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Ho letto molte volte e in modo quasi ossessivo Le qualità [1], l’ultima raccolta poetica di Biagio Cepollaro. L’impressione che ne ho ricavato (o meglio: ricevuto) è stata quella di trovarmi di fronte ad un’opera come se ne incontrano poche: di quelle in cui sai – mentre leggi – di poterci trovare condensato tutto quello di cui avrai bisogno da ora in avanti; di quelle che hanno sempre qualcosa da insegnare e che, ad ogni nuova lettura, si offrono come deposito alla stratificazione dell’esperienza dell’umano da cui attingere per tentare un avanzamento.

In tal senso, Le qualità rappresenta un’opera la cui portata politica, filosofica e socioantropologica – oltre che poetica – risulta particolarmente incisiva rispetto ai nuovi possibili equilibri contemporanei in dissesto, nella misura in cui in essa si delineano i tratti di una nuova umanità, ovvero i tratti di un nuovo modo possibile di essere un essere umano.

Tutto ha inizio con una perdita, un abbandono, chissà forse la fine di un amore (o dell’allucinazione della sua promessa) che cristallizza, nel suo giungere a termine, “la prima vera | solitudine che lo circonda da più di due decenni” [2].
La dedica “A Giusi e ai suoi risvegli” è l’unico esplicito – seppur discreto e inaccessibile – riferimento autobiografico, posto ex èrgon a fungere da àncora che, se da un lato serve a scongiurare la deriva verso una poesia linguisticamente tautologica e stilisticamente vuota e manierista, dall’altro non impedisce un allontanamento da un riferimento esperienziale particolare, la cui biografica endogamia precluderebbe un risultato linguistico dagli esiti universalmente emancipatori. Un elemento esperienziale, insomma e paradossalmente, appartenente ad un vissuto che eccede la biografia e che, per ciò, può con-testualizzarsi producendo una narrazione storica piuttosto che biografica, dunque aconfessionale e de-ideologizzata, estranea a quel linguaggio di redenzione capace solo di inquadrare l’orizzonte illusorio del riscatto di chi scrive.

Pur essendo l’abbandono il terreno fertile su cui nasce la raccolta, esso non occupa al suo interno che una posizione del tutto marginale, introduttoria. La sua funzione ne Le qualità è quella di un evento che dà luogo ad una successione di altri eventi e trasformazioni; un’azione che mette in moto qualcosa, come un bottone di accensione o l’interruttore della luce di una stanza.
La differenza tra Le qualità e le innumerevoli altre raccolte che pure affondano le loro radici nella perdita sta nella direzione dello sguardo: mentre, infatti, nella gran parte delle raccolte sull’abbandono esso si focalizza sull’interruttore e le sfumature del suo scatto, ne Le qualità lo sguardo si eleva dopo il click per osservare intorno ciò che resta nella (o della) stanza illuminata, calibrando la messa a fuoco con un giudizio rinnovato e col ricordo, e descrivendo gli oggetti e il panorama con la lucidità di una retorica messa al servizio del pensiero che risparmia al lettore di assistere al fenomeno di appropriazione indebita della sofferenza, molto diffuso tra quei poeti che confondono la poesia con la crittografia idiolettica del dolore.

Di questa straordinaria raccolta, dunque, si apprezza il perfetto equilibrio – che è uno stare “al centro di un vuoto | che sostiene | che sta sotto o dietro | questa luce senza sole | più dentro dei cappotti | e delle mani” – tra tutti gli elementi strutturali, sintattici, semantici e simbolici che la compongono.
Ne Le qualità, la sintesi perfetta raggiunta tra esperienza biografica ed esperienza linguistica – resa possibile da “un potare di pensieri | fino all’arte del profumo”  favorisce la catalisi tra i componimenti della raccolta ed il loro lettore, incastrati naturalmente e senza sforzi in un intreccio enzimatico che vede coinvolte entrambe le parti nel processo metabolico del reale e delle sue rappresentazioni, facendole risuonare “dalla parte che non si vede”.
È così, infatti, che suonano i versi de Le qualità: come la parte che non si vede, quella che sempre resta nascosta sotto “l’antico incastro” che lungi dall’essere “forma di accoglimento” era invece “posizione alla fine trovata nella quotidiana stretta” di un corpo che “fa torto alle sue qualità” evitando di “distendersi | sull’arco largo delle parentesi del giorno”, mentre “la pioggia scende fitta | sul milione di possibilità e di pensieri che muovono | in colonna auto e passanti”.
La spinta ad una totale revisione della realtà, di cui Le qualità rappresenta il risultato, viene da l’intuizione del propizio di un corpo chedopo l’esperienza dell’abbandono e della perdita, si apre ad una “piccola | promessa di rinnovamento” imparando a vedere il vuoto non come una mancanza ma come uno spazio per l’allestimento di una nuova possibilità, “perché sa che la casa | non c’è più e anche lui dovrà | cambiare” e, per ciò, “è questo soltanto ora: è una casa che va riempita”.
Tale revisione della realtà si configura, allora, alla stregua di un Nuovo Discorso sul Metodo, la cui matrice di stampo decisamente cartesiano non impedisce l’emergere di conclusioni e prospettive nuove e lontanissime rispetto a quelle che si sono imposte lungo l’arco dei secoli come i pilastri epistemologici e metodologici della nostra civiltà.

biagio_cepollaro

foto di Dino Ignani

In un momento storico quale quello che ci è toccato vivere, in cui la precarietà che caratterizza praticamente ogni ambito dell’esistenza sembra aver obbligato tutti alla ricerca coatta della soluzione migliore per salvarsi (al momento con scarsissimi risultati), l’intuizione di un ripensamento del mondo come quella descritta dal corpo de Le qualità possiede una portata etica, politica e pratica tanto valida da poter affermare che sarebbe un errore madornale interpretarla alla stregua di uno stile di vita meramente naïf, “differente”.
Cepollaro, in questa sua ultima raccolta, sembra prendere l’intero ‘900 e metterlo da parte non per cestinarlo (azione tanto ingenua quanto inutile, nella misura in cui chi rompe paga e i cocci sono i suoi), ma per liberare la nuova visione delle cose dall’ingombro degli “antichi incastri”.
Infatti, in linea con l’operazione cartesiana di azzeramento, il corpo-Cepollaro procede “ad una serie di operazioni complesse | che investano il settaggio delle sue funzioni | più profonde e ataviche prossime al core generale” per disporsi a ricevere “con dei vuoti” tutti i “nuovi possibili incastri”.

A differenza del filosofo del cogito ergo sum, però, l’evidenza cui giunge il corpo de Le qualità è che “non conta la parola e neanche ciò che si può a partire | da essa fantasticare: conta proprio l’esame che delle cose | fa il corpo animato l’unico che dice e che al mondo sta”.
Dunque, il corpo de Le qualità – l’unico che dice e che al mondo sta – è un corpo cosciente che torna a rappresentare il luogo del ricongiungimento “nello stesso spazio e nello stesso tempo” di res cogitans e res extensa, di “ciò che una volta si sarebbe chiamato spirito e ciò che avrebbe | avuto la sorte ottusa del nome di materia”. È un corpo che “si acconcia nella posa adeguata alla speranza di vita” che gli consente – prima di una cartesiana ricerca della verità – di “perseverare nel suo essere essendo questo il bene”.
Quindi non la verità ma il perseverare è il bene, perché il corpo de Le qualità non è “un mezzo un tramite l’efficienza | per cose che sono del mondo” o “il terminale | dei pensieri il luogo della trasformazione | del materiale in immateriale” che “almeno una | volta alla settimana rifaceva il cammino | anche se logoro della sua piccola gloria”. Al contrario, esso nota che “la testa funziona come indipendente | dal corpo senza avere più una storia | per questo occorre riprendere contatto | cominciando dalla base dal sentire la terra | del parco sotto i piedi come un elastico appoggio”, perché “è qualcosa di sempre vero un corpo”: “lo spirito si accontenta di frasi, il corpo non è la stessa cosa, è più difficile lui, gli ci vogliono i muscoli”[3].

È in tal senso che il corpo de Le qualità suggerisce, se non una abolizione, quantomeno un ridimensionamento della sfera metafisica, (re)introducendo nel mondo, quasi impercettibilmente, una filosofia del corpo che recupera e rimette coraggiosamente in gioco l’importanza della prassi, il valore di verità dell’empirismo percettivo delle interazioni scartato da quella parte di “mondo che fin dal sangue traligna”. E fa tutto ciò inscrivendo un realismo spinoziano all’interno di una prospettiva unificatrice anticartesiana (o oltrecartesiana) che al decostruzionismo nichilista ed al costruttivismo assoluto, poggiato sull’asserzione kantiana secondo cui le intuizioni senza concetti sono cieche, oppone il fatto che “quel che arriva da decifrare non un è senso ma uno spasmo”.

Ecco allora che Le qualità rappresenta una metodologia assolutamente rivoluzionaria rispetto a quella su cui si fonda il discorso dominante.
Tale rivoluzione – sottile, silenziosa, sotterranea e perciò profonda, radicale – accanto al pensiero inteso come linguaggio (oggettivato o meno), promuove la presenza e il recupero di un credo che, lungi dall’essere il prodotto di un atteggiamento semplicisticamente mistico o animista, non antropomorfizza ma biologizza le interazioni, gli eventi, le cose, la storia, poiché “ è tutta terrena | la luce che misura l’oltre dell’umano è ancora umana la deità | che lo avvicina e dopo cena si stende tenera e lieve accanto a lui | non è il tempo che s’intensifica o dilata è proprio il tempo | che almeno per una volta il corpo vive ed è pura gioia”.
Di conseguenza, Le qualità si configura come un Nuovo Discorso sul Metodo nella misura in cui, pur condividendo le premesse cartesiane dell’azzeramento, del resettaggio, della ragione del buon senso e dell’evidenza, giunge a conclusioni completamente diverse (quando non opposte), offrendo le basi di una nuova episteme attraverso il recupero di ciò che era stato scartato – l’aspetto sensibile della esistenza – e il riscatto di un pensiero biologico, di una cognizione della percezione fatta non di solo logos e logon, ma anche di praxis, che agisce all’interno di in un processo di interrogazione dello zoon, del vivente, e di tutto l’esistente biologizzato.

La fiducia in un pensiero prima del pensiero, in un pensiero della percezione della intuizione del corpo spinoziano è ciò che – dinanzi l’orrore del logos alogon, del silenzio dovuto all’assenza delle ragioni – consente di dire (e dirsi) che questo è questo essendo questo – e lo fa bastare. Dunque, il pensiero del corpo de Le qualità è un pensiero che si preoccupa più di testimoniare che di giustificare, spiegare o capire, perché “la natura non fa calcoli, ma esperienze”[4].
Si tratta, allora, di pensare l’assenza di senso in un modo diverso da quello della privazione, rinunciando all’equivalenza aristotelico-cartesiana secondo la quale l’assenza di parola (alogon) è assenza di risposta.
Allo stesso modo, il linguaggio che esprime tale tipo di pensiero non si lascia più dominare dalla retorica ma la domina, perché non è più grammaticalizzazione del pensiero alienato nel compimento della sua sintassi, ma trasduzione di un segnale che origina altrove e che possiede altre radici.

Il corpo de Le qualità è un corpo azzerato e allo stesso tempo cosciente del fatto che “compiuta la sua missione biologica” operando “per anni alla sua incarnazione”, di tutta questa carne”, ora, “non sa che farne”. Così, “dopo aver ripercorso la storia degli avi dai primi | vagiti alle domande centrali a cui non v’è risposta”, si è ritirato “nel breve spazio dell’individuo” e “non sa ancora se è frammento | esploso da un insieme vivente oppure a sé bastante”.
Il corpo de Le qualità è un corpo che, acconciato nella posa adeguata alla speranza di vita, persevera nel suo essere essendo “la cosa che basta la cosa stessa”: è “un foglio su cui bisognerà scrivere ancora | daccapo come se fin qui avesse detto solo cose | a metà e che quindi daccapo bisognerà trovare | le risposte osservando l’accadere”; è “il ricordo | malmesso e restaurato della vita prenatale quando | non essendoci ancora nulla tutto si può oggi inventare”. È, insomma, un corpo che “si apre anche ad una vulnerabilità in più uno stare | a vedere dovesse scoprire altri modi di sé. magari nuovi”.

E saranno proprio questi modi di sé magari nuovi gli strumenti da utilizzare per la purificazione dello sguardo di un corpo che non sa come sarà “quando tutto riproverà | davvero a cominciare”, quando da “l’antico incastro” finalmente “si prenderà | le mosse da un punto più | alto”, curando “soprattutto l’invenzione| delle forme le questioni del colore i modi | diversi di raggrumare un senso” con la speranza “che variando i costrutti | del linguaggio anche gli organi | della mente tenuti insieme dal ritmo | del respiro possano dare vita ad una | nuova versione del nuovo insieme | e questo è lavoro buono da fare da soli”.

Se, infatti, “fin qui è stato risalire a colpi | d’orgoglio confuso con l’idea | da proporre”, dopo l’urto “della svolta” “non ci sarà bisogno | di voltarsi indietro e nemmeno | guardare troppo avanti”: “ciò che ci sarà – la cura | nel fare, l’intuizione | del propizio, l’abbraccio | o la parola secca – basteranno || e basterà la pioggia se pioverà | il sole se farà caldo | la strada deserta o il rombo | della gomma sull’asfalto”.
Quello de Le qualità è un corpo che sa che “ogni momento | è buono per essere cattivo”, capace di riconoscere da solo che “la compattezza | del mondo può essere interrotta solo dalla mancanza | del pane o da una collettiva catastrofe” e che “il resto è a misura di corpo ed affrontabile”. È un corpo che ha compreso che “tanto niente veramente si rompe | se non è cedere di organo e tutto è bene se c’è il pane”, perché “davvero tutto è provvisorio e impermanente | e non solo il bene passa per fortuna passa anche il male”. Per questo, quando ha l’impressione “di non avere più nulla | da fare” sa anche che “non può essere vero”.

È sorprendente e lodevole – soprattutto considerando i tempi che corrono – la umanità, l’umiltà e, aggiungerei, la serena complicità con cui, messo da parte l’orgoglio per non confonderlo con l’idea da proporre, viene formalizzato lo stravolgimento del discorso dominante, nel tentativo di rimediare alla fuoriuscita dell’uomo dalla natura, il suo razionale tralignare, con delle poesie che non sono verdetti, affermazioni pretenziose o verità assolute.
Al contrario, esse rappresentano una traduzione sintomatica e sintomale di “una lingua che nessuno parla”, una condizione vissuta come nuova, la cui necessità è causa della coerenza interna dell’intero apparato retorico e poli-antropo-linguistico della raccolta.
Questa umanità, umiltà e serena complicità, che traspaiono senza pretese dai versi che compongono Le qualità, offrono una cornice inedita al quadro di una rinnovata fiducia nella possibilità: consegnando al lettore gli strumenti con cui definire il proprio “destino che si aggiunge a quello della |    specie”, gli offre la possibilità di riscattarsi dal grigiore di una condizione esistenziale post-novecentesca, marcando (finalmente!) una distanza importante rispetto a molta della produzione poetica (e non solo) contemporanea, la cui matrice nichilista impedisce l’abbandono di quell’atteggiamento destruens, di derivazione tipicamente postmoderna, che fa girare a vuoto “ il meccanismo della frase”.

Le parole che pronunciano il discorso de Le qualità – un Dicorso sul metodo post cartesiano e post postmoderno – sono parole poetiche che, parafrasando il Barthes de “Il grado zero della scrittura”, non escludono gli uomini e non costruiscono discorsi pieni di terrore, frutto dell’autonomia di un linguaggio fatto di parole-oggetto che distruggono ogni portata etica, mettendo in contatto gli uomini con le immagini più inumane della natura, piuttosto che con altri uomini.
Il risultato è un’opera poetica che, pur rifiutando un lirismo linguistico che pretende, con la parola, di salvare l’uomo dall’annegamento nella sua Geworfenheit, non sfocia né nell’orfismo – che si difende dalla realtà negandola e anteponendole il sogno; né nel lirismo manierista – che, preda del sublime, si dispone ad innalzare tutto a rango di valore per creare disperatamente un senso più alto lì dove senso non c’è; né nell’assenza di soggetto – intesa come impersonale asetticità del testo, privandolo di qualunque presenza osservatrice di ciò che accade.

Al contrario, una presenza in Le qualità c’è ed è il corpo, la cui presenza altro non è che una scelta di carattere etico che condiziona lo stile di chi l’ha compiuta – “lo stile è decisione e giudizio lo stile è pensiero” recita un verso della raccolta, e non potrebbe essere più vero.
Il corpo de Le qualità si sostituisce all’io (o all’egli, che non è altro che un io mascherato) nella sua funzione di soggetto del discorso che, per questo, continua ad avere al suo interno un agente attivo ancora in grado di modificare col giudizio l’ambiente che lo circonda, nonostante tutto. Allo stesso tempo, il medesimo corpo, del discorso che pronuncia, è anche oggetto empirico, visibile, tangibile, osservabile, analizzabile nel rispetto della tradizione scientifica su cui si fonda la conoscenza.
Questa duplice presenza del corpo come soggetto e come oggetto del discorso offre al testo un’ampiezza di respiro che si muove ritmicamente ad ogni verso dal particolare all’universale e viceversa.

Devo purtroppo ammettere di non essere in grado di quantificare con evidenze misurabili il grado di impatto sul mondo di un cambio di prospettiva (o di paradigma) quale quello suggerito ne Le qualità. Mi piace però pensare che un verso come “davvero tutto è provvisorio e impermanente | e non solo il bene passa per fortuna passa anche il male” possa essere più efficace del prozac. Mi piace pensare che un verso come “la compattezza | del mondo può essere interrotta solo dalla mancanza | del pane o da una collettiva catastrofe” preservi dal terrore del collasso più di quanto possa riuscirci un ipocrita messaggio a reti unificate del Presidente della Repubblica o del Papa di turno. Mi piace pensare che un verso che recita “il resto è a misura di corpo ed affrontabile” offra un rifugio più umano e più degno alla disperazione. Mi piace pensare che un verso che assicura “tanto niente veramente si rompe | se non è cedere di organo e tutto è bene se c’è il pane” sia in grado di abbassare il tasso di impiccagioni più di quanto non riesca la burocrazia statale di un welfare che non c’è.
Mi piace pensare, insomma, che le poesie de Le qualità possano impercettibilmente cambiare il mondo così come hanno percettibilmente cambiato me, spingendo a curare “soprattutto l’invenzione| delle forme le questioni del colore i modi | diversi di raggrumare un senso” perché “variando i costrutti | del linguaggio anche gli organi | della mente tenuti insieme dal ritmo | del respiro possano dare vita ad una | nuova versione del nuovo insieme”.
Il passo successivo sarà provare a pronunciare “altre parole che insieme dicano | la corda troncata il saltello nell’aria il silenzio | di ogni risveglio come il coraggio della vita nuova”.

A queste altre parole va la mia riconoscenza e il tempo che mi resta per tutto “il lavoro da fare”[5].


[1] La camera verde, Roma 2012.

[2] Da ora in avanti si sottintende che tutte le parti in corsivo e virgolettate sono estratte dalla raccolta oggetto di questo saggio.

[3] F. Celine, Viaggio al termine della notte, trad. E. Ferrero, Ed. Corbaccio, 2011.

[4] I. Svevo, La coscienza di Zeno, Simplicissimus Book Farm ed., 2011.

[5] Questa espressione è il titolo di un’altra raccolta di Biagio Cepollaro, scritta prima de Le qualità e tutt’ora inedita.

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Luigi Bosco, pugliese, classe 1982. Dopo la Laurea in Psicologia ottenuta presso l’Università degli Studi di Bologna, ha vissuto a New York, Boston e Londra. Attualmente risiede a Madrid dove lavora, cercando nel frattempo di dottorarsi in Psicoanalisi e Filosofia della cultura senza grossi successi. Nel 2010 ha fondato Poesia 2.0. Scrive e, soprattutto, legge, senza pretese.