e alla sofferenza patita durante la dittatura:

Quando arrivò l’inverno in Cile
migliaia di uccelli volarono con la prima pioggia
erano impauriti tra l’ombra e la morte
e preferirono emigrare con le loro vite verso altre vite
Presero il primo aereo, disperati
si lanciarono sui moli inseguendo navi
attraversarono le montagne fuggendo dalle lance
e lasciarono indietro la patria e gli eredi della fame
Alcuni non decollarono mai
strapparono loro le ali tentando di lottare
scomparvero con nome e cognome
sotto gli alberi di ferro
li rinchiusero in gabbie per specie
e quando anni dopo li trovarono
avevano la carezza del corvo tra le penne.

In questo testo tutto giocato sulla metafora scopertamente crudele degli uccelli costretti all’esilio o alla cattività al sopraggiungere dell’‘inverno’ della dittatura, appare la limpidezza sonora ed icastica della lingua di Meléndez, nella quale nulla si concede alla retorica o all’oscurità delle immagini per esaltare invece un dettato chiaro, quasi epigrafico. Questa luminosità del poeta cileno, capace di condurre il lettore fra le pieghe dell’inconscio senza mai slabbrare la tenuta del senso, è una caratterista costante che si fa più forte, con esiti di una modernità sorprendente, dove si affronta il dolore e la crisi della civiltà politica.

Meléndez sembra avvertire una necessità inderogabile di forza e chiarezza, dove ogni parola, ogni nome hanno il peso di una pietra:

Il mio paese ha alberi senza tronchi e senza foglie
ha rose che cambiarono colore
per un chilo di pane
Il mio paese è una ferita nel tempo
una chitarra malata e sorda e muta
una canzone di nomi definitivamente tristi
definitivamente amari
definitivamente dimenticati nel grande sogno della vita.

In questa prosopopea della terra perduta e affamata, nella quale si coglie il dolore per un futuro mancato («Il mio paese ha alberi senza tronchi e senza foglie») come conseguenza del taglio delle radici operato dall’esilio, si coglie il senso di un’intimità lirica, sottolineata dal possessivo ‘mio’, che insiste nell’anafora. Ed infatti nulla in Meléndez è frutto di un pensiero astratto, di una riflessione che non sia ancorata con lacci di dolore all’esperienza di una vita che si getta nella poesia con il bollore del sangue e la vitalità della carne. Il privato, tuttavia, si espone nel verso lacerandosi per farsi esperienza viva dell’universale, di una nazione, di un popolo, di un tempo. Meléndez è poeta della propria epoca, della frattura fra le generazioni, di una crisi che si scopre essere ben più ampia dei confini ristretti dell’economia. Osserva ancora Manuel Cohen:

Si tratta di un autore in cui il privato è al primo posto: potremmo per questo dirlo un lirico, un lirico puro, con il rischio di sacrificarlo a una polemica posticcia, miope o nostrana. Tuttavia, la voce corale, l’epos della sua gente, costituisce e determina l’abito e l’ambito della sua attenzione. Il nostro autore ci dice della sua vita, le sue passioni, i suoi furori, i suoi dolori, e continuamente rinvia, riverbera e allude a passioni furori e dolori della sua terra, del suo intero Continente: emblematica potrà apparire in tale ottica La playa de los pobres, “La spiaggia dei poveri”, che attinge a elementi di realtà osservata e vissuta, ma che nondimeno potrebbe indifferentemente essere trasposta o travasata ad altre latitudini: dalla costa nord-africana al medio-oriente all’est-asiatico.

Meléndez ci spiazza e ci affascina perché è poeta globale (non globalizzato), capace di parlarci della nostra contemporaneità, allacciando ponti, tessendo fili rossi fra i due continenti. Si osservava innanzi come il poeta cileno sia dotato di una sensibilità sinestetica nei confronti della natura e della realtà, fino a costruire testi che giocano con la concretezza disfandone i nessi, slabbrandone i contorni per trascinare il lettore in una dimensione onirica, a tratti surreale:

Mia sorella mi ha svegliato molto presto
stamattina e mi ha detto
“Alzati, vieni a vedere
il mare si è riempito di stelle”
Meravigliato per quella rivelazione
mi sono vestito in fretta e ho pensato
“Se il mare si è riempito di stelle
io devo prendere il primo aereo
e raccogliere tutti i pesci del cielo”.

Questo sfasamento fra immaginazione reale – che nella poesia prima citata porta a confondere il cielo con il mare – è l’innesco necessario per l’accensione della poesia. Questa si manifesta per improvvise trasposizioni di immagini, mischiando i piani del senso fino a costruire una verità altra dove tutto può succedere. L’effetto è quello di un vuoto dove oggetti, sensazioni, uomini e animali fluttuano in un dimensione fuori dal tempo, lontana nello spazio, dove solo il linguaggio e la poesia sembrano fornire le coordinate alle quali il lettore si aggrappa per orientarsi all’interno di un mondo che acquista significato sulla carta.

Emblematico è il testo “arte poetica” nel quale viene descritto il procedimento di trasposizioni da un oggetto-poesia (la mucca) fino al vuoto del linguaggio puro, dove le sensazioni acquisiscono corpo e dimensione, passando per la memoria del poeta come un paesaggio nel quale far pascolare la poesia stessa. Si tratta, in fondo, di un procedimento circolare che opera per sottrazioni, e il testo in questione non ha altro obiettivo che mettere in chiaro – pur attraverso le oscurità di atmosfere stranianti e surreali – questa meccanica della scrittura poetica:

Una mucca pascola nella nostra memoria
il sangue scappa dalle mammelle
il paesaggio è ucciso da uno sparo

La mucca insiste nella sua routine
la sua coda spaventa la noia
il paesaggio risuscita al rallentatore

La mucca abbandona il paesaggio
continuiamo a sentire i muggiti
la nostra memoria adesso pascola
in quell’immensa solitudine

Il paesaggio lascia la nostra memoria
le parole cambiano nome
ci soffermiamo a piangere
sulla pagina in bianco

Ora la mucca pascola nel vuoto
le parole stanno sulla sua groppa
il linguaggio si burla di noi.

In Meléndez, le immagini surreali si legano spesso ad un uso irriverente dell’ironia (si pensi alla metafora delle mucca-poesia nel testo sopra citato), utilizzata per smascherare i luoghi comuni, giocare con la tradizione, farsi beffe della morte. Questa è spesso oggetto di poesia, fino a diventare un filo rosso che percorre l’intera opera. Non si tratta, però, né di una riflessione dolente, dominata dalla paura del mistero, né da una tensione mistica o religiosa, bensì di un’ironia macabra portata fino all’eccesso del grottesco:

Dovrò stare attento ai vermi
quando mi seppelliranno
la cosa più sicura
è che parlino male di me
che sputino sulle mie poesie
e orinino sui fiori freschi
che adorneranno la mia tomba
sarà persino possibile
che divorino le mie ossa
mi estirpino gli intestini
o al colmo dell’ingiustizia
rubino il mio dente d’oro
e tutto questo perché in vita
non ho mai scritto su di loro.

Sono diversi i testi che hanno come argomento la morte e il rapporto con il poeta e la parola, un rapporto sanguigno, nel quale la poesia, la terra, il disfacimento del corpo e la tensione all’immortalità si mischiano in atmosfere grottesche e surreali, dove prevale il gusto dello scherzo da Grand Guignol. Si vedano, oltre a “precauzioni dell’ultima ora” sopra citato, anche “Sinfonia nera”, “L’ultima cena” nella quale di nuovo i vermi e il poeta sono protagonisti, “Mi avanza un morto”: la verità è che per Meléndez la morte del singolo è un accadimento comune, un fatto del quale non aver paura, essendo ben altre le circostanze (civili e politiche) della vita da temere e delle quali indignarsi. Vi è in questo un ulteriore segnale della maturità umana e letteraria dello scrittore cileno, da seguire nel futuro con quella particolare attenzione che si rivolge ad un poeta vero.

 

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Luca Benassi è nato a Roma nel 1976 dove vive e lavora. Ha pubblicato le raccolte poetiche Nei Margini della Storia, (2000), I Fasti del Grigio (2005), L’onore della polvere (2009) e le plaquette Di me diranno (2011) e il guado della neve (2012). Ha tradotto De Weg del poeta fiammingo Germain Droogenbroodt (Il Cammino, 2002). È nella redazione di Punto Almanacco della poesia italiana. Ha pubblicato la raccolta di saggi critici “Rivi strozzati poeti italiani negli anni duemila” (2010). Insieme a Manuel Cohen e Salvatore Ritrovato dirige la collana Percorsi della Puntoacapo editrice. Il suo sito web è http://copertischianti.blogspot.it/ La sua e-mail è poesiabenassi@gmail.com

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