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IRLP inaugura il suo 2016 ospitando un saggio di Gualberto Alvino, critico e filologo che da anni dedica studi e pubblicazioni di grande rilievo soprattutto – ma non solo – alla prosa sperimentale del Novecento (in particolare Pizzuto e D’Arrigo). Coerentemente con la sua formazione e la sua storia, Alvino in questo testo dà ampio spazio alla documentazione di fatti linguistici puntuali: come abbiamo sottolineato più volte nei nostri editoriali, si tratta di un’impostazione che di rado capita d’incontrare nella critica in rete, e che inevitabilmente rischia di sembrare meno attraente agli occhi di un lettore non specialista. Tuttavia, credo che quest’escursione di IRLP verso la vera e propria ricerca scientifica serva ancora una volta a dimostrare l’importanza di uno dei nostri assunti: stare vicini al testo, catalogarne alcuni fenomeni, è spesso una via – soltanto apparentemente più fredda – al dialogo militante. Come sarà evidente a chi legge, infatti, Alvino dimostra, a partire da un corpus di poeti del primo Novecento, come perfino un concetto critico ed estetico come l’espressionismo,  che sembrerebbe far parte del nostro abbiccì culturale, si riveli spesso un feticcio, se non una mera parola passepartout con cui sdoganare le nostre impressioni ogni volta che un testo ci sembra generalmente più forzato ed emotivo. E se il dialogo su quell’unico e particolare uso della lingua che chiamiamo poesia spesso si riduce al gioco delle parti di cui tutti facciamo esperienza, invece di essere duro, vero e onesto, è anche perché tutti (perfino critici di rilievo nazionale) cediamo a queste pigrizie del pensiero. A dire e scrivere con mestiere, invece di ripartire davvero ogni volta dall’abbiccì, cioè dal chiederci – in questo caso – «Cos’è che rende una poesia espressionista? Perché sento il bisogno di usare questa parola e non un’altra?». A volte è proprio la superficialità con cui si evita di fare queste domande a sé stessi che riduce le possibilità di confronto e ci scorta silenziosamente all’impossibilità di dire con esattezza, come ci ricordano le parole di Boine citate da Alvino: «questo tripudio estivo vasto e mostruoso che vuol dire, che vuol dire e non può». (Michele Ortore)


Sono, espressionismo ed espressionistico, termini precisi, che definiscono un ben determinato movimento e che non possono avere valore metastorico. Non possono e non devono essere usati ad indicare quei modi di rappresentazione o quelle forme di scrittura che, quasi categoria sovrastorica e nelle più diverse epoche — dall’Egitto e dalla Grecia omerica ai nostri giorni —, tendono con invenzioni espressive a dare più forza alla comunicazione letteraria esasperando i contrasti formali.

Vittore Branca

Non si aderisce volentieri alla tesi vulgata secondo cui spetterebbe de iure la qualifica di espressionista — anziché, semplicemente, di espressiva, espressivistica o plurilingue — a qualunque scrittura si stacchi dall’italiano medio caratterizzandosi per ricchezza di materiali, sfruttamento intensivo delle risorse linguistiche, centralità dei valori fonici a scapito dei tematici, gusto dell’esmesuranza e dei traslati violenti, propensione allo scorciamento e all’ellissi, scelte sintattico-lessicali rare con frizione di modi aulici e plebei.

Un equivoco più diffuso e radicato di quanto si creda, persino tra i nostri migliori analisti: non ne è immune, per non segnare che un caso, un critico-linguista del calibro di Mengaldo, il quale non si perita, fra altri eccessi, di definire francamente espressionistici i seguenti passi montaliani di Fuori di casa e Satura: «Poi si levò un vento ostinato, il cielo accese di colpo le sue luci sanguigne, lo stagno di Vaccarès si punteggiò di guizzi, gli alberi sconvolti iniziarono la loro danza e un’immensa sinfonia di grida, di belati e di bramiti soffocò le nostre voci»; «Se potessi vedermi tu diresti / che nulla è di roccioso in questo butterato / sabbiume di policromi / estivanti»,[1] su cui regna non si dirà calma piatta ma ordine da ogni rispetto, appena increspato da innocui frisson lessicali.

Da respingere con pari fermezza, per la contraddizion che nol consente, i sempre più insistenti appelli a contemplare due tipi d’espressionismo: della visione e delle parole, verbale e “contenutistico”, «dell’invenzione più che della lingua»,[2] insomma: sociologico/delle forme, quasiché l’espressione non concernesse per definizione il modo di formare, bensì i presunti significati (che in letteratura la partita si decida infallibilmente in sede linguistica, che per ciò stesso l’unico e solo contenuto sia il significato del significante e non si dia sconciatura di cose senza torsione espressiva e viceversa, è truismo evidentemente arduo da metabolizzare, malgrado il magistero novecentesco). Donde filze d’aberrazioni; qualche esempio tra i mille: l’autore dei Viceré battezzato espressionista a pieno titolo in quanto «quello di Faldella è un espressionismo, sì, ma di parole, in confronto a quello di cose, e che genera mostri, di De Roberto»;[3] idem l’inoffensivo Sbarbaro, per la spiccata sensibilità al tema della moderna città industriale intesa come bordello o deserto,[4] e il linguisticamente appena notevole Carlo Villa per via degl’incubi, «i sogni di vendetta», le «abnormi fantasticherie erotiche»[5] che popolano i suoi romanzi.

Così, del tutto inascoltato, Dante Isella fissava i termini della questione alla metà degli anni Ottanta:

Una scrittura espressiva non è affatto trasgressiva del sistema, usa al contrario le potenzialità del sistema stesso. Ogni vero scrittore, in questo senso, è ‘espressivo’, in misura maggiore o minore. La lingua parlata, a sua volta, è più ‘espressiva’ di norma che la lingua scritta, sempre assoggettata a un grado più o meno alto di formalizzazione. E così via. […] Usiamola dunque questa parola [espressionismo], come necessaria, in quanto viene a significare una nozione distinta: non di sfruttamento delle virtuali forze espressive del sistema, ma di violenza al sistema. Questa violenza al sistema può esercitarsi a diversi livelli (lessicale, morfologico-sintattico, stilistico, metrico) ed è una violenza di rappresentazione della realtà che si fa trasgressione linguistica.[6]

Ebbene, dei tre autori — Clemente Rebora, Piero Jahier, Giovanni Boine — unanimemente annessi alla categoria entro il variegato e contraddittorio, tutt’altro che pacificamente espressionistico, scenario della letteratura fiorita intorno alla «Voce» («che pure accoglie: impressionismo puro e spicciolo, un nome: Soffici; eccitato moralismo che si racconta egotisticamente in forme diaristiche, un nome: Papini; cerebralismo secco in disadorna poesia: Cecchi, o in prosa + poesia: Cardarelli; frammentismo paesistico e naturalistico a tecnica d’acquarello: Linati; ecc.»),[7] è certo che solo il primo — come ha provato Bandini in un contributo tuttora insuperato —[8] meriti plenariamente il predicato per i costanti attacchi al cuore del sistema e, quel che più vale, a norma iselliana, per la traumatica rappresentazione del mondo incarnata in forme eversive: scelta in ogni contesto di toni e registri aspri; massiccia presenza di dispositivi drammatizzanti o di fusione (sinestesie ossimori parasinteti) e arcaismi non riconducibili alla «inattualità del linguaggio misticheggiante» ma a uno «stilismo espressionistico affannosamente proteso a foggiarsi i propri strumenti in un’epoca carente di modelli nuovi e che rifiuta contemporaneamente i vecchi esempi»; omissione nelle similitudini dei nessi logici al fine di stabilire «l’identità tra due enti, con un processo di analogia che fa vivere, in uno stesso sintagma, astratto e concreto»; abbondanza di verbi dinamici esprimenti rottura e disfacimento, i più a prefisso s‑ intensivo; conversione degl’intransitivi in transitivi-causativi («il corso che pullula luci») e dei transitivi-riflessivi in intransitivi assoluti («tu sgretoli giù morta»); cumuli asindetici in iterazioni spesso ternarie; figuralità inaudita e allucinata; sintassi giustappositiva fratta nei suoi membri paratattici poiché «ogni verbo è carico di forte significazione e si costruisce un senso autonomo sapientemente inserito, attraverso parole ricche di suono, nelle strutture metriche». Tutto ciò, si badi, a veicolar temi e motivi ben espressionistici (in senso proprio: senza di che l’etichetta risulterebbe inapplicabile), quali la perdita dell’aura; l’idea dello spazio come visione deturpante-straniante; «l’anti-rappresentazionalità, il rifiuto della mimesi del reale»;[9] l’opposizione «tra volontà e fede, ciecamente operose (la terra), e istanza d’eternità e amore (il cielo)»;[10] «l’inanità fallimentare dell’individuo»;[11] l’identificazione della parola col sentimento e l’Urschrei; l’orrore della città tentacolare, «affollata solitudine» in cui si compie ogni corruzione e nefandezza.

Di macchie espressivistiche più o meno rade converrà meglio discorrere circa il secondo nome della terna. Lo scrutinio procura infatti magri bottini, per qualità e densità di fenomeni, in tutti i distretti grammaticali;[12] sicché, di nuovo — pur riconoscendo, ma è altro discorso, il forte interesse e lo spessore latamente sperimentale, in verso e in prosa, della lingua jahieriana —,[13] fa specie il fervore di quanti s’attentano a ragionare non pure di «linguaggio espressionisticamente teso», ma nientemeno che di «carica esplosiva».[14]

Nel lessico, due stilemi futuristi passivamente accolti (a differenza, come vedremo, di quanto accade in Boine): la composizione:

verbo + nome: specchianuvole (RES 125), cercaradicchio (RES 126), quetacoscienza (RES 129), lordascarpe (RES 130), gonfiacestino (RES 131), gremiscicestino (ivi), sfondacestino (ivi), portadote (RES 160), piegavestiti (ivi), [contabile] tirasomme (RA 88), [mestizia] premicuore (POE 10, 11), [uomo] guadagnapane (POE 12), [lavata di viso] cancellapianto (ivi), [albero] schiantamuro (POE 13, 15), [occhio] tracciasentieri (POE 13), improvvisariserve (POE 14), [palla di cotone] fondacasa [del coleottero] (ivi);[15]

verbo + verbo: comprapaga (RES 128);

verbo + pronome: leggitutto (RES 140);

aggettivo + aggettivo: rossiverdi (RA 76), chiarolucente (RA 117), verdiblù (POE 14), gialleverdi (POE 39), verdidorati (POE 64);

aggettivo + sostantivo: [articolisti] centopelli (RES 9), centovisi (RA 112), parigrado (POE 16), millefogli (POE 36);

aggettivo + participio: calmiseduti (RES 101);

sostantivo + aggettivo: cuorgonfio (RA 77), acquacorrente (RA 118), caporiccio (ivi), gambelarghe (RA 119), ariacorrente (POE 11), acqueterna (POE 35);

sostantivo + sostantivo: nottegiorno (POE 25, 35);

preposizione + nome: senzapensione (RES 27), senzacasa (POE 20), senzafede (POE 32), oltresiepe (POE 65), sottogiogo (ivi);

avverbio + aggettivo: [baia] frescofogliuta (POE 25)

e i conglomerati di due o più elementi uniti da trattino (non fusioni con mire simultaneistiche, ma mere giunzioni):

accettando-sollecitando (RES 9), pane-tetto-vestito (ivi), logico-utile (RES 15), casamenti-cimiteri (RES 20-21), bocca-cantina (RES 35), senza-libretto (RES 128), lenteggiante-negligente (RES 159), remontoir-savonetta (ivi), serio-importante (RES 163), [ronzino] compita-passi-estremi (RA 76), [spolverìo] giallo-caldo (RA 112), figlio-fratello (ALP 45), fratello-padre (ALP 48), strillanti-appesi [alle sottane] (POE 5), [uomo] occhi-rossi [di blenorragia] (POE 9), stradine-budelli (POE 10, 11), finestre-buche (POE 10), terra-polvere (ivi), segni-zampate [della morte] (POE 12), respiro-respirato (ivi), focaccia-ciambella (POE 14), nuovo-mondo (ivi), cassettoni-casamenti (POE 35), scoppi-ringhi [di baleni] (POE 39), orti-presepi (POE 40), grano-pane (POE 45), libertà-oppressioni (POE 64), campagna-collina (ivi), fedi-libertà-oppressioni (POE 65), viticci-ornato (ivi), con-pane [‘companatico’] (POE 67), ragazzo-maestro (POE 74);

un tecnicismo aeronautico allora in voga:

svergolare («[l’uccellino] svergola insospettito») ‘procedere secondo un percorso irregolare’ (POE 37);

un termine del linguaggio familiare:

miria ‘milligrammo’ (RA 115);

voci rare, antiche e letterarie:[16]

abbarcare, RA 104: «Abbarcavano l’ultimo fieno»: ‘ammucchiare’;

accantonamento, ALP 38: «il nostro a. della fornace»; ALP 133: «quando siamo arrivati a questo a. motoso»: ‘alloggiamento temporaneo delle truppe’;

aggroppato, RA 22: «le mucche […] aggroppate nella lettiera»: ‘intruppato’;

augnare, P 19: «a. verso l’appiglio»; ‘afferrare con le unghie’;

bacchiare, RA 100: «le bacchio tutte [le ragnatele]»: ‘percuotere qlc. per farlo cadere’;

ballotta, RA 45: «due calde tascate di ballotte»: ‘caldallessa’;

bazza, RA 54: «la b. tentennante»: ‘mento prominente’;

bischetto, RA 40: «il b. sotto l’impannata»: ‘deschetto del calzolaio’;

broletto, P 35: «il suo b. di lecci»: ‘giardino cintato’;

bubbolo, RA 101: «bubboli rossi di trifoglio»: ‘sonaglio’;

buffa (in), ALP 15: «andare in b.»: ‘esser dileggiato’;

canapule, RA 99: «fascio di canapuli d’argento»: ‘pezzo di fusto legnoso della canapa’;

ceppa, RA 106: «ceppe trinate di licheni»: lo stesso che ceppo;

chioccolare, P 35: «dev’essere rinfrescante sentirla [l’acqueterna] c.»: ‘il verso del merlo e del fringuello’;

cignolina, ALP 79: «arroncigliolerà le cignoline»: ‘strisce di pelle che passano sotto le scarpe o gli stivaletti per tener distesi i pantaloni’;

coltella, RA 79: «la c. ipocrita scende, scansando il filetto»: ‘coltello con lama lunga e larga’;

costolone, RA 58: «è un c. traverso, sanguigno»: ‘ragazzo grande e grosso’;

cretto, P 36: «cretti da sprangare»: ‘fenditura’;

croscio, RA 43: «il c. della gora sulle pale»; ALP 60: «crosci di pioggia»: ‘scroscio’;

finta, RA 54: «dietro si aggeggia una f.»: ‘finimento delle tasche’;

fragolato, RES 160: «l’adolescente capezzolo f.»: ‘che ha il colore della fragola matura’;

gattoni, RA 56: «come se nascondesse i g.»: ‘orecchioni’;

gragnola, RA 90: «la frutta che la g. ha atterrato»: ‘grandine’;

grangia, RA 117: «questa è la g. degli scivoloni sul fieno»: ‘granaio’;

guazzoso, RA 113: «fieni guazzosi»: da guazza;

imborsarsi, RA 120: «la pelle s’imborsa»: ‘gonfiarsi’;

impannata, RA 40: cfr. bischetto: ‘anta, infisso’;

impolparsi RA 77: «sradicare la rapa, impolparci a bocca spalancata»: ‘riempirsi’;

incalorito, RES 142: «seggiolone […] i. dal compianto scomparso»: ‘riscaldato, arroventato’;

inciprignito, RA 115: «ernia inciprignita»: ‘dolorante’;

incrodarsi, ALP 177: «mi son incrodato nelle nebbie»: ‘l’arrestarsi temporaneo dello scalatore su un punto critico della roccia’ (qui in senso metaforico);

ingiulebbare, RES 125: «ingiulebbò sacchi interi di zucchero»: ‘rendere sciropposo’;

ingommare, RES 159-60: «Se tonerà sarai tutto ingommato»; ALP 105: «Ingommino le gemme»: ‘diventare appiccicaticcio’ nel primo caso, ‘ricoprirsi di resina gommosa’ nel secondo;

insiememente, RES 21: «i. adibiti a guardaroba — e lavandino»: ‘insieme, al tempo stesso’;

latrinaio, RA 89: «finestra su corte latrinaia»: ‘che contiene una latrina’;

linguata, RA 106: «le linguate dei lampi»: ‘striscia allungata’;

maggengo, RES 125: «fieno m.»: ‘che matura e si raccoglie nel mese di maggio’;

maggiorino, RA 54: «Per il m. […] si possono scorcire questi pantaloni del babbo»: ‘bambino maggiore d’età tra altri fratelli piccoli’;

magnano, RA 58: «figliolo d’un m. di campagna»: ‘fabbro di fino’;

melletta, RA 107: «carro […] motoso fino alle sale, schizzato di m.»: ‘melma’;

motoso, RA 107: cfr. melletta; ALP 133: cfr. accantonamento: ‘cupo, coperto di fango’;

muriccia, P 37: «gelo indefesso […] / a sgretolare le pregne muricce strinate»: ‘muro a secco’;

oppo, P 37: «gli oppi slargano i ditoni ritorti»: ‘cipresso’;

percetturo, RES 119: «uomini percipienti, percetturi»: ‘che sta per percepire’;

pianeggiare, RA 101: «le libellule che pianeggiano sull’ali di cristallo»: ‘planare’;

piato (muovere), RES 128: «cominciarono a muover gran p.»: ‘intentare una causa’;

pinzare, RA 104: «sarà stato un tafano a pinzarla»: ‘il pungere degli insetti’;

rama, RA 103: «le rame più basse degli alberi»: ‘ramoscello’;

ranno, RA 65: «immergere le mani nel r. bollente»: ‘liscivia’;

recere, RES 18: «il suino […] rece e ringoia il mangiato»: ‘vomitare’;

rifascio (a), RA 65: «lenzuola sordide penzolanti a r. dalla finestra»: ‘alla bell’e meglio’;

rincotto, RA 112: «terra rincotta e spaccata»: ‘riarso, inaridito’;

riscoppiare, RA 45: «riscoppieranno le gemme dormenti»: ‘schiudersi, germogliare’;

sala, RA 100: «ruota […] colla sua s. appoggiata sulle sponde»; RA 106: «la s. del carro»; RA 107: cfr. melletta: ‘asse delle ruote’;

salare, RA 55: «s. la lezione di ginnastica»: ‘marinare’;

sbrancarsi, P 38: «contro l’uccellino / se si sbranca sfinito»: ‘separarsi dal branco’;

sbuzzato, RA 103: «la regina delle libellule si era un po’ sbuzzata»: ‘sventrato’;

scattivare, RES 125: «s. il convoglio»; RA 106: «le mele […] a scattivarle non restava nulla»: ‘liberare un frutto dalle parti guaste’ (nel primo caso in senso metaforico);

scrio, scrio, RES 127: «era retroceduto […] a Ispettorato così s., s.»: ‘puro e semplice;

sferreggiare, RA 114: «lo s. dei muli»: ‘battere gli zoccoli ferrati sul suolo’;

sgrappolato, RA 42: «colli di verzura sgrappolati di case»: ‘disseminato a grappolo’;

soggrottare, RA 42: «soggrotta le vecchie sponde»: ‘erodere’;

spelluzzicare, «RES 9: «spelluzzicatori di midolla altrui»; RA 101: «la vanessa atalanta vanitosa che spelluzzica in qua e in là»: ‘sbocconcellare’;

spietrare, ALP 136: «ogni anno bisogna tutta zapparla [la valle] per s.»: ‘togliere le pietre’;

sprazzante, ALP 16: «due secchie sprazzanti»: ‘gocciolante’;

steccolo, P 37: «come puntano / avidamente quegli steccoli in cielo!»: ‘ramoscello privo di foglie’;

stellare, RA 43: «stellerà in terra la prima stellina?»: ‘sbocciare’;

stenebrare, ALP 181: «[la natura] si stenebra a sera»: ‘illuminare’;

stracollare, RA 78 : «l’osso che stracolla il peso»; RA 113: «bombi turchini che stracollano i fiori»: ‘far piegare col proprio peso’;

strinato, P 37: cfr. muriccia: ‘sbruciacchiato dal gelo’;

strusciata, RA 56: «Le calze arricciano una pelurie rossigna dalle grandi strusciate»: ‘ripetuta lavatura di un indumento’;

sverzino, RA 76: «pizzicotti di s. a ogni fermata»; RA 100: cfr. scioncare; ‘scheggia di legno’, ‘ramoscello’;

svoltolare, RA 101: «le [alla vanessa] lascio svoltolar tutta la sua tromba nera»: ‘allungare’;

tor, ALP 64: «andar a t. il tabacco da fiuto»: ‘prendere’;

tramontano, RES 26: «la fioritura del melo sfarfalla nel t.»; P 35: cfr. broletto: ‘esposto a settentrione’;

usciolo, RA 117: «busso forte all’u. sotto la loggia»: ‘porticina’;

dialettalismi e regionalismi:[17]

aggeggiare, RA 54: «dietro si aggeggia una finta»: ‘accomodare, ornare’ (tosc.);

balma, RA 46: «il pascolo è una b. che albergherà un altro focolare»; ALP 70: «e la b. di roccia ci ricoprirà»: ‘roccia sporgente, grotta’ (ligur.);

baravantana, RA 100: «noci baravantane»: ‘qualità di noce’ (piem.);

bergeria, ALP 58: «bergerie di Val Chisone»: ‘ovile’ (piem.);

bodda, P 20: «come la b. schiacciata»: ‘rospo’ (tosc.);

brincello, RA 64: «un b. di pietanza»: ‘pezzetto’ (tosc.);

bucoritto (a), POE 64: «oche per statura militarizzate a b. nelle più profonde vetrine»: ‘piegato a 90 gradi, col sedere in aria’ (tosc.);

busa, RA 105: «le vacche non buttano neanche abbastanza buse»: ‘sterco’ (piem.);

cavagnino, RA 116: «riposto il suo pane di burro […] nel c.»: ‘canestrino’ (region.);

citto, ALP 101: «i cittini alla cerca del primo verde»: ‘bambino’ (tosc.);

cuccumeggiare, RA 85: «cuccumeggia segnalandola al professore»: ‘fare il verso della civetta’ (region.);

gora, RA 54: «gore di sudato»: ‘alone di sporco’ (tosc.);

gotto, ALP 16: «qualche g. biondo bagnerà la penna»: ‘bicchiere’ (venet.);

imbuzzato, RES 126: «imbuzzate vagonate di fresco pane»: ‘rimpinzato’ (tosc.);

interessoso, POE 35: «sole i.»: ‘soverchiamente attaccato al proprio interesse’ (tosc.);

intignare, RES 38: «Il suo corredo minacciava di i.»: ‘venir roso dalle tarme’ (region.);

loioso, POE 11: «ciocche d’oro loiose»: ‘sudicio, unto’ (tosc.);

lucciolato, RA 42: «[città] lucciolata di rari fanali»: ‘ulcerato, piagato’ (tosc.); o da lucciola, nel qual caso si tratterebbe di neologismo semantico;

macellaro, RA 78: «arrivar dal m. a bottega sfollata»; POE 8: «macellari badiali» (region.);

macìa, R 46: «la m. che ha liberato il pascolo»: ‘mucchio di pietre’ (tosc.);

magna, RA 45: «la vecchia m.»; RA 117: «la rigida m.»; ‘zia’ (piem.);

margaria, RA 86: «il ragazzo presentava le margarie alpine del suo paese»: ‘contratto con cui si garantisce al bestiame di montagna di poter svernare in pianura’ (region. sett.);

mencio, ALP 60: «pagliericcio m.»; P 174: «negli scarponi menci»: ‘logoro, sgonfiato’ (tosc.);

midolla, RA 119: «midolle d’una pagnotta sbriciolata»: ‘mollica di pane’ (tosc.);

muglio, RA 97: «la caldaia dal suo stomaco fondo tira fuori quel m.»: ‘muggito’ (tosc.);

pelletica, RA 75: «p. intorno al girello»: ‘pelle floscia’ (tosc.);

peso, RES 141: «capone p.»; ALP 118: «legna più pesa»: ‘pesante’ (tosc.);

pinterino, RA 48: «Perché hai detto “non doveva nascere questo p.”?»: ‘bimbo’ (tosc.);

pippolino, RA 54: «sottana a pippolini»: ‘puntini’ (tosc.);

pirolino, RA 91: «il suo uomo, un p. tutto cravatta»: ‘uomo piccolo e petulante’ (region.);

ranco, RA 101: «[le talpe] filano via ranche ranche»: ‘che cammina arrancando’ (ligur.);

salcio, RA 99: «i salci rossi»; ALP 108: «il zufolo fresco di s. mondato»: ‘salice’ (tosc.);

schiampa, RA 117: «le fiamme vivaci delle schiampe»: ‘pezzo di legno da ardere ricavato dalla spaccatura del ciocco con la scure’ (region.);

schiccolare, ALP 115: «il seme di guerra che la fanciulla schiccola pian piano»: ‘far cadere i semi nei solchi uno ad uno’ (tosc.);

scioncare, RA 100: «Io scionco uno sverzino di salice»: ‘troncare’ (tosc.);

sfilaccicato, RA 53: «[colletti] sfilaccicati»: ‘sfilacciato’ (tosc.);

sgorare, RES 160: «Disse ancora il vestito — sgorami»: ‘togliere le macchie di sudore’ (tosc.);

sgrigliolare, RES 111: «cereali che sgrigliolano»; RA 98: «la cioccolata che sgrigliola»: ‘sgretolare’ (tosc.);

spelo, RA 45: «cane s. senz’anima»: ‘spelacchiato’ (tosc.);

steccare, RA 75: «[carne] che non si può neanche s.»: ‘farcire’ (tosc.);

strinto, RA 78: «lingua strinta fra i dentini di latte»: ‘stretto’ (tosc.);

stroscia, RES 145: «all’invito della s.»: ‘rovescio d’acqua, scroscio di pioggia’ (tosc.);

tagliolo, RA 79: «sottrae il t. croccante a uno dei fratelli»: ‘bocconcino di carne’ (tosc.);

tonfano, RA 115: «casa […] con una fiancata strapiombante sui tonfani del Rusigliardo»: ‘punto di un fiume in cui l’acqua è più profonda’ (tosc.);

tossicone, RA 105: «a volte prendono un t.»: ‘tosse forte e insistente’(tosc.);

zangola, RES 167: «ritaglio di cuoio in molle nella z.»: ‘recipiente’ (region. sett.).

       Numeratissime le coniazioni d’autore, costituite in netta maggioranza da deverbali e parasinteti, in linea con la concezione filoverbale e antiaggettivale dell’espressionismo (alcune — ad esempio automobilare, componimentare e disintelligenzato — veri e proprî sgorbî onomaturgici pour épater). Esaminiamole partitamente:

accallottare, RA 89: «si accallottava la chioma»: da calotta o callotta ‘reticella usata, spec. in passato, per tenere i capelli in piega’;

appettato, RA 80: «a. alla siepe»: ‘appoggiato col petto’ (neol. semantico);

arroncigliolare, ALP 79: «arroncigliolerà le cignoline»: lo stesso che arroncigliare, da roncigliolo, dim. di ronciglio;

attoparsi, RA 70: «s’era attopato dietro un mucchio di cordami»: ‘nascondersi come fa il topo’;

automobilare, RES 75: «automobilando tra i pericoli del traffico»: da automobile;

bracioloso, RES 133: «gota braciolosa»: da braciola col suff. –oso;

caprioleggiante, RA 111: «piedi caprioleggianti»: da capriolo col suff. verbale iterativo ‑eggiante: ‘che fa capriole’;

chiacchierativo, RES 68: «vuotaggini chiacchierative»; POE 13: «pigra vita chiacchierativa»: da chiacchierare;

clarineggiare, POE 35: «il rosignolo […] clarineggia negli orecchi di un Sileno incrostato»: denominale da clarino col suff. verbale iterativo ‑eggiare;

componimentare, RA 90: «Componimentate i Musei»: denominale da componimento: ‘svolgere temi scolastici su un dato argomento’;

contrappelare, RES 133: «contrappelò […] la trepida gota»: ‘radere di contropelo’;

disintelligenzato, RES 14: «essere amministrativo spersonalizzato, d.»; RES 24: «d.»: da un supposto *intelligenzare ‘rendere intelligente’, denominale da intelligenza, col pref. dis‑ sottrattivo;

duriore, RES 23: «Se dunque il funzionario è duro, il superiore sarà duriore; se pigro, il superiore sarà pigriore; se villano, il superiore villaniore»: calco dal lat. durior ‘più duro’, comparativo di durus;

elasticato, RA 83: «bluse […] elasticata alla vita»: denominale da elastico;

giocattolato, POE 40: «l’isola giocattolata per i bambini»: ‘ridotto a giocattolo’;

immuscolire, RA 78: «non si è immuscolito pei solchi»; POE 65: «passeggiate per immuscolir volontari»: nel primo caso ‘diventare robusto’, nel secondo ‘dotare di forti muscoli’;

impoltigliare, RES 125: «impoltigliò […] sacchi interi di zucchero»: ‘ridurre in poltiglia’;

incioccolatare, RA 42: «acqua selvaggia che stempera la terra in un momento, che incioccolata il torrente in alluvione»: da cioccolato col pref. in‑ illativo: ‘conferire un colore simile a quello del cioccolato’;

incotennare, RES 26: «le gramigne gli incotennano e inchiodano la terra»: da cotenna col pref. in‑ illativo: ‘render duro come cotenna’;

incotennito, POE 77: «bagnati, maschio i.»: da cotenna col pref. in‑ illativo: ‘dalla pelle dura come cotenna’;

ingoffarsi, RA 56: «pettorino della marinara che s’ingolfa al colletto»: ‘formare una arricciatura, uno sbuffo’;

insolidale, POE 75: «insolidali e divisi»: vd. insolidarietà;

insolidarietà, POE 75: «Ha di queste i. la letteratura»: comp. da in‑ negativo e solidarietà;

intettoiato, RA 97: «La macchina [un tram] tutta fasciata e intettoiata»: da tettoia col pref. in‑ illativo;

irrugiadito, RES 25: cfr. spastare: ‘irrorato’;

miseriata, POE 35: «Debbono fare i ricchi: e noi, poveri, qui a sorvegliare che non facciano miseriate»: da miseria: ‘atto indegno di un gentiluomo’;

museggiare, RES 84: «lo scoiattolo […] museggiava dentro una siepe»: ‘allungare, protendere il muso’;

naftolizzato, POE 65: «letti naftolizzati»: denominale da naftolo: ‘che emana odore di naftolo, di disinfettante’;

pigriore, RES 23: cfr. duriore: calco dal lat. pigrior ‘più pigro’, comparativo di piger;

rimbodizzare, POE 76: «i letterati […] si danno vizi e carnalità immaginarie per poterle r.»: da [Arthur] Rimbaud;

rincasermare, ALP 14: «questa fede alpina […]. Ci rincaserma felici»: da caserma col pref. rin‑ iterativo: ‘far rientrare in caserma’;

sassaio, RA 115: «lo spaccapietre, il s.»: ‘lavoratore di una cava’;

sciacquino, RES 37: «minestre sciacquine»: ‘diluito e di cattiva qualità’;

scoltellare, RES 130: «scoltelli un tocchetto»: ‘privare un taglio di carne delle parti grasse o dure a masticarsi’;

scorridoiare, RES 119: «il reumatizzato che scorridoia a passettini»: ‘camminare su e giù per un corridoio’;

semaforare, RA 85: «A forza di s., Carrera ai primi del bimestre è interrogato»: denominale da semaforo: ‘segnalarsi, mettersi in mostra’;

sferreggiare, RA 114: «lo s. dei muli»: da ferro con pref. s‑ intensivo e suff. verbale frequentativo ‑eggiare: ‘battere gli zoccoli ferrati sul suolo’;

sirenare, RES 126: «sibilando, sirenando»: ‘emettere un segnale acustico intenso e continuo’;

snoiarsi, RES 18: «per s. mille volte richiacchierassero il chiacchierato»; POE 54: «Non hanno, per s., che il lavoro degli altri»: da noiarsi col pref. s‑ sottrattivo;

soffochio, POE 11: «nel s. agostano»: da soffocare col suff. –ìo di continuità e intensità: ‘afa opprimente’;

spaiolare, ALP 134: «quando spaioli la polenta»: ‘versare la polenta dal paiolo per servirla’;

spastare, RES 25: «spastando e impastando smotte dure irrugiadite di sudori»: lo stesso che impastare, col pref. s‑ intensivo in luogo di in‑ illativo;

sportellato, POE 37: «il treno […] s. di fuoco»: ‘fornito di uno o più sportelli’;

stellìo, POE 41: «s. di firmamento»: da stellare col pref. –ìo di continuità e intensità: ‘luccichio, scintillio’;

vacillìo, POE 37: «il v. della costellazione»: da vacillare col suff. –ìo di continuità e intensità: ‘baluginio, sfavillio di stelle’;

villaniore, RES 23: cfr. duriore: calco dal lat. villanior ‘più villano’, comparativo di villanus.

In campo sintattico si registrano minime manovre topologiche raramente forzate sino all’iperbato (esclusivamente in RES):

nutrito lo avrebbe (10), quando ebbe il giovanile sangue effervescente preso nei vasi stabile equilibrio (ivi), in tale veduta profondando (ivi), umane professioni (63), italiana nazione (65);

dislocazioni avverbiali (altro costrutto boiniano sul quale ci soffermeremo), ascrivibili meno a istanze ritmico-prosodiche che a un substrato dialettale o regionale[18] (si stenta a credere che Boine abbia così profondamente suggestionato Jahier da indurlo a ricalcare un tal modulo microsintattico, che solo l’orecchio d’un superlettore come Contini sarebbe in grado di percepire):[19]

gracile d’ossa e granita bene (RES 39), Le serba fede sempre; non ha toccato altra donna mai (ALP 29), Perché non vuole che torni oltremare dopo (ivi), Perché siamo separati ora (ALP 43), senza spensieratezza mai (ALP 46), ho indicato avanti ancora (ALP 60), sarà troppo difficile ancora (ALP 79), ha dovuto tener sempre aperti bene i due occhi (ALP 80), noi che non siamo stati redenti mai (ALP 82), non cercano scusa mai (ALP 97), vanno all’assalto 7 volte almeno (ivi), non abbiam detto a un altro popolo mai (ALP 117), non è che una pannocchia di sorgo, ma fa polenta sempre (ALP 140);

poche dislocazioni a sinistra, quasi tutte nei testi poetici:

il tuo bambino forte te l’hanno cambiato (RA 41), I suoi pensieri li so a mente (POE 12), La più bella anima gli ho inventato (POE 56), lo travolgevo a vivere secondo quel cuore, / il solo amico che ho avuto (ivi), Ma il cuore che gli avevo dato / nel mio petto l’ho ripreso (ivi), Il nostro tempo […] cominciamo a marcarlo (POE 77)

e anacoluti in funzione più mimetica che espressiva:

Lui che fissa la ricorrenza lieta, nessuno quel giorno si vuol rallegrare (RES 63), Lui che non ha tempo per dedicarsi alla pittura […], gli avanza sempre del tempo (ivi), Lui che consuma […], seguitano a esistere anche per lui (ivi), la madre, ch’è una madre all’antica, non le importa di capire (RA 53), Il fratello che hanno mandato mozzo a quattordici anni perché svoltava male, è arrivata una sua lettera (RA 69), c’è la minaccia di andare in buffa chi non ce la potrà fare (ALP 15), un uomo che mangia come un altro non gli resta che il prestigio dell’anima per distinzione (ALP 24), un uomo che porta, la testa gli dà noia (ALP 76), Somacal gli hanno impedito di imparar l’operaio perchè era così buon manovale (ALP 77), come quando si arriva nella città nuova che si cerca lavoro (ALP 93), Chi si porta dietro questa, i piedi non gli arderanno mai (ALP 98), Il cittadino, invece, gli dà una falsa impressione di facilità […] l’industria manifatturiera (ALP 135), Lui il suo pensiero è il salario (ALP 135), la Domenica viene che si comprano i buoni divertimenti (POE 5), La poesia che leggo ora, sono assenti molte sue parole (POE 55), Il solo amico che ho avuto / gli ho messo nel petto un fortissimo cuore (POE 56).

A livello morfologico, un solo esempio di riduzione dell’imperfetto di terza persona:

Appena l’altra avea tempo di scendere (POE 5).

Per la morfosintassi, non più di due occorrenze d’articolo determinativo debole dinnanzi a z, cui sarebbe temerario assegnare una particolare intenzionalità, data la piena plausibilità della forma nell’italiano dell’epoca (la ritroveremo nell’autore di Frantumi) e non solo:

la schiena più quadra, che ha Soccòl per prendere il zaino del malato (ALP 95), Risuoni il zufolo fresco di salcio mondato / e la vena d’argento risbocchi dal nevato (POE 90)

e, quanto a morfologia verbale, un mannello di transitivizzazioni d’intransitivi (frequenti, come s’è detto, in Rebora e non ignote a Boine):

mille volte richiacchierassero il chiacchierato (RES 18), La sua felice improvvisazione […] esilara sempre numerosissimo uditorio (RES 51), Gli impiegati passeggiano intorno uno sguardo atono (RES 140), la passeggia […] sulla ghiaia (RES 156), sui tonfani del Rusigliardo guizzati da lampi (RA 115), la nebbia reumatica che le ali funebri dei corvi remano piano piano (ALP 12), Abbiam camminato i mosaici puliti della massicciata in pendio (ALP 60), viaggiare questo mondo (ALP 145), i biglietti che sanno odore, di riviera (POE 7), uscioli […] tanfanti lezzo (POE 10), casse […] curiosate (POE 11), bisticciando il cantuccio di marciapiede (ivi), i cipressi voluttuosi frusciano i lunghi colli (POE 37), cavi sotterra frementi luce; fili in cielo ronzanti parole (POE 43), ricamminò la sua strada (POE 77).

Non sortiscono, per la loro sporadicità, l’effetto di elevare la temperatura stilistica né i fenomeni rimici e pararimici in RES:[20]

Ma per chi è a ruolo il mondo è ancorato; / lo aspetta a fermo; ogni giorno di vivere ha terminato (27), Son guariti di rischio, guariti di passione: con economia e decoro, tutti su donna legittima espletano la sessuale mansione (ivi), Tale la conclusione positiva scaturita dal fatto materiale. / Si ha motivo di ritenere che l’avvenire debba darle ragione. / Comunque, si avanza la presente, in duplice esemplare, all’italiana nazione, con preghiera di prenderla in considerazione (29), alla mancanza di dimora dei diseredati / all’appetito specifico rientrato o da rientrare dei disoccupati / alle artriti dei pescatori esposti sulle marine / alle ernie degli scaricatori atterrati sulle banchine / al lordamento abiti dei verniciatori / alle polmoniti dei muratori / alle emicranie e sterilità degli scrittori / alla nevrastenia dei fontanieri / all’irrequietezza dei carrettieri (121)

né gli accumuli tipici delle scritture espressivistiche e barocche:

il quale non era chiuso né da muri guarniti di vetri, né da siepi di marruche, né da cancellate, né da palizzate, né da reticolati, né da steccati, né da fossati (RES 86), Col suo teatro gonfio di sacca di grano e la sua stazioncina imbottigliata di vagoni, e i suoi alberghi Comandi Militari, e le sue scuole polveriere e i suoi campanili osservatorii, e sbuffi di latrine e ossami alle sue villeggiature e i suoi portici rigurgitanti di militari che tutti vogliono passeggiare, che tutti vogliono comprare, che tutti si vogliono divertire (ALP 6), Allora questo qualunque rancio è il rancio della patria; questo qualunque segnale è segnale di patria; questo qualunque soldato che incontri ti conosce, perchè sei il suo ufficiale e lui è il tuo soldato (ALP 161)

né tantomeno le metafore ardite: non più che «il marmorto delle sue iridi» (RA 85), «il cielo miosotide» (ALP 61) e il marinettiano «fragore delle sue cento ruote, schiaffeggiate di trasmissioni» (POE 27).

Da segnalare in POE un toscanismo («più che si puole», 82) e un sostantivo superlativo (palazzissimi, 64), oltreché una curiosità in ALP: l’enjambement titolo-testo, ripreso non a caso da un poète en prose quale l’ultimo Pizzuto in Pagelle,[21] Ultime,[22] Penultime[23] e Giunte e virgole.[24]

Di un acceso, sovente accusato e fin parossistico espressivismo ai limiti della deformazione, e non già, come azzardano i più, d’un sistema a tutti gli effetti espressionistico (ossia, è bene ribadirlo, radicale straniamento della visione/dominio assoluto della lingua e sua continua violazione, sentita quale l’unico atto di potere concesso all’artista) è al contrario portatrice la pagina boiniana, che tuttavia allo spoglio[25] appare, sì, un’orgia d’istituti espressionistici formali allo stato puro, ma quasi affatto privi della necessaria simmetria sul versante tematico, tanto nei maledetti e in sostanza impressionistici Frantumi (scrittura perdutamente lirica, dove ogni sillaba è innalzata a canto) quanto nel furente, smembrato, stilisticamente narcisistico non-romanzo Il peccato, come rilevava un critico di prim’ordine ingiustamente dimenticato:

In [questo] breve romanzo, che narra l’amore di un giovane per una novizia, il B. passa continuamente dalla riflessione critica in prima persona alle improvvise effusioni liriche: ora di teneri «sentimenti», di «paure vaghe», di malinconie crepuscolari; ora di «gridi» improvvisi dell’anima: illuminazioni e analogie inquietanti, ritmi ostinati e parole arricchite di sensi nuovi per via di accostamenti imprevisti. Vero è che l’impeto lirico si smorza, qui, in una sorta di facile impressionismo, in un discorso mosso e animato, più eloquente che poetico; e le riflessioni del protagonista si stemperano in un entusiasmo un po’ libresco per una letteratura raffinata e sottile, che può rammentare certi personaggi di D’Annunzio. Manca, d’altra parte, un vero ritmo narrativo (il B. scriverà più tardi di aver voluto rappresentare nel Peccato la «dolorosa, angosciata complessità del pensare», muovendo da «pochi fatti», da una cronistoria esteriore «estremamente gracile»); ed anche gli accenti e le immagini più realistiche e certi dialoghi, che vorrebbero sembrare vivi e spigliati, hanno un sapore falso e un tono da esercitazione letteraria.[26]

Il dato di gran lunga più impressionante è la totale sfiducia nell’efficacia comunicativa della nomenclatura tanto quotidiana che letteraria, congiunta a un’insaziata brama di dire, di dirsi a qualunque costo e con qualsiasi mezzo («la lirica violenza di solleone, la rabbiosa ebbrezza, questo tripudio estivo vasto e mostruoso che vuol dire, che vuol dire e non può»),[27] scavando nicchie tra le parole per replicare ribadire aumentare correggere chiosare, sfondando i confini della grammatica nel disperato tentativo di evadere dalla prigione linguistica tradizionale, sulle tracce dell’oltre, della vita seconda delle cose, contro l’ovvio, la facile musicalità, il bello scrivere («Ebbi paura del ritmo come della prigione. Cercai me stesso fuori del ritmo. Ruppi la mia frase, frantumai ostinato, iroso la mia parola come chi scagli contro il muro il bicchiere ove beve»).[28]

Ed ecco gli accumuli enumerativi d’ogni genere e misura:

una bieca ribelle voluttà di peccare, di profanare, di rompere (P 32), I borghesi come la notizia s’era diffusa, s’era propagata giù di bottega in bottega, di crocchio in crocchio, al mercato, in farmacia, per le sacristie, al caffè, nei salotti delle molte giovani e vecchie beghine signore, ascoltata, ripetuta, ingrossata e contorta con l’avidità, con la voluttà ora scandolezzata ora apertamente gaudente d’ogni buon pettegolezzo nuovo in provincia (P 49-50), Ed intorno a lui, si torceva, si muoveva, tripudiava la carne (C 425), Qualcosa di ampio, di enorme, di cosmico (ivi), come una delicata, faticosa, dolorosa opera (C 428), più cieco, più spontaneo, più modesto anche (RS 475), c’è bisogno di ricchi, di signori, di liberi (RS 47