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IRLP inaugura il suo 2016 ospitando un saggio di Gualberto Alvino, critico e filologo che da anni dedica studi e pubblicazioni di grande rilievo soprattutto – ma non solo – alla prosa sperimentale del Novecento (in particolare Pizzuto e D’Arrigo). Coerentemente con la sua formazione e la sua storia, Alvino in questo testo dà ampio spazio alla documentazione di fatti linguistici puntuali: come abbiamo sottolineato più volte nei nostri editoriali, si tratta di un’impostazione che di rado capita d’incontrare nella critica in rete, e che inevitabilmente rischia di sembrare meno attraente agli occhi di un lettore non specialista. Tuttavia, credo che quest’escursione di IRLP verso la vera e propria ricerca scientifica serva ancora una volta a dimostrare l’importanza di uno dei nostri assunti: stare vicini al testo, catalogarne alcuni fenomeni, è spesso una via – soltanto apparentemente più fredda – al dialogo militante. Come sarà evidente a chi legge, infatti, Alvino dimostra, a partire da un corpus di poeti del primo Novecento, come perfino un concetto critico ed estetico come l’espressionismo,  che sembrerebbe far parte del nostro abbiccì culturale, si riveli spesso un feticcio, se non una mera parola passepartout con cui sdoganare le nostre impressioni ogni volta che un testo ci sembra generalmente più forzato ed emotivo. E se il dialogo su quell’unico e particolare uso della lingua che chiamiamo poesia spesso si riduce al gioco delle parti di cui tutti facciamo esperienza, invece di essere duro, vero e onesto, è anche perché tutti (perfino critici di rilievo nazionale) cediamo a queste pigrizie del pensiero. A dire e scrivere con mestiere, invece di ripartire davvero ogni volta dall’abbiccì, cioè dal chiederci – in questo caso – «Cos’è che rende una poesia espressionista? Perché sento il bisogno di usare questa parola e non un’altra?». A volte è proprio la superficialità con cui si evita di fare queste domande a sé stessi che riduce le possibilità di confronto e ci scorta silenziosamente all’impossibilità di dire con esattezza, come ci ricordano le parole di Boine citate da Alvino: «questo tripudio estivo vasto e mostruoso che vuol dire, che vuol dire e non può». (Michele Ortore)


Sono, espressionismo ed espressionistico, termini precisi, che definiscono un ben determinato movimento e che non possono avere valore metastorico. Non possono e non devono essere usati ad indicare quei modi di rappresentazione o quelle forme di scrittura che, quasi categoria sovrastorica e nelle più diverse epoche — dall’Egitto e dalla Grecia omerica ai nostri giorni —, tendono con invenzioni espressive a dare più forza alla comunicazione letteraria esasperando i contrasti formali.

Vittore Branca

Non si aderisce volentieri alla tesi vulgata secondo cui spetterebbe de iure la qualifica di espressionista — anziché, semplicemente, di espressiva, espressivistica o plurilingue — a qualunque scrittura si stacchi dall’italiano medio caratterizzandosi per ricchezza di materiali, sfruttamento intensivo delle risorse linguistiche, centralità dei valori fonici a scapito dei tematici, gusto dell’esmesuranza e dei traslati violenti, propensione allo scorciamento e all’ellissi, scelte sintattico-lessicali rare con frizione di modi aulici e plebei.

Un equivoco più diffuso e radicato di quanto si creda, persino tra i nostri migliori analisti: non ne è immune, per non segnare che un caso, un critico-linguista del calibro di Mengaldo, il quale non si perita, fra altri eccessi, di definire francamente espressionistici i seguenti passi montaliani di Fuori di casa e Satura: «Poi si levò un vento ostinato, il cielo accese di colpo le sue luci sanguigne, lo stagno di Vaccarès si punteggiò di guizzi, gli alberi sconvolti iniziarono la loro danza e un’immensa sinfonia di grida, di belati e di bramiti soffocò le nostre voci»; «Se potessi vedermi tu diresti / che nulla è di roccioso in questo butterato / sabbiume di policromi / estivanti»,[1] su cui regna non si dirà calma piatta ma ordine da ogni rispetto, appena increspato da innocui frisson lessicali.

Da respingere con pari fermezza, per la contraddizion che nol consente, i sempre più insistenti appelli a contemplare due tipi d’espressionismo: della visione e delle parole, verbale e “contenutistico”, «dell’invenzione più che della lingua»,[2] insomma: sociologico/delle forme, quasiché l’espressione non concernesse per definizione il modo di formare, bensì i presunti significati (che in letteratura la partita si decida infallibilmente in sede linguistica, che per ciò stesso l’unico e solo contenuto sia il significato del significante e non si dia sconciatura di cose senza torsione espressiva e viceversa, è truismo evidentemente arduo da metabolizzare, malgrado il magistero novecentesco). Donde filze d’aberrazioni; qualche esempio tra i mille: l’autore dei Viceré battezzato espressionista a pieno titolo in quanto «quello di Faldella è un espressionismo, sì, ma di parole, in confronto a quello di cose, e che genera mostri, di De Roberto»;[3] idem l’inoffensivo Sbarbaro, per la spiccata sensibilità al tema della moderna città industriale intesa come bordello o deserto,[4] e il linguisticamente appena notevole Carlo Villa per via degl’incubi, «i sogni di vendetta», le «abnormi fantasticherie erotiche»[5] che popolano i suoi romanzi.

Così, del tutto inascoltato, Dante Isella fissava i termini della questione alla metà degli anni Ottanta:

Una scrittura espressiva non è affatto trasgressiva del sistema, usa al contrario le potenzialità del sistema stesso. Ogni vero scrittore, in questo senso, è ‘espressivo’, in misura maggiore o minore. La lingua parlata, a sua volta, è più ‘espressiva’ di norma che la lingua scritta, sempre assoggettata a un grado più o meno alto di formalizzazione. E così via. […] Usiamola dunque questa parola [espressionismo], come necessaria, in quanto viene a significare una nozione distinta: non di sfruttamento delle virtuali forze espressive del sistema, ma di violenza al sistema. Questa violenza al sistema può esercitarsi a diversi livelli (lessicale, morfologico-sintattico, stilistico, metrico) ed è una violenza di rappresentazione della realtà che si fa trasgressione linguistica.[6]

Ebbene, dei tre autori — Clemente Rebora, Piero Jahier, Giovanni Boine — unanimemente annessi alla categoria entro il variegato e contraddittorio, tutt’altro che pacificamente espressionistico, scenario della letteratura fiorita intorno alla «Voce» («che pure accoglie: impressionismo puro e spicciolo, un nome: Soffici; eccitato moralismo che si racconta egotisticamente in forme diaristiche, un nome: Papini; cerebralismo secco in disadorna poesia: Cecchi, o in prosa + poesia: Cardarelli; frammentismo paesistico e naturalistico a tecnica d’acquarello: Linati; ecc.»),[7] è certo che solo il primo — come ha provato Bandini in un contributo tuttora insuperato —[8] meriti plenariamente il predicato per i costanti attacchi al cuore del sistema e, quel che più vale, a norma iselliana, per la traumatica rappresentazione del mondo incarnata in forme eversive: scelta in ogni contesto di toni e registri aspri; massiccia presenza di dispositivi drammatizzanti o di fusione (sinestesie ossimori parasinteti) e arcaismi non riconducibili alla «inattualità del linguaggio misticheggiante» ma a uno «stilismo espressionistico affannosamente proteso a foggiarsi i propri strumenti in un’epoca carente di modelli nuovi e che rifiuta contemporaneamente i vecchi esempi»; omissione nelle similitudini dei nessi logici al fine di stabilire «l’identità tra due enti, con un processo di analogia che fa vivere, in uno stesso sintagma, astratto e concreto»; abbondanza di verbi dinamici esprimenti rottura e disfacimento, i più a prefisso s‑ intensivo; conversione degl’intransitivi in transitivi-causativi («il corso che pullula luci») e dei transitivi-riflessivi in intransitivi assoluti («tu sgretoli giù morta»); cumuli asindetici in iterazioni spesso ternarie; figuralità inaudita e allucinata; sintassi giustappositiva fratta nei suoi membri paratattici poiché «ogni verbo è carico di forte significazione e si costruisce un senso autonomo sapientemente inserito, attraverso parole ricche di suono, nelle strutture metriche». Tutto ciò, si badi, a veicolar temi e motivi ben espressionistici (in senso proprio: senza di che l’etichetta risulterebbe inapplicabile), quali la perdita dell’aura; l’idea dello spazio come visione deturpante-straniante; «l’anti-rappresentazionalità, il rifiuto della mimesi del reale»;[9] l’opposizione «tra volontà e fede, ciecamente operose (la terra), e istanza d’eternità e amore (il cielo)»;[10] «l’inanità fallimentare dell’individuo»;[11] l’identificazione della parola col sentimento e l’Urschrei; l’orrore della città tentacolare, «affollata solitudine» in cui si compie ogni corruzione e nefandezza.

Di macchie espressivistiche più o meno rade converrà meglio discorrere circa il secondo nome della terna. Lo scrutinio procura infatti magri bottini, per qualità e densità di fenomeni, in tutti i distretti grammaticali;[12] sicché, di nuovo — pur riconoscendo, ma è altro discorso, il forte interesse e lo spessore latamente sperimentale, in verso e in prosa, della lingua jahieriana —,[13] fa specie il fervore di quanti s’attentano a ragionare non pure di «linguaggio espressionisticamente teso», ma nientemeno che di «carica esplosiva».[14]

Nel lessico, due stilemi futuristi passivamente accolti (a differenza, come vedremo, di quanto accade in Boine): la composizione:

verbo + nome: specchianuvole (RES 125), cercaradicchio (RES 126), quetacoscienza (RES 129), lordascarpe (RES 130), gonfiacestino (RES 131), gremiscicestino (ivi), sfondacestino (ivi), portadote (RES 160), piegavestiti (ivi), [contabile] tirasomme (RA 88), [mestizia] premicuore (POE 10, 11), [uomo] guadagnapane (POE 12), [lavata di viso] cancellapianto (ivi), [albero] schiantamuro (POE 13, 15), [occhio] tracciasentieri (POE 13), improvvisariserve (POE 14), [palla di cotone] fondacasa [del coleottero] (ivi);[15]

verbo + verbo: comprapaga (RES 128);

verbo + pronome: leggitutto (RES 140);

aggettivo + aggettivo: rossiverdi (RA 76), chiarolucente (RA 117), verdiblù (POE 14), gialleverdi (POE 39), verdidorati (POE 64);

aggettivo + sostantivo: [articolisti] centopelli (RES 9), centovisi (RA 112), parigrado (POE 16), millefogli (POE 36);

aggettivo + participio: calmiseduti (RES 101);

sostantivo + aggettivo: cuorgonfio (RA 77), acquacorrente (RA 118), caporiccio (ivi), gambelarghe (RA 119), ariacorrente (POE 11), acqueterna (POE 35);

sostantivo + sostantivo: nottegiorno (POE 25, 35);

preposizione + nome: senzapensione (RES 27), senzacasa (POE 20), senzafede (POE 32), oltresiepe (POE 65), sottogiogo (ivi);

avverbio + aggettivo: [baia] frescofogliuta (POE 25)

e i conglomerati di due o più elementi uniti da trattino (non fusioni con mire simultaneistiche, ma mere giunzioni):

accettando-sollecitando (RES 9), pane-tetto-vestito (ivi), logico-utile (RES 15), casamenti-cimiteri (RES 20-21), bocca-cantina (RES 35), senza-libretto (RES 128), lenteggiante-negligente (RES 159), remontoir-savonetta (ivi), serio-importante (RES 163), [ronzino] compita-passi-estremi (RA 76), [spolverìo] giallo-caldo (RA 112), figlio-fratello (ALP 45), fratello-padre (ALP 48), strillanti-appesi [alle sottane] (POE 5), [uomo] occhi-rossi [di blenorragia] (POE 9), stradine-budelli (POE 10, 11), finestre-buche (POE 10), terra-polvere (ivi), segni-zampate [della morte] (POE 12), respiro-respirato (ivi), focaccia-ciambella (POE 14), nuovo-mondo (ivi), cassettoni-casamenti (POE 35), scoppi-ringhi [di baleni] (POE 39), orti-presepi (POE 40), grano-pane (POE 45), libertà-oppressioni (POE 64), campagna-collina (ivi), fedi-libertà-oppressioni (POE 65), viticci-ornato (ivi), con-pane [‘companatico’] (POE 67), ragazzo-maestro (POE 74);

un tecnicismo aeronautico allora in voga:

svergolare («[l’uccellino] svergola insospettito») ‘procedere secondo un percorso irregolare’ (POE 37);

un termine del linguaggio familiare:

miria ‘milligrammo’ (RA 115);

voci rare, antiche e letterarie:[16]

abbarcare, RA 104: «Abbarcavano l’ultimo fieno»: ‘ammucchiare’;

accantonamento, ALP 38: «il nostro a. della fornace»; ALP 133: «quando siamo arrivati a questo a. motoso»: ‘alloggiamento temporaneo delle truppe’;

aggroppato, RA 22: «le mucche […] aggroppate nella lettiera»: ‘intruppato’;

augnare, P 19: «a. verso l’appiglio»; ‘afferrare con le unghie’;

bacchiare, RA 100: «le bacchio tutte [le ragnatele]»: ‘percuotere qlc. per farlo cadere’;

ballotta, RA 45: «due calde tascate di ballotte»: ‘caldallessa’;

bazza, RA 54: «la b. tentennante»: ‘mento prominente’;

bischetto, RA 40: «il b. sotto l’impannata»: ‘deschetto del calzolaio’;

broletto, P 35: «il suo b. di lecci»: ‘giardino cintato’;

bubbolo, RA 101: «bubboli rossi di trifoglio»: ‘sonaglio’;

buffa (in), ALP 15: «andare in b.»: ‘esser dileggiato’;

canapule, RA 99: «fascio di canapuli d’argento»: ‘pezzo di fusto legnoso della canapa’;

ceppa, RA 106: «ceppe trinate di licheni»: lo stesso che ceppo;

chioccolare, P 35: «dev’essere rinfrescante sentirla [l’acqueterna] c.»: ‘il verso del merlo e del fringuello’;

cignolina, ALP 79: «arroncigliolerà le cignoline»: ‘strisce di pelle che passano sotto le scarpe o gli stivaletti per tener distesi i pantaloni’;

coltella, RA 79: «la c. ipocrita scende, scansando il filetto»: ‘coltello con lama lunga e larga’;

costolone, RA 58: «è un c. traverso, sanguigno»: ‘ragazzo grande e grosso’;

cretto, P 36: «cretti da sprangare»: ‘fenditura’;

croscio, RA 43: «il c. della gora sulle pale»; ALP 60: «crosci di pioggia»: ‘scroscio’;

finta, RA 54: «dietro si aggeggia una f.»: ‘finimento delle tasche’;

fragolato, RES 160: «l’adolescente capezzolo f.»: ‘che ha il colore della fragola matura’;

gattoni, RA 56: «come se nascondesse i g.»: ‘orecchioni’;

gragnola, RA 90: «la frutta che la g. ha atterrato»: ‘grandine’;

grangia, RA 117: «questa è la g. degli scivoloni sul fieno»: ‘granaio’;

guazzoso, RA 113: «fieni guazzosi»: da guazza;

imborsarsi, RA 120: «la pelle s’imborsa»: ‘gonfiarsi’;

impannata, RA 40: cfr. bischetto: ‘anta, infisso’;

impolparsi RA 77: «sradicare la rapa, impolparci a bocca spalancata»: ‘riempirsi’;

incalorito, RES 142: «seggiolone […] i. dal compianto scomparso»: ‘riscaldato, arroventato’;

inciprignito, RA 115: «ernia inciprignita»: ‘dolorante’;

incrodarsi, ALP 177: «mi son incrodato nelle nebbie»: ‘l’arrestarsi temporaneo dello scalatore su un punto critico della roccia’ (qui in senso metaforico);

ingiulebbare, RES 125: «ingiulebbò sacchi interi di zucchero»: ‘rendere sciropposo’;

ingommare, RES 159-60: «Se tonerà sarai tutto ingommato»; ALP 105: «Ingommino le gemme»: ‘diventare appiccicaticcio’ nel primo caso, ‘ricoprirsi di resina gommosa’ nel secondo;

insiememente, RES 21: «i. adibiti a guardaroba — e lavandino»: ‘insieme, al tempo stesso’;

latrinaio, RA 89: «finestra su corte latrinaia»: ‘che contiene una latrina’;

linguata, RA 106: «le linguate dei lampi»: ‘striscia allungata’;

maggengo, RES 125: «fieno m.»: ‘che matura e si raccoglie nel mese di maggio’;

maggiorino, RA 54: «Per il m. […] si possono scorcire questi pantaloni del babbo»: ‘bambino maggiore d’età tra altri fratelli piccoli’;

magnano, RA 58: «figliolo d’un m. di campagna»: ‘fabbro di fino’;

melletta, RA 107: «carro […] motoso fino alle sale, schizzato di m.»: ‘melma’;

motoso, RA 107: cfr. melletta; ALP 133: cfr. accantonamento: ‘cupo, coperto di fango’;

muriccia, P 37: «gelo indefesso […] / a sgretolare le pregne muricce strinate»: ‘muro a secco’;

oppo, P 37: «gli oppi slargano i ditoni ritorti»: ‘cipresso’;

percetturo, RES 119: «uomini percipienti, percetturi»: ‘che sta per percepire’;

pianeggiare, RA 101: «le libellule che pianeggiano sull’ali di cristallo»: ‘planare’;

piato (muovere), RES 128: «cominciarono a muover gran p.»: ‘intentare una causa’;

pinzare, RA 104: «sarà stato un tafano a pinzarla»: ‘il pungere degli insetti’;

rama, RA 103: «le rame più basse degli alberi»: ‘ramoscello’;

ranno, RA 65: «immergere le mani nel r. bollente»: ‘liscivia’;

recere, RES 18: «il suino […] rece e ringoia il mangiato»: ‘vomitare’;

rifascio (a), RA 65: «lenzuola sordide penzolanti a r. dalla finestra»: ‘alla bell’e meglio’;

rincotto, RA 112: «terra rincotta e spaccata»: ‘riarso, inaridito’;

riscoppiare, RA 45: «riscoppieranno le gemme dormenti»: ‘schiudersi, germogliare’;

sala, RA 100: «ruota […] colla sua s. appoggiata sulle sponde»; RA 106: «la s. del carro»; RA 107: cfr. melletta: ‘asse delle ruote’;

salare, RA 55: «s. la lezione di ginnastica»: ‘marinare’;

sbrancarsi, P 38: «contro l’uccellino / se si sbranca sfinito»: ‘separarsi dal branco’;

sbuzzato, RA 103: «la regina delle libellule si era un po’ sbuzzata»: ‘sventrato’;

scattivare, RES 125: «s. il convoglio»; RA 106: «le mele […] a scattivarle non restava nulla»: ‘liberare un frutto dalle parti guaste’ (nel primo caso in senso metaforico);

scrio, scrio, RES 127: «era retroceduto […] a Ispettorato così s., s.»: ‘puro e semplice;

sferreggiare, RA 114: «lo s. dei muli»: ‘battere gli zoccoli ferrati sul suolo’;

sgrappolato, RA 42: «colli di verzura sgrappolati di case»: ‘disseminato a grappolo’;

soggrottare, RA 42: «soggrotta le vecchie sponde»: ‘erodere’;

spelluzzicare, «RES 9: «spelluzzicatori di midolla altrui»; RA 101: «la vanessa atalanta vanitosa che spelluzzica in qua e in là»: ‘sbocconcellare’;

spietrare, ALP 136: «ogni anno bisogna tutta zapparla [la valle] per s.»: ‘togliere le pietre’;

sprazzante, ALP 16: «due secchie sprazzanti»: ‘gocciolante’;

steccolo, P 37: «come puntano / avidamente quegli steccoli in cielo!»: ‘ramoscello privo di foglie’;

stellare, RA 43: «stellerà in terra la prima stellina?»: ‘sbocciare’;

stenebrare, ALP 181: «[la natura] si stenebra a sera»: ‘illuminare’;

stracollare, RA 78 : «l’osso che stracolla il peso»; RA 113: «bombi turchini che stracollano i fiori»: ‘far piegare col proprio peso’;

strinato, P 37: cfr. muriccia: ‘sbruciacchiato dal gelo’;

strusciata, RA 56: «Le calze arricciano una pelurie rossigna dalle grandi strusciate»: ‘ripetuta lavatura di un indumento’;

sverzino, RA 76: «pizzicotti di s. a ogni fermata»; RA 100: cfr. scioncare; ‘scheggia di legno’, ‘ramoscello’;

svoltolare, RA 101: «le [alla vanessa] lascio svoltolar tutta la sua tromba nera»: ‘allungare’;

tor, ALP 64: «andar a t. il tabacco da fiuto»: ‘prendere’;

tramontano, RES 26: «la fioritura del melo sfarfalla nel t.»; P 35: cfr. broletto: ‘esposto a settentrione’;

usciolo, RA 117: «busso forte all’u. sotto la loggia»: ‘porticina’;

dialettalismi e regionalismi:[17]

aggeggiare, RA 54: «dietro si aggeggia una finta»: ‘accomodare, ornare’ (tosc.);

balma, RA 46: «il pascolo è una b. che albergherà un altro focolare»; ALP 70: «e la b. di roccia ci ricoprirà»: ‘roccia sporgente, grotta’ (ligur.);

baravantana, RA 100: «noci baravantane»: ‘qualità di noce’ (piem.);

bergeria, ALP 58: «bergerie di Val Chisone»: ‘ovile’ (piem.);

bodda, P 20: «come la b. schiacciata»: ‘rospo’ (tosc.);

brincello, RA 64: «un b. di pietanza»: ‘pezzetto’ (tosc.);

bucoritto (a), POE 64: «oche per statura militarizzate a b. nelle più profonde vetrine»: ‘piegato a 90 gradi, col sedere in aria’ (tosc.);

busa, RA 105: «le vacche non buttano neanche abbastanza buse»: ‘sterco’ (piem.);

cavagnino, RA 116: «riposto il suo pane di burro […] nel c.»: ‘canestrino’ (region.);

citto, ALP 101: «i cittini alla cerca del primo verde»: ‘bambino’ (tosc.);

cuccumeggiare, RA 85: «cuccumeggia segnalandola al professore»: ‘fare il verso della civetta’ (region.);

gora, RA 54: «gore di sudato»: ‘alone di sporco’ (tosc.);

gotto, ALP 16: «qualche g. biondo bagnerà la penna»: ‘bicchiere’ (venet.);

imbuzzato, RES 126: «imbuzzate vagonate di fresco pane»: ‘rimpinzato’ (tosc.);

interessoso, POE 35: «sole i.»: ‘soverchiamente attaccato al proprio interesse’ (tosc.);

intignare, RES 38: «Il suo corredo minacciava di i.»: ‘venir roso dalle tarme’ (region.);

loioso, POE 11: «ciocche d’oro loiose»: ‘sudicio, unto’ (tosc.);

lucciolato, RA 42: «[città] lucciolata di rari fanali»: ‘ulcerato, piagato’ (tosc.); o da lucciola, nel qual caso si tratterebbe di neologismo semantico;

macellaro, RA 78: «arrivar dal m. a bottega sfollata»; POE 8: «macellari badiali» (region.);

macìa, R 46: «la m. che ha liberato il pascolo»: ‘mucchio di pietre’ (tosc.);

magna, RA 45: «la vecchia m.»; RA 117: «la rigida m.»; ‘zia’ (piem.);

margaria, RA 86: «il ragazzo presentava le margarie alpine del suo paese»: ‘contratto con cui si garantisce al bestiame di montagna di poter svernare in pianura’ (region. sett.);

mencio, ALP 60: «pagliericcio m.»; P 174: «negli scarponi menci»: ‘logoro, sgonfiato’ (tosc.);

midolla, RA 119: «midolle d’una pagnotta sbriciolata»: ‘mollica di pane’ (tosc.);

muglio, RA 97: «la caldaia dal suo stomaco fondo tira fuori quel m.»: ‘muggito’ (tosc.);

pelletica, RA 75: «p. intorno al girello»: ‘pelle floscia’ (tosc.);

peso, RES 141: «capone p.»; ALP 118: «legna più pesa»: ‘pesante’ (tosc.);

pinterino, RA 48: «Perché hai detto “non doveva nascere questo p.”?»: ‘bimbo’ (tosc.);

pippolino, RA 54: «sottana a pippolini»: ‘puntini’ (tosc.);

pirolino, RA 91: «il suo uomo, un p. tutto cravatta»: ‘uomo piccolo e petulante’ (region.);

ranco, RA 101: «[le talpe] filano via ranche ranche»: ‘che cammina arrancando’ (ligur.);

salcio, RA 99: «i salci rossi»; ALP 108: «il zufolo fresco di s. mondato»: ‘salice’ (tosc.);

schiampa, RA 117: «le fiamme vivaci delle schiampe»: ‘pezzo di legno da ardere ricavato dalla spaccatura del ciocco con la scure’ (region.);

schiccolare, ALP 115: «il seme di guerra che la fanciulla schiccola pian piano»: ‘far cadere i semi nei solchi uno ad uno’ (tosc.);

scioncare, RA 100: «Io scionco uno sverzino di salice»: ‘troncare’ (tosc.);

sfilaccicato, RA 53: «[colletti] sfilaccicati»: ‘sfilacciato’ (tosc.);

sgorare, RES 160: «Disse ancora il vestito — sgorami»: ‘togliere le macchie di sudore’ (tosc.);

sgrigliolare, RES 111: «cereali che sgrigliolano»; RA 98: «la cioccolata che sgrigliola»: ‘sgretolare’ (tosc.);

spelo, RA 45: «cane s. senz’anima»: ‘spelacchiato’ (tosc.);

steccare, RA 75: «[carne] che non si può neanche s.»: ‘farcire’ (tosc.);

strinto, RA 78: «lingua strinta fra i dentini di latte»: ‘stretto’ (tosc.);

stroscia, RES 145: «all’invito della s.»: ‘rovescio d’acqua, scroscio di pioggia’ (tosc.);

tagliolo, RA 79: «sottrae il t. croccante a uno dei fratelli»: ‘bocconcino di carne’ (tosc.);

tonfano, RA 115: «casa […] con una fiancata strapiombante sui tonfani del Rusigliardo»: ‘punto di un fiume in cui l’acqua è più profonda’ (tosc.);

tossicone, RA 105: «a volte prendono un t.»: ‘tosse forte e insistente’(tosc.);

zangola, RES 167: «ritaglio di cuoio in molle nella z.»: ‘recipiente’ (region. sett.).

       Numeratissime le coniazioni d’autore, costituite in netta maggioranza da deverbali e parasinteti, in linea con la concezione filoverbale e antiaggettivale dell’espressionismo (alcune — ad esempio automobilare, componimentare e disintelligenzato — veri e proprî sgorbî onomaturgici pour épater). Esaminiamole partitamente:

accallottare, RA 89: «si accallottava la chioma»: da calotta o callotta ‘reticella usata, spec. in passato, per tenere i capelli in piega’;

appettato, RA 80: «a. alla siepe»: ‘appoggiato col petto’ (neol. semantico);

arroncigliolare, ALP 79: «arroncigliolerà le cignoline»: lo stesso che arroncigliare, da roncigliolo, dim. di ronciglio;

attoparsi, RA 70: «s’era attopato dietro un mucchio di cordami»: ‘nascondersi come fa il topo’;

automobilare, RES 75: «automobilando tra i pericoli del traffico»: da automobile;

bracioloso, RES 133: «gota braciolosa»: da braciola col suff. –oso;

caprioleggiante, RA 111: «piedi caprioleggianti»: da capriolo col suff. verbale iterativo ‑eggiante: ‘che fa capriole’;

chiacchierativo, RES 68: «vuotaggini chiacchierative»; POE 13: «pigra vita chiacchierativa»: da chiacchierare;

clarineggiare, POE 35: «il rosignolo […] clarineggia negli orecchi di un Sileno incrostato»: denominale da clarino col suff. verbale iterativo ‑eggiare;

componimentare, RA 90: «Componimentate i Musei»: denominale da componimento: ‘svolgere temi scolastici su un dato argomento’;

contrappelare, RES 133: «contrappelò […] la trepida gota»: ‘radere di contropelo’;

disintelligenzato, RES 14: «essere amministrativo spersonalizzato, d.»; RES 24: «d.»: da un supposto *intelligenzare ‘rendere intelligente’, denominale da intelligenza, col pref. dis‑ sottrattivo;

duriore, RES 23: «Se dunque il funzionario è duro, il superiore sarà duriore; se pigro, il superiore sarà pigriore; se villano, il superiore villaniore»: calco dal lat. durior ‘più duro’, comparativo di durus;

elasticato, RA 83: «bluse […] elasticata alla vita»: denominale da elastico;

giocattolato, POE 40: «l’isola giocattolata per i bambini»: ‘ridotto a giocattolo’;

immuscolire, RA 78: «non si è immuscolito pei solchi»; POE 65: «passeggiate per immuscolir volontari»: nel primo caso ‘diventare robusto’, nel secondo ‘dotare di forti muscoli’;

impoltigliare, RES 125: «impoltigliò […] sacchi interi di zucchero»: ‘ridurre in poltiglia’;

incioccolatare, RA 42: «acqua selvaggia che stempera la terra in un momento, che incioccolata il torrente in alluvione»: da cioccolato col pref. in‑ illativo: ‘conferire un colore simile a quello del cioccolato’;

incotennare, RES 26: «le gramigne gli incotennano e inchiodano la terra»: da cotenna col pref. in‑ illativo: ‘render duro come cotenna’;

incotennito, POE 77: «bagnati, maschio i.»: da cotenna col pref. in‑ illativo: ‘dalla pelle dura come cotenna’;

ingoffarsi, RA 56: «pettorino della marinara che s’ingolfa al colletto»: ‘formare una arricciatura, uno sbuffo’;

insolidale, POE 75: «insolidali e divisi»: vd. insolidarietà;

insolidarietà, POE 75: «Ha di queste i. la letteratura»: comp. da in‑ negativo e solidarietà;

intettoiato, RA 97: «La macchina [un tram] tutta fasciata e intettoiata»: da tettoia col pref. in‑ illativo;

irrugiadito, RES 25: cfr. spastare: ‘irrorato’;

miseriata, POE 35: «Debbono fare i ricchi: e noi, poveri, qui a sorvegliare che non facciano miseriate»: da miseria: ‘atto indegno di un gentiluomo’;

museggiare, RES 84: «lo scoiattolo […] museggiava dentro una siepe»: ‘allungare, protendere il muso’;

naftolizzato, POE 65: «letti naftolizzati»: denominale da naftolo: ‘che emana odore di naftolo, di disinfettante’;

pigriore, RES 23: cfr. duriore: calco dal lat. pigrior ‘più pigro’, comparativo di piger;

rimbodizzare, POE 76: «i letterati […] si danno vizi e carnalità immaginarie per poterle r.»: da [Arthur] Rimbaud;

rincasermare, ALP 14: «questa fede alpina […]. Ci rincaserma felici»: da caserma col pref. rin‑ iterativo: ‘far rientrare in caserma’;

sassaio, RA 115: «lo spaccapietre, il s.»: ‘lavoratore di una cava’;

sciacquino, RES 37: «minestre sciacquine»: ‘diluito e di cattiva qualità’;

scoltellare, RES 130: «scoltelli un tocchetto»: ‘privare un taglio di carne delle parti grasse o dure a masticarsi’;

scorridoiare, RES 119: «il reumatizzato che scorridoia a passettini»: ‘camminare su e giù per un corridoio’;

semaforare, RA 85: «A forza di s., Carrera ai primi del bimestre è interrogato»: denominale da semaforo: ‘segnalarsi, mettersi in mostra’;

sferreggiare, RA 114: «lo s. dei muli»: da ferro con pref. s‑ intensivo e suff. verbale frequentativo ‑eggiare: ‘battere gli zoccoli ferrati sul suolo’;

sirenare, RES 126: «sibilando, sirenando»: ‘emettere un segnale acustico intenso e continuo’;

snoiarsi, RES 18: «per s. mille volte richiacchierassero il chiacchierato»; POE 54: «Non hanno, per s., che il lavoro degli altri»: da noiarsi col pref. s‑ sottrattivo;

soffochio, POE 11: «nel s. agostano»: da soffocare col suff. –ìo di continuità e intensità: ‘afa opprimente’;

spaiolare, ALP 134: «quando spaioli la polenta»: ‘versare la polenta dal paiolo per servirla’;

spastare, RES 25: «spastando e impastando smotte dure irrugiadite di sudori»: lo stesso che impastare, col pref. s‑ intensivo in luogo di in‑ illativo;

sportellato, POE 37: «il treno […] s. di fuoco»: ‘fornito di uno o più sportelli’;

stellìo, POE 41: «s. di firmamento»: da stellare col pref. –ìo di continuità e intensità: ‘luccichio, scintillio’;

vacillìo, POE 37: «il v. della costellazione»: da vacillare col suff. –ìo di continuità e intensità: ‘baluginio, sfavillio di stelle’;

villaniore, RES 23: cfr. duriore: calco dal lat. villanior ‘più villano’, comparativo di villanus.

In campo sintattico si registrano minime manovre topologiche raramente forzate sino all’iperbato (esclusivamente in RES):

nutrito lo avrebbe (10), quando ebbe il giovanile sangue effervescente preso nei vasi stabile equilibrio (ivi), in tale veduta profondando (ivi), umane professioni (63), italiana nazione (65);

dislocazioni avverbiali (altro costrutto boiniano sul quale ci soffermeremo), ascrivibili meno a istanze ritmico-prosodiche che a un substrato dialettale o regionale[18] (si stenta a credere che Boine abbia così profondamente suggestionato Jahier da indurlo a ricalcare un tal modulo microsintattico, che solo l’orecchio d’un superlettore come Contini sarebbe in grado di percepire):[19]

gracile d’ossa e granita bene (RES 39), Le serba fede sempre; non ha toccato altra donna mai (ALP 29), Perché non vuole che torni oltremare dopo (ivi), Perché siamo separati ora (ALP 43), senza spensieratezza mai (ALP 46), ho indicato avanti ancora (ALP 60), sarà troppo difficile ancora (ALP 79), ha dovuto tener sempre aperti bene i due occhi (ALP 80), noi che non siamo stati redenti mai (ALP 82), non cercano scusa mai (ALP 97), vanno all’assalto 7 volte almeno (ivi), non abbiam detto a un altro popolo mai (ALP 117), non è che una pannocchia di sorgo, ma fa polenta sempre (ALP 140);

poche dislocazioni a sinistra, quasi tutte nei testi poetici:

il tuo bambino forte te l’hanno cambiato (RA 41), I suoi pensieri li so a mente (POE 12), La più bella anima gli ho inventato (POE 56), lo travolgevo a vivere secondo quel cuore, / il solo amico che ho avuto (ivi), Ma il cuore che gli avevo dato / nel mio petto l’ho ripreso (ivi), Il nostro tempo […] cominciamo a marcarlo (POE 77)

e anacoluti in funzione più mimetica che espressiva:

Lui che fissa la ricorrenza lieta, nessuno quel giorno si vuol rallegrare (RES 63), Lui che non ha tempo per dedicarsi alla pittura […], gli avanza sempre del tempo (ivi), Lui che consuma […], seguitano a esistere anche per lui (ivi), la madre, ch’è una madre all’antica, non le importa di capire (RA 53), Il fratello che hanno mandato mozzo a quattordici anni perché svoltava male, è arrivata una sua lettera (RA 69), c’è la minaccia di andare in buffa chi non ce la potrà fare (ALP 15), un uomo che mangia come un altro non gli resta che il prestigio dell’anima per distinzione (ALP 24), un uomo che porta, la testa gli dà noia (ALP 76), Somacal gli hanno impedito di imparar l’operaio perchè era così buon manovale (ALP 77), come quando si arriva nella città nuova che si cerca lavoro (ALP 93), Chi si porta dietro questa, i piedi non gli arderanno mai (ALP 98), Il cittadino, invece, gli dà una falsa impressione di facilità […] l’industria manifatturiera (ALP 135), Lui il suo pensiero è il salario (ALP 135), la Domenica viene che si comprano i buoni divertimenti (POE 5), La poesia che leggo ora, sono assenti molte sue parole (POE 55), Il solo amico che ho avuto / gli ho messo nel petto un fortissimo cuore (POE 56).

A livello morfologico, un solo esempio di riduzione dell’imperfetto di terza persona:

Appena l’altra avea tempo di scendere (POE 5).

Per la morfosintassi, non più di due occorrenze d’articolo determinativo debole dinnanzi a z, cui sarebbe temerario assegnare una particolare intenzionalità, data la piena plausibilità della forma nell’italiano dell’epoca (la ritroveremo nell’autore di Frantumi) e non solo:

la schiena più quadra, che ha Soccòl per prendere il zaino del malato (ALP 95), Risuoni il zufolo fresco di salcio mondato / e la vena d’argento risbocchi dal nevato (POE 90)

e, quanto a morfologia verbale, un mannello di transitivizzazioni d’intransitivi (frequenti, come s’è detto, in Rebora e non ignote a Boine):

mille volte richiacchierassero il chiacchierato (RES 18), La sua felice improvvisazione […] esilara sempre numerosissimo uditorio (RES 51), Gli impiegati passeggiano intorno uno sguardo atono (RES 140), la passeggia […] sulla ghiaia (RES 156), sui tonfani del Rusigliardo guizzati da lampi (RA 115), la nebbia reumatica che le ali funebri dei corvi remano piano piano (ALP 12), Abbiam camminato i mosaici puliti della massicciata in pendio (ALP 60), viaggiare questo mondo (ALP 145), i biglietti che sanno odore, di riviera (POE 7), uscioli […] tanfanti lezzo (POE 10), casse […] curiosate (POE 11), bisticciando il cantuccio di marciapiede (ivi), i cipressi voluttuosi frusciano i lunghi colli (POE 37), cavi sotterra frementi luce; fili in cielo ronzanti parole (POE 43), ricamminò la sua strada (POE 77).

Non sortiscono, per la loro sporadicità, l’effetto di elevare la temperatura stilistica né i fenomeni rimici e pararimici in RES:[20]

Ma per chi è a ruolo il mondo è ancorato; / lo aspetta a fermo; ogni giorno di vivere ha terminato (27), Son guariti di rischio, guariti di passione: con economia e decoro, tutti su donna legittima espletano la sessuale mansione (ivi), Tale la conclusione positiva scaturita dal fatto materiale. / Si ha motivo di ritenere che l’avvenire debba darle ragione. / Comunque, si avanza la presente, in duplice esemplare, all’italiana nazione, con preghiera di prenderla in considerazione (29), alla mancanza di dimora dei diseredati / all’appetito specifico rientrato o da rientrare dei disoccupati / alle artriti dei pescatori esposti sulle marine / alle ernie degli scaricatori atterrati sulle banchine / al lordamento abiti dei verniciatori / alle polmoniti dei muratori / alle emicranie e sterilità degli scrittori / alla nevrastenia dei fontanieri / all’irrequietezza dei carrettieri (121)

né gli accumuli tipici delle scritture espressivistiche e barocche:

il quale non era chiuso né da muri guarniti di vetri, né da siepi di marruche, né da cancellate, né da palizzate, né da reticolati, né da steccati, né da fossati (RES 86), Col suo teatro gonfio di sacca di grano e la sua stazioncina imbottigliata di vagoni, e i suoi alberghi Comandi Militari, e le sue scuole polveriere e i suoi campanili osservatorii, e sbuffi di latrine e ossami alle sue villeggiature e i suoi portici rigurgitanti di militari che tutti vogliono passeggiare, che tutti vogliono comprare, che tutti si vogliono divertire (ALP 6), Allora questo qualunque rancio è il rancio della patria; questo qualunque segnale è segnale di patria; questo qualunque soldato che incontri ti conosce, perchè sei il suo ufficiale e lui è il tuo soldato (ALP 161)

né tantomeno le metafore ardite: non più che «il marmorto delle sue iridi» (RA 85), «il cielo miosotide» (ALP 61) e il marinettiano «fragore delle sue cento ruote, schiaffeggiate di trasmissioni» (POE 27).

Da segnalare in POE un toscanismo («più che si puole», 82) e un sostantivo superlativo (palazzissimi, 64), oltreché una curiosità in ALP: l’enjambement titolo-testo, ripreso non a caso da un poète en prose quale l’ultimo Pizzuto in Pagelle,[21] Ultime,[22] Penultime[23] e Giunte e virgole.[24]

Di un acceso, sovente accusato e fin parossistico espressivismo ai limiti della deformazione, e non già, come azzardano i più, d’un sistema a tutti gli effetti espressionistico (ossia, è bene ribadirlo, radicale straniamento della visione/dominio assoluto della lingua e sua continua violazione, sentita quale l’unico atto di potere concesso all’artista) è al contrario portatrice la pagina boiniana, che tuttavia allo spoglio[25] appare, sì, un’orgia d’istituti espressionistici formali allo stato puro, ma quasi affatto privi della necessaria simmetria sul versante tematico, tanto nei maledetti e in sostanza impressionistici Frantumi (scrittura perdutamente lirica, dove ogni sillaba è innalzata a canto) quanto nel furente, smembrato, stilisticamente narcisistico non-romanzo Il peccato, come rilevava un critico di prim’ordine ingiustamente dimenticato:

In [questo] breve romanzo, che narra l’amore di un giovane per una novizia, il B. passa continuamente dalla riflessione critica in prima persona alle improvvise effusioni liriche: ora di teneri «sentimenti», di «paure vaghe», di malinconie crepuscolari; ora di «gridi» improvvisi dell’anima: illuminazioni e analogie inquietanti, ritmi ostinati e parole arricchite di sensi nuovi per via di accostamenti imprevisti. Vero è che l’impeto lirico si smorza, qui, in una sorta di facile impressionismo, in un discorso mosso e animato, più eloquente che poetico; e le riflessioni del protagonista si stemperano in un entusiasmo un po’ libresco per una letteratura raffinata e sottile, che può rammentare certi personaggi di D’Annunzio. Manca, d’altra parte, un vero ritmo narrativo (il B. scriverà più tardi di aver voluto rappresentare nel Peccato la «dolorosa, angosciata complessità del pensare», muovendo da «pochi fatti», da una cronistoria esteriore «estremamente gracile»); ed anche gli accenti e le immagini più realistiche e certi dialoghi, che vorrebbero sembrare vivi e spigliati, hanno un sapore falso e un tono da esercitazione letteraria.[26]

Il dato di gran lunga più impressionante è la totale sfiducia nell’efficacia comunicativa della nomenclatura tanto quotidiana che letteraria, congiunta a un’insaziata brama di dire, di dirsi a qualunque costo e con qualsiasi mezzo («la lirica violenza di solleone, la rabbiosa ebbrezza, questo tripudio estivo vasto e mostruoso che vuol dire, che vuol dire e non può»),[27] scavando nicchie tra le parole per replicare ribadire aumentare correggere chiosare, sfondando i confini della grammatica nel disperato tentativo di evadere dalla prigione linguistica tradizionale, sulle tracce dell’oltre, della vita seconda delle cose, contro l’ovvio, la facile musicalità, il bello scrivere («Ebbi paura del ritmo come della prigione. Cercai me stesso fuori del ritmo. Ruppi la mia frase, frantumai ostinato, iroso la mia parola come chi scagli contro il muro il bicchiere ove beve»).[28]

Ed ecco gli accumuli enumerativi d’ogni genere e misura:

una bieca ribelle voluttà di peccare, di profanare, di rompere (P 32), I borghesi come la notizia s’era diffusa, s’era propagata giù di bottega in bottega, di crocchio in crocchio, al mercato, in farmacia, per le sacristie, al caffè, nei salotti delle molte giovani e vecchie beghine signore, ascoltata, ripetuta, ingrossata e contorta con l’avidità, con la voluttà ora scandolezzata ora apertamente gaudente d’ogni buon pettegolezzo nuovo in provincia (P 49-50), Ed intorno a lui, si torceva, si muoveva, tripudiava la carne (C 425), Qualcosa di ampio, di enorme, di cosmico (ivi), come una delicata, faticosa, dolorosa opera (C 428), più cieco, più spontaneo, più modesto anche (RS 475), c’è bisogno di ricchi, di signori, di liberi (RS 476), terra che tu ami e che ari, e che sorvegli, e che domini (RS 477), girando ansimando fischiando remeggiando (AG 494), bianco, funereo, scarnato paese (AG 500), Corpose, tagliate, nettissime (AG 506);

ecco gli interminabili incisi, le sequele d’infiniti indipendenti, le concitate serie polisindetiche, da mozzar fiato e filo logico:

coi treni in moto ed i binari ed i fischi e i facchini e le valigie e la gente (P 62), E ti sfugge e si mostra, e si dà e si riprende ed è vagula e varia e t’ama e non t’ama e dice e disdice ed è tutta con te ed ora fantastica, vagabonda sognando ed è sua, di sé, o ti par (trepidi) d’altri. T’obbliga a muovere, ti fa esser giovane, ti rompe dentro l’aridume e le croste, non ti lascia nella sonnolenza composta quetare. E se tu pensi precede, e se tu t’arresti t’incita, e se tu senti ha sentito, ha intuito rapida e fonda; è innanzi a te gaia, è intorno a te giovine, è come un lavacro di riso e di vita (P 62-63);

Ma seduto che fu e riaperti gli occhi come qualche ombra nel denso cominciava a disegnarsi e ritrovava, indovinava presso a poco la disposizione delle cose nella navata: il vano degli altari, il pulpito contro a lui e i confessionali qua e là quasi un lievissimo riflesso delle tre fiammelle rossastre filtrasse lento nell’oscurità vuota, ripigliò coscienza (P 31);

L’armonium provava ora una laude — (girar tratto tratto di fogli, tonfo di registri mutati, qua là qualche nota come per bene fissarla, cantata, tranquillo affaccendarsi di chi solo senza sospetto fa le sue cose intento) imparava (P 19), Sotto un pino sdraiarsi con l’amico, mirare in giro la serenità! Frugare con le dita gli aghi resinosi, succhiare smemorati un filo d’erba amara, una secca pigna scrutare a squamma a squamma con curiosità: di tutte queste cose dire che viene al buon amico che ti sta vicino (F 306)

e, per converso, la frantumazione sintattica: frasi nominali sincopate, brevi periodi monoproposizionali di straordinaria concentrazione ritmica:

Buio, stordimento. Riluccichio rossastro d’un lumicino in fondo (P 12), Uscito, le cicale di nuovo e negli occhi, ma atroce ora, il barbaglio (P 13), Si compresse, cercò di pensare, decise (P 30), Rispose «Buona sera» e passò rapido. Era agitato, voleva fare. Qualcosa lo serrava alla gola, andava quasi di corsa, stringeva, su, al petto, nel moto, chiusi i pugni (P 34), Salì, scese, errò vagabondo. Non pensava. Si fece notte, qualcuno passò che lo salutò. Non rispose. Un cane gli abbaiò d’un tratto accanto e non si scosse: continuò smemorato ad andare (P 38), Dallo scoppio della mia gioia, come una ferita, il tuo soffrire. Compiuto il mio desiderio, con stupefazione, ecco il tuo pianto (F 264), Oh nel sonno voluttà del tuo corpo molle-allacciato col mio (ivi), Ritmo del tuo respiro confuso leggiero col mio. Gracilità delle tue membra, trepida allodola nella carezzosa prigione della mia mano! Ed averti innanzi rivo chiacchierino, tra scogli (ivi), Eco lontano, urlo improvviso, fuga attorniante, assedio d’ansia (F 272), Fermo. Ritto. Torvo. Non gridò. Chi gli passò accanto sorrise: lo si sapeva un po’ strambo (C 421), Tepore. Azzurrità fra i tetti. Su in alto una campana: la consueta campana di vespro (ivi), Non parlava, non leggeva più. Aveva la febbre continua. Cervello e membra doloranti: impossibilità di assorbire un pensiero nuovo (C 424), Sforzo, fatica, travaglio della città senza posa e senza una meta. Ricchezza accumulata di generazione in generazione astutamente, tenacemente; ricchezza fluente, ondeggiante su, giù, innanzi, indietro per le vie della città come una amplissima alternata marea; ricchezza lentamente accumulata come la sapienza profonda nel cuore d’un uomo che abbia a lungo vissuto e veduto. E fondaci e scali come altari e templi di un necessario rito perenne (C 431);

le coppie e le terne aggettivali asindetiche:

affaccendata materiale quietudine (P 5), definito spazzato paesaggio (ivi), l’anima chiara massiccia (ivi), vecchia sbadigliante città (ivi), barbaglio accecante bianchiccio (P 12), sfacciata trionfale arsura del sole (ivi), superficie colorata gridante (ivi), Cantava spiegato ora, […] misterioso continuo insistente (ivi), densa soffice ombra (P 13), stava così sulla panca immobile curvo (ivi), vacuità sacra silente (P 14), vaga estatica esaltazione (P 21), la chiesa era vuota zitta (P 25), incuneato nascosto fra la salita al Monte (P 27), nell’oscuro oleoso del vecchio dipinto (P 28-29), gli occhi piccoli buoni (P 29), [piedi] riguardosi tentanti (P 31), [mani] brancolanti vaghe (ivi), [ombre] molli confuse (ivi), [luce] petulante cruda (P 32), bieca ribelle voluttà (ivi), [donne] bisbiglianti curiose (P 37), [pensiero] vago pauroso (P 56), tronco ruvido torto (P 57), mani intente stese (P 60), bassa lucente spinetta (P 61), [libro] giallo disteso (P 64), tarlato polveroso echeggiare (P 67), mare giallastro bavoso (P 71), l’ieri rapido vagulo (F 261), [respiro] confuso leggiero col mio (F 264), [il mattino] tremulo diafano (ivi), gambe diacce dolenti (F 267), chinato dormiente sulla spalla (F 268), [giornale] largo spiegato (AG 507);

le riprese anaforiche e le ripetizioni (un tratto stilistico presente in più d’un autore novecentesco e che sarà fondamentale, come ha persuasivamente argomentato Mengaldo, nei sereniani Strumenti umani),[29] specie delle comparative ipotetiche introdotte da come se (nel solo, brevissimo P si contano decine e decine d’occorrenze, le più in sequenza):

Ci son le fondamenta ed il tetto, mancano i piani di mezzo. Manca la prova, il tormento, la vita; manca il costrurre lento, la fatica durata, la difficoltà superata, manca di nuovo, l’avere vissuto (P 7), Come se ritrovasse, come se avesse aperto un silente sgorgo, una pacifica meditazione di vita dentro di lui d’un tratto. Come se d’un tratto ecco egli si fosse affondato in sé, avesse rotta questa superficie colorata gridante, si fosse affondato in sé nella quiete, lento (P 12), Gli pareva che volesse, che cercasse qualcosa, gli pareva che meditasse, che cullasse, che cercasse nell’ombra quetamente qualcosa (ivi), ma accorata, ma come se v’aggiungesse, vi sovrapponesse, vi mescolasse per echi sforzando un travaglioso dolore suo proprio ed un disperato pregare: come se tentasse di quietarsi con Bach (P 24), Si scosse, si scosse (P 25), come a far festa, come a dire qualcosa che non bene capì (ivi), come se avvenisse qualcosa in lui a cui non avesse parte. Come se il mistero d’al di là delle cose fosse calato subdolo in lui (ivi), Come non sapessero, come non ci avessero a fare (ivi), Avrebbe voluto dire, liberarsi, dire infine ogni cosa. Che, dire? Che, cosa? Ma di che dunque infine liberarsi che non bene sapeva? Di che, di che, di che? (P 28), La pazzia era in tutti casi passata bene, bene passata (P 29), la «pazzia» era ben passata, sì, era lontana bene (P 30), un discorso non troppo chiaro sui voti, sulla possibilità di rompere i voti, e se i voti, se i voti… (ivi), entrò come spinto, come a nascondersi (P 31), una lista gialliccia di luce. Come a spiare; come ad accusare; come ad inseguire dietro di lui petulante cruda (P 32), Come gli si fosse stretta l’anima e non vedesse più; come dentro gli si fosse seccata ogni cosa ed il cuore (P 41), vide i mill’occhi su lui e i sorrisi e le risa e l’impaccio del camminare per strada, e i dubbi e i commenti e le boccaccerie senza più fine al caffè (ivi), Ribellione non sterile, non vuota, non per voluttà vuota e infeconda, ma per scuotere un giogo, per respirare più libero e largo, per farsi trascinar via dal gorgo intorno della vita vissuta e battercisi rude da uomo. Desiderio di rompere l’uso e la legge. Bruciante desiderio e sano di vita e di colpa (P 43), Non più come parli ad un bimbo; come parli ad un’anima perché ti intenda, come parli nell’ansia ad una donna che ami (P 44), Come se decisa le ripigliasse dentro la vita, come le si risaldasse nella giovane vita… (ivi), come a persuadere, come a rassicurarsi (P 45), Non vibravano più, non echeggiavano più, non esultavano più come si fossero spente d’un tratto, come se si fosse seccato il gran flusso di vita che scorreva giovanile per esse a gonfiarle (come se in lui si fosse dispersa, smarrita la magica fonte, la corrente ed il flusso). Come se l’echeggiamento dei sentimenti si fosse taciuto non allargasse più umettandolo il mondo, il mondo posasse pesante non ci fosse modo più di trasformarlo dinnanzi, di trarlo su a poesia, di farlo cantante e gioioso, di moltiplicarlo infine (P 47), Passione, passione, passione: l’ira e l’amore, la tortura e l’amore, la gelosia e l’amore, lo scherzare lieve e l’amore, l’amore e il dolore, la melanconia dolce e la gioia chiassosa, la leggerezza e la burla, la vendetta e l’inganno, e l’amore e l’amore e poi sempre l’amore (P 67), Oh, dunque oh dunque (F 274), Ma eh, oh! ma ih, ah! son zampilli di vermini, son divoratori grovigli di vermini, son vermini, vermini, sono putredini e vermini! (ivi), ma bene si sente, ma chiaro si sente, ma troppo, troppo si sente agli orli dell’orizzonte la insondabile ansa del buio (F 279), Ogni cosa è chiara, ogni cosa è nera; ogni cosa è giorno ogni cosa è notte. È notte, è giorno. È chiara… è nera… è nera nera e buia! (F 284), I giovani intorno a lui pensavano all’impiego, gli adulti avevano già l’impiego, si conservavano l’impiego (C 423), La putrefazione era nelle cose, era in questa parvenza di cose, di istituti, di uomini che non avevano realtà, ch’eran parvenze, che non avevan più ragione di essere, ch’eran galvanizzamento, ch’eran carname residuo e mosso meccanicamente, carname residuo di uno spirito non più attivo come le macerie ammucchiate di un gran monumento crollato (C 426), in aspettazione di un liberatore messia, in aspettazione d’una risposta al perché (C 427), e la città entrò; cominciò dentro di lui inerte, la multivaria storia della città com’era. Legittima e non morale storia della città com’era. La città, la città com’era; la reale città non più giudicata (C 430), La città […] con uomini, con passioni, con carri, con rose, con edifici, con traffici, con massaie guardinghe, con mogli attente alla spesa, con giovani in caccia di impiego, con lettere di porto e fatture (con molte fatture e registri!), con donne, con bimbi, con giovani, con amori e colloqui nelle viette deserte. Con molti amori e colloqui qua e là nell’oscurità della sera, amori di maschio e di femmina giovani, con baci e lascivie all’oscuro, con risa improvvise e mai finiti discorsi, con improvvise paure per la gente che giunge e per le canne e le palme al di sopra del muro che fremono e frusciano, avidi amori di maschi e di femmine giovani (C 432), largo di mente, largo di anima, atto alla pratica, atto a ogni cosa, riassunto di popoli, riassunto di secoli, riassunto vivente (RS 475), Che è ciò che mi soffoca e inceppa e che lotta con me? Che è ciò? Che è ciò? (AG 498);

gli intransitivi transitivizzati:

vogo l’impeto della vastità (F 280), la pazzia trabocca le dighe (F 284), La impalpabile nebula assonna colli e marine (F 290), Si scorrazza l’universo (F 305);

il punto enfatico, o enfopunto, strumento insieme di frammentazione testuale e di contradictio (tra arresto, segnato dal punto fermo, e continuità):

ripigliavan gli accordi. Che non eran più composti (P 24), lasciò l’altro sorpreso. Che corse a spifferare (P 47), sclamai: «Ecco San Giovanni alla cena». // Che furono, mi pare, le mie sole parole (F 268), E son salito a darvi un’occhiata dove li han messi ora. Che erano fino a poco fa nella biblioteca (CP 509)[30]

e l’abolizione della punteggiatura, in particolare della virgola, al fine di fondere azioni sostanze qualità in un unico amalgama da cui spremere sensi ulteriori:[31]

S’era accostato aveva preso (P 15), perché sostituisce alla precisione del netto concetto, l’ondeggiamento della molle intuizione perché t’affonda di là dal mondo (P 21), S’arrestò parve volersi gettare indietro (P 29), Era pallida gli occhi cerchiati (ivi), si torse a guardare a pigliar bene la mira (P 39), le mani intente stese a guidare a piegare (P 60), di ciò che aveva fatto di ciò che pensava (P 65), di scrivere di fare le cose più grandi (P 68), questo inutile tumulto questo pratico aggroviglio (P 71), nel lume nel fumo caldo (F 267), si piegano a volta si toccano (F 273), le case gli amici, le botteghe le idee (F 281), bitumi d’anime martelli pazzi (F 284), vi batte vi cerca la sua (F 286), nessuno le vede le tocca (F 304), per trovare lo sfogo il varco (ivi), non sono che un’anima tutto son fatto di tristezze (F 325), non mi porta ormai non mi conforta (ivi), Qui giaccio qui lento mi disfaccio (ivi), la quiete la sicurezza (C 422), sforzo di correttezza logica di rigidità morale (ivi), idee non guidate, non imbrigliate dominate sicuramente (C 423), le radici le barbe (RS 473), amerò mio padre ed i miei fratelli amerò pochi uomini (CC 479), ciò è insopportabile è enorme fatica (CC 480), il primo soffio tepido d’aria in Brianza il tenerissimo verde (AG 502), frenesia gioiosa di correre di toccare di premere di uscire da sé (ivi), parlava sciamava (ivi), gli si era come sfasciata allentata la coscienza (AG 503), abbassati allargati (AG 506), gettarsi innanzi uscire (AG 507);

i sostantivi aggettivanti (come non pensare al pizzutiano «occhi perle», in cui il nome rinuncia alla sostanza per convertirsi in qualità?):

musica così primavera, alba di pasqua rugiada (F 289), Sei così soffio, così iride-soffio (F 290);[32]

gli aggettivi con funzione avverbiale:[33]

io l’amo violento (P 68), vengono a turbarmi improvviso nella mia casa (CC 482);

i composti con trattino formati da verbo + nome:

guadagna-denaro (P 3), frusta-postribolo (P 56);[34]

la formazione suffissale di nomi e aggettivi:

chiacchierazioni (P 23), [macchina] cucirina (P 60), carezzosa (F 264), [liane] medusine (F 282), acciaccosa (C 425);

le univerbazioni:

ventunanni (P 35, ma anche «ventun’anni» P 37), quarantanni (P 102, ma anche «quarant’anni» ivi), epperciò (F 265, 270, 316), chiaronero (F 284), Panciallaria (F 292), ventanni (F 297), diciottanni (F 310), mezzoaccoppato (RS 473), trepercento (RS 477), novantanni (CP 509), dieciottanni (CP 513), cinquanni (CP 514);

i (ben rari) neologismi d’autore:[35]

aggroviglio, P 39: «l’a. del fogliame e dei rami»; P 61: «come puoi tu districare l’a. del tuo vivo sentire e la vita?»; P 69: «carnale ed umano a.»; P 70: «questo a. immane»; P 71: «questo inutile tumulto questo pratico a.»: deverbale da aggrovigliare; neol. ripreso da Antonio Beltramelli nel romanzo Il cavalier Mostardo (1921);

culbutta, F 270: «dalle mie membra in c. giù per le frane nevose» (dal fr. culbuter ‘far capriole’);

d’in quando, P 9: «ripeteva d.»; F 311: «d. s’assotterrava in letto»; CP 511: «quello scavezzacollo […] ch’io vedevo […] d.»: ‘di quando in quando’;

disgropparsi, F 283: «lente si disgroppan le potenze dell’oscurità»: ‘dileguarsi’ (neol. semantico);

disnubilare, F 281: «disnubila la diafanità serenissima»: il contrario di obnubilare, con pref. dis‑ sottrattivo: ‘liberare da ciò che offusca, render chiaro’;

stabarrare, F 323: «d’ogni pena smemorato mi stabarro»: denominale da tabarro con pref. s‑ privativo-sottrattivo: ‘sgravarsi, liberarsi’;

svalicare, F 284: «Svalico i valichi della realtà»: comp. dal pref. s‑ intensivo e valicare: ‘oltrepassare, travalicare’;

tutt’a colpo, P 45: «e poi t. l’inerzia di lei svenuta»; P 56: «t. impazzito»; CP 515: «sentirsi t. un giorno gridare in faccia»: dal fr. tout à coup ‘tutto in una volta’;

le enfatizzazioni grafiche (di marca ingenuamente futuristica):

annunci di APOCALISSI, […] drappi neri di MORTE […] staffette della ROVINA (F 273), lo sgomento […] si fa IN-SOP-POR-TABILE (F 274);

la dilatazione semantica affidata alle parentesi tonde e persino quadre,[36] tra enfatiche ed esplicative (in verità più note al piede che «soliloqui-cuneo»),[37] mirate sovente a frastagliare e a moltiplicare i piani discorsivi istituendo fasce testuali parallele per prepotente, inarginabile fame espressiva; eccone un campionario puramente indicativo:

Le vecchie signore beghine, i fabbriceri ed il parroco sebben si togliesse sempre con rispetto il cappello quando passava il Santissimo (ma c’erano invece in paese gli spiriti forti che lo calcavano fieri e feroci fino agli orecchi); e venisse spesso in chiesa alla messa e ci stesse come si deve serio senza fare alle occhiate e ai segnali colle ragazze in parata (ci van perciò appunto i giovani la domenica in chiesa), sospettavan di lui (P 3), innamorato chissà perché (in città la gente si chiedeva perché? Risa e schiamazzi, commenti, giù per le botteghe e i mercati ed in casa prediche ed urla del padre industriale positivo e panciuto) innamorato d’una sartinetta un po’ sciocca, sì, un po’ rauca, un po’ bionda e più innamorato di Wagner [— O cos’è dunque questo incomprensibile Wagner? Voglion fare il difficile: corron tre giorni quando a Genova c’è del Wagner a teatro. E fan le smorfie a Puccini e a Manon. — Ma per le finestre in alto dell’innamorato bigotto se non si versava la urlante rivoluzione del padre e le grida e le strida di tutta la famiglia in paure perché era corsa in giornata la voce che la bionda che so io, che la sartina aveva fatto, aveva detto, che so io, sentivi il tumulto canoro del Walhalla in ebbrezza od il galoppo furioso delle tempestose Walkyrie, o ancor più, ancor più, il religioso languente lamento del loricato Lohengrin ripartente col cigno. E la gente che passava si tappava giù in strada gli orecchi e rifischiava rabbiosa: «sono andati — fingeva di dormire»] (P 4-5), ti sfiacca e t’effemina (ti scioglie) (P 21), le sfalda nell’impalpabile ritmo (le scioglie) (ivi), Dico che il mondo della musica non è (non è!) quest’altro delle restanti arti (ivi), sprofondi nel sogni chi sa dove, (chissà dove!) in regioni dello spirito ignote (ivi), la magnifica (magnifica!) invocazione (P 24), passeggio stanco pel Corso (ch’è vuoto) (F 259), Nessuno più saprà (nessuno!) (F 282), io son qui che sogno (ecco la verità), son qui che dico il mio sogno (non voglio altro) (RS 475).

«L’etichetta di plurilinguismo, utilizzata forse con troppa facilità dalla critica degli ultimi decenni — avverte uno dei nostri più acuti specialisti di lingua degli autori, senza mai, si noti, citare neppure di volo il termine espressionismo — richiede per poter tornare utile di essere definita in modo preciso. Non pare corretto applicarla come spesso si fa ad autori che dimostrano semplicemente una qualche disponibilità all’accoglimento di singole parole estranee all’italiano medio. È necessario, perché si possa parlare di una prosa plurilinguista, che attraverso un uso intenso di forme di varia provenienza si dia vita a una miscela stilistica in cui trovino posto, alternandosi o contaminandosi, elementi connotati in modo molto differente, al limite antitetici (per esempio arcaismi e neologismi, aulicismi e forme popolari)».[38] Indubbia la vocazione plurilinguistica boiniana, massime per la frequenza di brutali escursioni verso i piani alti e bassi della lingua (ma con netta prevalenza, e non è cosa dappoco, delle prime).

Sicché, accanto al distanziamento dell’oggetto (ereditato da Bufalino poeta e prosatore in dosi talmente robuste da divenire un vero e proprio logo del Comisano:[39] «facendo ad ogni battuta seguire, non per bisogno naturale ma per iattanza, una sparatoria di sbadigli»,[40] «estraendo con dita lievi dai ripiani le buste»,[41] «comporre coi fiori in un’aiola una data»,[42] «pronti a bucare con gli occhi la notte»,[43] «spense col soffio le torce»,[44] «tolse dal chiodo lo spiedo», ecc.):[45]

ti fan chiara nella tua trama la vita (P 8), costeggiava, salendo, il convento (P 12), gli pareva che meditasse, che cullasse, che cercasse nell’ombra quetamente qualcosa (ivi), come […] un fruscio discreto di passi […], allontanandosi, ebbe lasciato nella navata il silenzio (P 13), cercar inquieto nel dizionario parole (P 26), Gli parve […] di distinguere, nera, la porticina al convento (P 31), Gli pareva in questo vago sogno come di trarre parlando le cose alla soda realtà (P 33), gli tornò a mente di colpo la mano piccola (P 35), gettò sghignazzando al sacristano qualcosa (P 37), a coglier nel parco le ghiande (P 38), Gli lasciavan con un podere d’olivi la casa vecchia ed inutile (P 48), per fare a te che la odii una casa (P 53), s’era ordinato e composto in passato il suo mondo (P 69), come se con pastoie e con lacci gli avessero dentro legate, tarpate nell’anima l’ali (ivi), vi si diceva ogni domenica messa (C 424), io domando, come quando ho peccato, perdono (CC 482), a minacciare (quasi zitti) coi bastoni il prefetto (AG 504);

accanto alla tmesi ausiliare-participio e servile/causativo-infinito:

egli se n’era, finiti gli studi, tornato a casa (P 3), ma se tutte le potrai a seconda del tuo vario volere immaginare (P 10), Lui stava ore sull’altare seduto (P 17), non ti lascia nella sonnolenza composta quetare (P 63);

all’ubicazione iniziale del soggetto determinato da una relativa (cfr. ancora Bufalino: «I pettini si sono sciolti, che le tenevano fermi i capelli»,[46] «uno ne conosco che da solo contiene ogni estasi»,[47] «L’attuario s’offese senza capire, che s’alleviava più in là la vescica», ecc.):[48]

qualcosa si muove in te che non è la imagine chiara od il defunto pensiero (P 21), il rumore s’udì di lei che s’alzava (P 23), qualcuno passò che lo salutò (P 38), come se un groppo gli si sciogliesse che lo stringeva alla gola (P 42), il mio femore è intero che mi doleva così! (F 266), La città reggeva su lui, non crollava perché lui v’era, ch’era un santo (C 427), ogni cosa, sì, (giunse a questo), moriva, ch’egli aveva un istante goduta (AG 505);

alle inversioni di tutti i tipi:[49]

il busto ed il viso fra i fiori inclinato (P 17), estiva calura (P 20), fisica sostanza del corpo (P 21), come per un magico filtro (P 22), materiale mondo (ivi), vocale sospiro (P 23), egli pareva ridente, tutto a lui, ascoltare (P 27), un dolore vivo sopra del polso, nel braccio, sentì (P 40), col bastone passando (P 51), E tornò giù lento per la via dei colli solo (P 56), Un riso gli salì su dal cuore e come una corporale allegrezza (P 60), questo scatto che aveva un attimo sentito in sé dentro (P 64), ostinati, quali dal buio occhi, mi fissarono? (F 265), il vinoso coro degli ubriachi (F 269), ubriaca voce (F 270), voglia di giù (di su) a capofitto gettarti (F 271), epilettica corsa (F 273), le abbinate sbarre in zanne si mutano (ivi), geometrico vuoto (ivi), toraciche casse (F 274), irreale luce (F 275), non so che proteso, in alto, viso (ivi), inghiottente pantano (ivi), scatenati cancelli (ivi), solare lucidità (ivi), geometrica linea (F 277), letale tenebrore (ivi), vetrigni occhi (ivi), abissali echi (F 278), errabondi occhi (ivi), asprigno olio (F 279), pantanoso vallo (F 280), il sotterraneo tuono m’arresta della liberazione (ivi), annunzianti fanfare (ivi), marini acquari (F 282), apocalittica verzura (ivi), vulcanico fogliame (ivi), una secca pigna scrutare (F 306), liberatore messia (C 427), sepolcrale buio (C 429), appena verde erba (RS 472), biblica colpa (AG 497), babelica torre (AG 500), concettuale sforzo (ivi), primaverile marina (AG 502), scamiciati petti (AG 504), biechi occhi (ivi), spruzzo d’un senza fine mare (AG 505), nell’immobile mare (AG 506), il ritmico senza fine stridore (AG 507);

alle apocopi preconsonantiche:

perfezion conventuale (P 8), sebben temesse (P 9), la minor porta (P 12), come se si conoscesser da un pezzo (P 16), tradizional geometria (P 22), paion presentire (P 24), traballar sgangherato (P 26), si stendevan sotto di lui (P 57), il cordon dei tre voti alla cinta (P 63), si stendon nel nulla (F 275), spettral scorribanda (ivi), ciascun che t’incontra (F 286), Mi piaccion gl’indolenti meriggi (F 290), Sciacquan sospiri (ivi), pallon di papavero (F 293), come se […] fosser la spezzettata apparenza (C 434), paladin della vita (RS 473), la tradizion dei tuoi nonni (RS 477), comprension della vita (RS 478), spiritual categoria (CC 485), spiritual discendenza (CC 486), l’esaltazion della vita (AG 496), spiritual dignità (AG 498), creazion dell’oggetto (ivi), percezion delle cose (AG 504), individual volontà (AG 506)

e prevocaliche:

spiritual epicureismo (P 11), cercar inquieto nel dizionario (P 26), ti contan addosso le pulci (P 34), spiritual orditura (AG 504), avevan il Migne da vendere (CP 508);

alla posposizione del possessivo, d’indole più letteraria che popolare:

lo spaurito sentimento mio (CC 479), secondo il sapore dell’anima loro (ivi), lo spirito tuo (CC 481), la signorilità disinteressata sua (ivi), il regnare suo (ivi), nella solitudine composta mia (CC 482), intorno al cuor mio (ivi), dei nonni miei (CC 486), della schiatta mia (ivi), l’orizzonte suo (AG 504);

agli arcaismi morfologici:

Non mi torrete il mio nome (F 260), Non mi torrai dalla chiusa prigione (F 264);

e perfino alla paraipotassi:

se mi calpestate così […] e allora io mi levo (P 56),

spiccano gli anacoluti, il che polivalente, i costrutti ridondanti proprî del parlato più informale:[50]

come quando ti svegli da una febbre di un mese che le cose intorno son gravi (P 47), come quando col bastone passando rimescoli in una pozza per gioco il fondo fangoso, che ti viene su il torbidume (P 51), Che il tuo vivere sia secondo ragione te ne compiaci (F 263), Io, qui ci sto bene (F 269), Che se non era la neve fresca, s’arrivava in tre ore (F 266), Che non ti mettevan paura quei mille metri (ivi), Che lì, se fai oh! non ti fondi (F 270), è come quando ha piovuto che il mondo, subito par nuovo (F 286), quand’ero terra d’americhe ricca che avido ciascun vi segnava il suo pezzo (ivi), l’acqua di mare così tanta com’è, mi chiedi perché non ti vien voglia di bere (F 288), Le gioie improvvise che non sai perché, quelle subito t’alzi e scintilli (F 289), quel riso sereno di quando hai pianto, che io t’accarezzo (ivi), quando non c’è nessuno, che poi io vengo (ivi), la ragione che t’amo è che dilati a volte gli occhi (F 290), Mi piaccion gl’indolenti meriggi ch’una lentissima nenia ti scande la siesta (ivi), Le cadenze lontane delle canzoni, che si sentono non si sentono, subito ti fermi in ascolto (ivi), com’un velo che sotto c’è la morte (F 295), Il lucarino che ora gli parlo (F 299), Le fiabe gliele contano che le beve ad occhi grandi (F 302), il muricciuolo del mio giardino ne faccio letto (F 303), con gli occhi di oggi ci veggo il giorno di ieri (F 309), la casa dentro come c’entri allora? (F 314), Di vedermi abbietto ci godete (F 315);

i toscanismi:

di molto [‘molto] (P 34), le eran grettezze (P 37), l’era bene uno scandalo (P 50), La è ben qui, dimmi la foce? (F 271), C’è giorni che (F 297), La è così bizzarra! (F 303), Le sono, ormai per me, chiacchiere (F 306), questa la è una cosa banale (RS 473), la è una citrulla (CP 516);[51]

i ligurismi:

gran onda (AG 496), gran ombra (AG 499);

l’aferesi sillabica, come sta per ‘questa’:[52]

sta gente (F 299);

il lessico triviale:[53]

gran fottitore di serve (P 47), chi se ne infotte? (F 29);

le dislocazioni a sinistra:[54]

L’inverno e la primavera li aveva passati mezzi in città (P 19-20), il pomeriggio lo passava nella chiesa (P 20), il posto mio vero […], lo ritrovai poco su (F 269), le processioni ostinate delle minute formiche le disturbo (F 279), li occhi li hai di rugiada (F 289), le fiabe gliele contano (F 302), Le cose che dice nessuno le vede (F 303), Nessuno quest’angoscia me la sa quetare! (F 306), Il mio giorno lo passo (F 307), le piante con palma amorosa le palpo (F 308), gli intrichi del mondo li corro come i viluppi dei vicoli (ivi), La femmina ora la marita (CP 511);

l’articolo determinativo in forma debole dinnanzi a z e a s complicata, non sempre provocato da esigenze ritmiche (in F 297, ad esempio, il secondo ottonario dattilico sarebbe ugualmente garantito, senza ricorsi a soverchie speciosità grammaticali, da un semplice troncamento: *son gli zampilli):[55]

stava un po’ china col capo nell’atto intento del scegliere (P 15), o non le fosse penoso il star qui (P 17), Ed un zirlo improvviso di grillo come un riso sottile (P 46), il zirlo cantante dei grilli empire la valle (P 66), finché in nebbia si perdono dei scalcianti scheletri le ultime macabre sigle (F 275), e sono i lucenti sbocchi, sono i zampilli pungenti (F 297), il Migne è in buon stato e per quel che gli ho offerto… (CP 510).[56]

Si consideri al proposito che le curae del livello fonoprosodico, musicale e generalmente formale non stanno in vetta ai pensieri dello scrittore espressionista, mosso piuttosto dall’urgenza incontenibile dell’esternazione all’impronta e senza riguardo agli esiti; dalla necessità d’una energica, immediata propagazione del proprio individuale sentire; dalla tensione in ogni senso anarchica verso la dissoluzione e l’infrazione; dal fascino — mai cercato — dell’atonale e dell’abnorme; e soprattutto dal disdegno d’ogni laccatura. Nel Nostro, al contrario, le trasgressioni tendono a grammaticalizzarsi, l’impeto a farsi maniera, affettazione: di qui i chiasmi, le rime, le allitterazioni, le iuncturae ludiche ai limiti del calembour, le ostentate paronomasie che farciscono i suoi testi sia lirici che prosastici:

Cantava spiegato ora, ora rinchiuso e sperduto (P 12), necromante potente (P 21), con al collo un collare sconcio (P 28), La pazzia era in tutti casi passata bene, bene passata (P 29), la «pazzia» era ben passata, sì, era lontana bene (P 30), Cantava spiegato ora, ora rinchiuso e sperduto (P 37), Il giovane guardava lei ora, ora guardava intorno (P 42), nella giovane vita questa larga divaricata ferita (P 44), non bene sapendo e come per un esterno comando (ivi), voglie vigliacche (P 51), Chi fa falla (P 58), Ora si fa per gli opachi orizzonti un niagara di scrosci… Ora s’odono sordi ed enormi i lontanissimi tonfi… Ora lenti diradano i tuffi-rituffi dei mondi… Ora scandon lentissimi il tempo gli stillicidi rotondi… Ora si smorzano fiochi per gli echi più fondi — e si stendon nel nero del nulla i silenzi profondi (F 275), si leva la vasta vampa del vento levante (F 277), delirante delirio (ivi), s’inombrano d’ombra (ivi), il mare sotterra tutta quanta la terra (F 278), lontanissimo rombo ronza il cataclisma (ivi), Guizzano sprizzano pensieri (ivi), A valle divallo (F 279), fiumi fluenti di felicità (F 280), Si sformano le forme (F 282), getta i getti (ivi), Svalico i valichi (F 284), oltre gli sbarri dell’impossibile sono possibili le più impossibili possibilità (ivi), le cateratte dei cataclismi (F 285), si levano carezze lievissime brezze (ivi), fresca frescura (F 287), ghigno maligno (ivi), duro il durare (F 291), Aspetto allora l’inaspettato (F 292), ci venta vasto il vento, ci romba lento il rombo (F 296), sta gente sciocca che ci scoccia (F 299), non mi porta ormai non mi conforta (F 325).

Resta da misurare la fondatezza della diagnosi continiana.

Nel suo celebre saggio il filologo asserisce che a «localizzare» Boine «servono i tre fatti seguenti: la produzione deverbale; la fusione degli aggettivi; l’inversione sintattica degli avverbî».[57] Ora, quanto al primo fenomeno — cioè, più esattamente, i deverbali a suffisso zero —, annoverando uno sparuto manipolo d’occorrenze, per giunta quasi tutte contenute in F:

vi fate un titillo e un solletico (P 22), aggroviglio (P 39), giochi in borsa all’alzo ed al basso (P 54), quel tuo rannicchio di sedia ostessa (F 268), quello spalanco di blu (F 271), stacco [di blu] (ivi), i tuffi-rituffi dei mondi (F 275), vi son sprofondi senza sostanza (F 278), son rovesci a picco di fogliame nero (F 282), starnazzo [delle gru] (ivi), tutti gli sbocchi son sbarri biechi (F 284), gli spalanchi dell’ombra (ivi), oltre gli sbarri dell’impossibile (ivi), lo sgretolo-frana degli abbandoni (F 286), dietro lo sconfino dell’ansia (F 290), un vano rispecchio di lago (F 292), il risciacquo [della nave] (ivi), starnazzi da dannate (F 297), tutto d’ammacchi e angoscia (F 307), come una primavera in trabocco (F 318), ansito (F 267, 280, 284, 291, 292),

si fatica a riconoscergli un ruolo di comprimario sulla scena della lingua boiniana. Ruolo che invece appartiene senza dubbio a quella che Contini chiama «fusione», ovvero i conglomerati lessicali rappresentati dalle coppie e terne aggettivali unite da trattino (di derivazione futuristica, ma indubbiamente personalizzate, ancorché tendano non di rado a scadere nel barocchismo), in cui il primo epiteto svolge per lo più mansioni avverbiali:[58]

le cime dei mandorli e dei limoni lucide-verdi (P 12), anima […] quieta-canora (ivi), ombra carezzante-notturna (ivi), [voce] diffusa-riempiente (ivi), [musica] quieta-canora (ivi, ma anche «queta canora» P 14), salmodia canora-composta (P 13), ritmo monotono-ondante del mare (P 14), musica vecchia-nuova (P 20), cento cosette tollerate-proibite (ivi), i dorsi lievi-argentati dei colli d’olivi (P 27), masse verdi-folte (ivi), amico ignaro-parlante (P 27-28), un Bakunine nuovo-uscito (P 49), il diritto della morta-vivente tua razza antica (P 54), bosco d’olivi contorto-cinereo (P 56), [mucchio] rotto-colorato della città (P 57), nuovo-sbocciato dal suo intimo vivere (P 59), mani intente-stese (P 60), lui molle-appoggiato (P 61), chiacchierio lieto-vagante (P 66), la durezza rotta-reale della contraddittoria vita (P 70), tragico-gioiosa concezione del mondo (P 71), Tu resti saldo-piantato nell’ieri (F 259), Oh nel sonno voluttà del tuo corpo molle-allacciato col mio (F 264), viso rosso-ridente (F 266), respiro rotto-fumante (ivi), viso amico-materno (F 267), molle-lucente bucato (F 269), viscide-spalancate occhiaie (F 275), lentissimo-rigido sorgo (ivi), [gente] queta-curiosa (F 276), rauca-smarrita la voce (ivi), [declivi] molli-frondosi (F 277), chiuse-verdi le imposte (F 279), molle-distesa serenità (F 280), frecce nere-stridule (F 282), angoscie rapide-vaste (F 283), [angoscie] vaste-inghiottenti (F 284), [isole] tacite-vaste (F 285), ritorno notturno-silente (ivi), [tempo] gonfio-ricolmo della calda amicizia (F 286), porto chiaro-queto (F 288), bolle di sapone […] così lustre-leggere, così zitte-farfalle (F 289), sonno […] monco-ravvolto (F 300), [bambina] agile-rigida (ivi), pienissimo-vuota giornata (C 431), città […] vuota-sonante vita del mondo (C 434), canoro-mostruoso alveare (ivi), grave-aspro-dolcigno profumo (ivi), animale-sicura vitalità (ivi), montagna, rotta-ossuta (RS 472), sistema materiato-carnale (RS 475), triste-gemente fermento (CC 482), multiplo-compatto corpo (CC 486), profonda-doverosa aderenza (ivi) [corvi] grevi-volanti (AG 494), [corvi] rauchi-osceni profeti (ivi), [la morte] grave-adiposa (AG 500), sterpi grassi-striscianti (ivi), tondo-stupito-gioioso viso (AG 502), [provinciali] zitti-adiposi (AG 504), vene tortuose-saglienti (ivi), scampanare grave-argentino (ivi), dissolvimento agognato-temuto (AG 505), meriggio enorme-tacente (AG 506), salda-canora dantesca cantica (AG 507),

da quelle sostantivali:

dolore-piacere (F 268), letto-riposo (F 270), lo scoppio-scintille del tuo volto-vecchiaia, il guizzo cilestre del tuo occhio-dolore (F 271), questo riso-ferita dentro (ivi), questo sipario-pallore (ivi), questo essere-essere (ivi), amico-nemico (F 272), raggiunger la sosta-riparo (F 273), per l’arco-caverna degli scatenati cancelli (F 275), cunicoli-biscie (F 277), scenografie di iridi-nebule (ivi), all’amo d’una redola-lenza (F 279), son soffi-brezze i vostri muri (F 284), primavera-fervenza d’ogni possibilità (F 286), sorrisi-saluto (F 287), la storia-gorgheggio del tuo lucherino (ivi), riso-rifugio chiarito di te (F 288), Sei così soffio, così iride-soffio (F 290), fiori-farfalla (F 302), materia-danaro (RS 476, corsivo nel testo), anima-humanitas (ivi, corsivo nel testo)

o formate da avverbio + aggettivo:

questa strada maestra par ampio-scandita da marcie d’eroi (F 278), un appena-respiro di sonno (F 285), [la terra] amplissimo-stesa (AG 506)

e addirittura da sostantivo + sostantivo + aggettivo:

ospedal-serra-calda di storpi e di piagati (CC 480).

«L’intenzione generale era di rappresentare quel lirico intrecciarsi di molto pensiero sulla scarsezza di pochi fatti; quel continuo sconfinare della poca cronistoria esteriore nella contraddittoria, nella dolorosa, angosciata complessità del pensare che è la vita di molti e la mia; — intenzione di esprimere una complessità, una compresenza di cose diverse nella brevità dell’attimo, dentro una apparente povertà di vita» afferma il Nostro in un’autorecensione.[59] Sulla quale si basa l’analisi del suo maggior critico:

In espressioni […] come «Tu resti saldo-piantato nell’ieri specula dell’oggi» oppure «Oh nel sonno voluttà del tuo corpo molle-allacciato col mio!», saldo e molle non hanno, come ampio in ampio-scandita, una semplice funzione neutro-avverbiale: «corpo molle-allacciato» non è (o solo accessoriamente) «corpo mollemente allacciato», ma «corpo la cui tenerezza si sente nell’avvinghiamento». […] Una qualità è sentita in perfetta contemporaneità all’altra: attributi percepiti attraverso l’unità della sostanza.[60]

Nessun dato obiettivo autorizza tanto spiegamento d’apparecchiature esegetiche: i due termini in questione non possono che valere ‘saldo’ tout court o ‘saldamente’, ‘molle’ o ‘mollemente’; o anche — è il nostro avviso — coniugare ambo i significati (qui la personalizzazione della suggestione futuristica di cui si diceva).

Rispetto, infine, all’«inversione sintattica degli avverbî» — da Contini erroneamente detta esclusiva di P —, la sua presenza in quasi tutte le opere qui spogliate, oltreché negli scritti critici adunati in Plausi e botte,[61] nonché, come s’è detto, in più d’un testo di Jahier, non depone favorevolmente per la sua promozione a fatto insigne in quanto altrettanto originale che programmatico:

la gente se ne sentiva offesa un poco (P 6), scatta fuori nuda di nuovo (P 7), ma c’è terra e soda e ricca poi al di là (P 8), la voce, rauca un poco (P 14), pareva non avesse fatto altro mai (P 16), Conosceva sì Santa Teresa bene, ne aveva letta la Vida e le Moradas più volte (ivi), eran del resto in poche in convento qui (P 17), non ne conosceva le regole bene (P 18; ma P 38: «Conosceva bene il sito»), poteva far musica sempre (ivi), non si rende ben conto di essere suora ancora (ivi), avanzare verso la grata d’un tratto (P 23), anch’ella passò rapida via (P 23-24), ripigliavan gli accordi. Che non eran più composti e chiesastici ora (P 24), qualcosa che non bene capì (P 25), Ma di che dunque infine liberarsi che non bene sapeva? (P 28), parve volersi gettare indietro di nuovo (P 29), scivolò lenta, zitta via (ivi), la «pazzia» era lontana bene (P 30), Rimase dritto nella tenebra un po’ (P 31), non posso rimaner in convento più (P 32), ci son degli onesti ancora (P 33), t’appoggiavi senza scrupoli lì (P 35), non ci sono tragedie teologiche qui (ivi), la cosa diventa romantica qui (P 37), Cantava spiegato ora (ivi), come gli succedeva nei mali casi sovente (ivi), come se non avesse coscienza quasi di ciò che faceva (P 39), le ciocche abbondanti ai lati del viso in due bande giù (P 40), non gli riuscì mai di metterlo insieme bene (P 44), qualcosa che non bene afferrava (P 49), capiva tutto ciò bene (P 55), più deciso e lieto quasi (P 60), era contento d’amarla con semplicità schiettamente ed umanamente così (P 62), tu stai nelle nubi troppo, ed io ti tiro giù un poco (P 65), la fabbrica più schietta l’ha Moretti ancora (F 222), Il mio amore è via scattato dalla disperazione (F 263), noi contro corrente su (F 266), la prima volta giù caddi (F 267), attesi, opaco, deciso, di giù scivolare (F 268), voglia di giù (di su) a capofitto gettarti (F 271), noi siamo insieme arrivati (F 272), nera un po’ (F 288), via se le porta (F 289), Dici con voce di groppo allora (F 290), nulla da via buttare (F 325), si schianta una trave e v’è un uomo in pericolo sotto (C 421), mi par piena ora (RS 474), Ha bisogno di scribi solo il mondo? (RS 475), ch’io m’abbia la sanità e questa ariosa vastità dinnanzi (RS 478), ha diritto a vivere il suo cantuccio […] d’anni e di vita bene (CC 479), crosciavano sotto il suo passo ancora (AG 502), legati in pelle bene (CP 508).

Secondo il filologo gli esempî di dislocazione dell’avverbio in clausola andrebbero «dichiarati come reazione alle formule normali e prosaiche *scatta fuori di nuovo nuda, *non ne conosceva bene le regole, che da un lato […] vale […] per nobilitazione tonale, e d’altro lato moltiplica le incisioni, diminuisce la lunghezza delle unità ritmiche (non ne conosceva | le regole | bene contro non ne conosceva bene le regole)».

Congettura fascinosa e apparentemente probante. Sennonché, qualora la nostra ipotesi dell’influsso d’un sostrato regionale (comune quindi a più parlanti e scriventi) avesse un fondamento, non di nobilitazione si tratterebbe bensì di abbassamento tonale d’ordine mimetico, il che non sarebbe dato di scarso conto sia per il lettore sia per il critico generale. Inoltre, l’impiego del modulo topologico in alcune lettere non «letteratissime»,[62] visto il destinatario, all’amata e non reputata Maria Bonfante Gorlero («Non è Madama di Staël né la signora di Condorcet: non è né ricca, né istruita»)[63] non può non costituire la prova clamante della sua preterintenzionalità:

io proverò […] a non costringerti con le preghiere ed i ragionamenti più.

rileggi tutto questo bene.

Non riderò di te mai. […] non mi attaccherò mai col cuore profondo a nessuna creatura più.[64]

[Da «L’Illuminista», xiii, 37-39, 2014, pp. 180-215; ristampato in Gualberto Alvino, Scritti diversi e dispersi (2000-2014), pref. di Mario Lunetta, Roma, Fermenti, 2015, pp. 11-42].


[1] Pier Vincenzo Mengaldo, La tradizione del Novecento. Prima serie, Torino, Bollati Boringhieri, 1996 (19751), rispettivamente alle pp. 356 e 374.

[2] Cesare Segre, Punto di vista, polifonia ed espressionismo nel romanzo italiano (1940-1970), in Id., Intrecci di voci. La polifonia nella letteratura del Novecento, Torino, Einaudi, 1991, p. 41.

[3] Massimo Onofri, Il secolo plurale. Profilo di storia letteraria novecentesca, Roma, Avagliano, 2010, p. 81.

[4] Romano Luperini, Il Novecento. Apparati ideologici, ceto intellettuale, sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea, Torino, Loescher, 1981, pp. 229-30.

[5] Cesare Segre, op. cit., p. 41.

[6] In Aa.Vv., Atti del convegno sul tema: L’espressivismo linguistico nella letteratura italiana, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1985, p. 83 (trascrizione di un breve intervento estemporaneo).

[7] Clelia Martignoni, Espressionismo tedesco e vociano a confronto, «Autografo», 30, aprile 1995, pp. 21-34, a p. 22.

[8] Fernando Bandini, Elementi di espressionismo linguistico in Rebora, in Aa.Vv., Ricerche sulla lingua poetica contemporanea. Rebora, Salsa, Ungaretti, Montale, Pavese, pres. di Gianfranco Folena, Padova, Liviana, 1966 («Quaderni del Circolo filologico linguistico padovano»), pp. 3-35; i brani citati sono alle pp. 24 e 25.

[9] Clelia Martignoni, art. cit., p. 28.

[10] Gianfranco Contini, Letteratura dell’Italia unita (1961-1968), Firenze, Sansoni, 1968, p. 706.

[11] Ibid.

[12] Sigle: RES = Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi con un allegato, Firenze, Libreria della Voce, 1915; RA = Ragazzo. Il paese morale, a cura di Antonio Di Grado, postfazione di Giorgio Bouchard, Torino, Claudiana, 2002 (riproduce la prima edizione, uscita il 31 agosto 1919 per «I Quaderni della Voce»); ALP = Con me e con gli alpini, Roma, «Quaderni della Voce», 1920; POE = Poesie in versi e in prosa, a cura di Paolo Briganti, Torino, Einaudi, 1981 (ci si è riferiti alla prima sezione del volume, che raccoglie in ordine cronologico i testi poetici così come apparvero in rivista negli anni vociani; non alla seconda, in cui sono riprodotte le riscritture jahieriane degli anni Sessanta).

[13] Su cui ha dati preziosi Davide Colussi, La parola difficile. Aspetti della lingua di Jahier, in Aa.Vv., Resultanze in merito alla vita e al carattere di Piero Jahier. Saggi e materiali inediti, a cura di Franco Giacone, Firenze, Olschki, 2007, pp. 175-204.

[14] Rispettivamente Pier Vincenzo Mengaldo (Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1990, p. 428) e Vittorio Coletti (Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Torino, Einaudi, 1993, p. 419).

[15] Anche in versione non univerbata: «acquate corica raccolto» (RES 25), «moglie chiudi occhi» (RES 160).

[16] Alcune delle quali sono marcate non sine quare dal Colussi (art. cit., p. 184) come «toscanismi generici».

[17] Non si accolgono le voci contenute negl’inserti dialogici o interamente dialettali né i termini virgolettati, stampati in corsivo o esplicati in nota.

[18] Franco Contorbia: «[…] Jahier, genovese di nascita ma piemontese della Val Pellice. Anche la storia di Boine, nato a Finalmarina, rinvia al Piemonte e alla Savoia»; Luigi Surdich: «A mio parere, la forma più ligure-piemontese è quella con l’avverbio posposto»; Pietro Gibellini: «A me lombardo il sempre in fondo, come altri avverbi, pare altrettanto naturale che la sua anteposizione» (comunicazioni private).

[19] Gianfranco Contini, Alcuni fatti della lingua di Giovanni Boine, in Id., Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 247-258, alle pp. 253-55.

[20] Una disamina acuta e puntuale in Davide Colussi, art. cit., pp. 179-82.

[21] xv O dolce legno.

[22] i Dall’ombra, xliv Alle sbarre, xlv Domeniche metropolitane.

[23] iii Schematismus, vi Più là, xxii Falene, xxxv Sotto custodia.

[24] xxvii Rincorrerla.

[25] Sono stati scrutinati i seguenti testi creativi: Il peccato (= P), in Giovanni Boine, Il peccato, Plausi e botte, Frantumi, altri scritti, a cura di Davide Puccini, Milano, Garzanti, 1983, pp. 1-71; Frantumi (= F), ivi, pp. 257-342; La città (= C), ivi, pp. 420-34; Ragionamento al sole (= RS), ivi, pp. 471-78; Conversione al codice (= CC), ivi, pp. 479-87; L’agonia (= AG), ivi, pp. 493-508; Compero (= CP), ivi, pp. 508-16.

[26] Mario Costanzo, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, vol. xi, 1969, s.v.

[27] Giovanni Boine, Plausi e botte, in Id., Il peccato…, cit., p. 119 (recensione a Frammenti lirici di Clemente Rebora).

[28] Ibid., pp. 173-74.

[29] Pier Vincenzo Mengaldo, Iterazione e specularità in Sereni, in Id., La tradizione del Novecento. Prima serie, cit., pp. 383-410.

[30] Un caso anche in Jahier: «il ciabattino nero. Che socchiudeva l’uscio» (POE 6).

[31] Jahier: «altrettanto miserabile altrettanto incomprensibile, altrettanto infame» (RES 87), «sempre seccante esigente» (RES 127); «partiti per far numero per provare» (ALP 188).

[32] «son quelle perle di nubi sottili, soffi dell’iride» (F 290).

[33] Presenti pure nelle (cursorie e non sorvegliatissime) recensioni di Plausi e botte, cit., a testimoniare la vocazione super genera della lingua boiniana: «dice aperto» 98, «assai frequente se ne scordò» 127, «cantare sottile» 135, «opina diverso» 154, «io non so preciso» 215.

[34] Ivi: «buon uomo campagnuolo fa-versi e metti-insieme-sapienza» 84, «moglie fabbrica-corna» 90.

[35] Secondo Mengaldo (Storia della lingua italiana. Il Novecento, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 215) aspettanza (F 283: «senza fruscio nell’estatica a.»), fervenza (F 286: «primavera-f. d’ogni possibilità»), ruscellare (F 287: «mi ruscelli di chiarità»; F 303: «La gradinata che ruscella a mezzo») e tenebrore (F 277: «un letale t. di cripta») sarebbero neoconiazioni (il primo un falso arcaismo), laddove si tratta di forme non prive di riscontri letterarî e lessicografici.

[36] Usate, come meri sostituti delle tonde, anche da Jahier (RES 10, 44, 59, 116; RA 80; POE 22, 64, 67, 73), oltreché, sobriamente, da Dossi, Lucini e Soffici. Così Stefano Jacini — riferendosi in particolare a L’esperienza religiosa di Boine — in una lettera a quest’ultimo datata «Milano, fine dicembre 1911»: «Ho l’impressione che quel moltiplicarsi di aggettivi, quell’intrico di parentesi quadre e rotonde ecc. nuocciano talvolta alla chiarezza» (in Giovanni Boine, Carteggio III, Giovanni Boine-Amici del «Rinnovamento», a cura di Margherita Marchione e S. Eugene Scalia, tomo II [1911-1917], Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1977, p. 662).

[37] «Vedo che anche lui usa le parentesi-sottovoci, a introdurre i ragionamenti in margine, i soliloqui-cuneo come qualche altro giovane scrittore di mia conoscenza» (Giovanni Boine, Plausi e botte, cit., p. 158, recensione a Foville di Mario Puccini; il «giovane scrittore» è naturalmente lo stesso Boine).

[38] Luigi Matt, La narrativa del Novecento, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 93.

[39] Cfr. Gualberto Alvino, Artificio e pietà. Contributo allo studio di Gesualdo Bufalino, in Id., La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, pref. di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo Editore-University Press, 2012, pp. 139-40. Uno studio dei lasciti boiniani alla prosa contemporanea riserverebbe non poche sorprese.

[40] Gesualdo Bufalino, Argo il cieco, Milano, Bompiani, 1994, p. 70.

[41] Id., L’uomo invaso e altre invenzioni, Milano, Bompiani, 1990, p. 75.

[42] Id., ivi, p. 123.

[43] Id., Il malpensante. Lunario dell’anno che fu, in Opere. 1981-1988, a cura di Francesca Caputo, intr. di Maria Corti, Milano, Bompiani, 1992, p. 1097.

[44] Id., Le menzogne della notte, Milano, Bompiani, 1990, p. 41.

[45] Id., Bluff di parole, Milano, Bompiani, 1994, p. 90.

[46] Id., Argo il cieco, cit., p. 89.

[47] Id., Il malpensante, cit., p. 1034.

[48] Id., Le menzogne della notte, cit., pp. 9-10.

[49] Diffuse anche in Plausi e botte, cit.: «spirituali tenebre» 80, «corporale meraviglia» 87, «funerario lenzuolo» 106, «natural funzione» 108, «concettuali costruzioni» ivi, «spirituale musica» 109, «spirituale ansia» 110-111, «nostalgica ansia» 114, «villereccia convalescenteria» 125, «natural elemento» 126, «quotidiana vita» 128, «matematica materialità» 139, «esteriore moto» 150, «baronale maniero» 160, «piemontese angustia» 162, «fakiresche scarnificazioni» 194, «metafisica psicologia» ivi, «ascetiche elevazioni» ivi, «arcadico pascolo» 231.

[50] Ivi: «questi fascicoletti a due soldi che me li lasciò in eredità mio fratello» 198, «con queste sigle di nubi e di ombre che dentro non ne trovo la chiave» 214-215, «questi skiatori [corsivo nel testo] pallidi che la corsa e la neve via nel deserto alpino li inghiotte» 216.

[51] Ivi: «le son cose da ridere» 83, «queste le essendo satire hanno un poco il difetto […]» 89, «La è una faccenda un po’ vuota» 91, «Questa la pare una requisitoria» 103, «le son cose di mio gusto» 104, «Questa […] la sarebbe stata una delle più eroiche, più reali tragedie» 112, «Che razza di critica la è mai questa» 125, «La è una giovinetta» 137, «la ti balena dentro» 141, «La è una bizzarria spiritosa» 149, «la è su per giù un brano» 152, «la è roba artefatta» 156, «la è una cronaca» 168, «la è tutta roba da buttare» 172, «la è una bestia utile» 182, «La è quella bestiale rivoluzione francese che ci ha rovinati» 184, «la è qui, dirò, una maniera sincera» 222.

[52] Ivi: «’ste cattedratiche chiacchierate» 182, «’ste catapulte di frasi» ivi, «sti fogli» 237.

[53] Voci scatologiche o di carattere sessuale anche in Plausi e botte, cit.: «far fottere […] i suoi eroi» 88, «se ne straffotte [sic]» 91, «non sai se sia un verso od un rutto» 94, «l’intimo degli uomini si strafotte della previsioni dei critici» 119, «dei critici deve maravigliosamente straffottersi» 131, «del verso mi straffotto» 175, «solo straffottendosi […] affiorirà […] la parola vostra» 176, «mi straffotto dei filosofi» 184, «mi straffotto dell’uditorio» 186, «straffottenze spirituali» 187, «straffottente ironia» 195, «questo Ravegnani, non è mica del tutto un coglione» 217, «tratta cinico di puttaneria» 227, «caccarelluzze di capra» 237.

[54] Ivi: «questa disciplina il paese la trova» 111, «il quale lo si legge in Ruysbroeck» 126, «le gerarchie io non mi sento di farle» 127, «l’anima viva dell’autore la perdi di vista» 156, «le manovre al suo plotone le sa fare» 157, «la profondità non la vedo» 168, «questo sbriciolamento grigio non lo capisco» 175, «la pelle l’ha dura» 182, «il fondo non lo scernevi» 192, «questa profondità non me la ridate» 193, «gli occhi di un bimbo, che gli oggetti li traspone» 205, «Eliogabalo i pesci li mangiava in vasellame» 232.

[55] «Casi talmente estremi perdono ogni senso, ogni comprensibilità, se non vengono ricondotti a fatti prosodici (cioè alla considerazione dell’intera clausola: “o non le fosse penoso il star qui”)» (Gianfranco Contini, Alcuni fatti…, cit., p. 248).

[56] Cfr. Plausi e botte, cit.: «nessun scopo» 164.

[57] Gianfranco Contini, Alcuni fatti…, cit., p. 250.

[58] Cfr. Plausi e botte, cit.: «torrente-autobiografia» 84, «fiume-musica» 109, «fiume-poesia» ivi, «tragico-serena sapienza» 110, «sapore ironico-polposo» 129, «cose lucreziane-disperate» 131, «tormento-dispetto» 156, «costume-mascherata» 157, «parentesi-sottovoci» 158, «soliloqui-cuneo» ivi, «ci senti il soldato, il buon umore-camerata» 164, «nero-alitante demonio» 173, «tutto l’universo […] mi parve così: macchina-vuoto» ivi, «scorrevolezza-colore» 183, «via sonnacchiosa-borghese» 187, «lo scoppio-mistero [dell’atto artistico]» 191, «quadro-culmine [= scena madre]» 195, «viottoli-biscie» 196, «gorgheggio libellula» 199, «imagine-fonte» ivi, «sospiro-lamento» 205, «pancia-catena d’oro» 207.

[59] Ivi, p. 115.

[60] Gianfranco Contini, Alcuni fatti…, cit., p. 253.

[61] «non le dicono agli uomini mai» (96), «le piacciono i maschi soltanto» (ivi), «quando uno è decretato che sia un grande scrittore già» (101), «[le case] sono invecchiate e rovinate sempre» (106), «di cui s’è dato esempio già» (118), «Budda nelle scolture orientali è grasso sempre» (135), «l’acqua è fresca maravigliosamente» (137), «maturo bene d’età» (147), «non ne sta al di sopra sufficientemente» (150), «staremmo allegri un po’. C’è buon vino qui» (175).

[62] «L’epistolario è naturalmente letteratissimo» (Gianfranco Contini, Alcuni fatti…, cit., p. 249).

[63] Lettera di Boine ad Alessandro Casati del 23 febbraio 1913, citata in Andrea Aveto, Un capitolo della biografia di Giovanni Boine, Novi Ligure, Città del silenzio, 2012, p. 13.

[64] Ivi, rispettivamente alle pp. 79, 80, 81.

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Gualberto Alvino

Gualberto Alvino (Roma 1953) si è particolarmente dedicato agli irregolari della letteratura italiana, da Consolo a Bufalino, da Sinigaglia a D’Arrigo, da Balestrini a Pizzuto, del quale ha pubblicato in edizione critica Ultime e Penultime (Cronopio, 2001), Si riparano bambole (Sellerio, 2001; Bompiani, 2010), Giunte caldaie (Fermenti, 2008), Pagelle (Polistampa, 2010) nonché i carteggi con Giovanni Nencioni, Margaret e Gianfranco Contini (tutti editi dalla Polistampa). Fra i suoi lavori più recenti la curatela dell’ultima silloge di Nanni Balestrini Sconnessioni (Fermenti, 2008), Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia (ivi 2009), La parola verticale. Pizzuto Consolo Bufalino (Napoli, Loffredo, 2012), L’apparato animale (Robin, 2015), Scritti diversi e dispersi (Fermenti, 2015) e «Come per una congiura». Corrispondenza tra Gianfranco Contini e Sandro Sinigaglia (Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, 2015). Suoi scritti poetici, narrativi, critici e filologici appaiono regolarmente su diverse riviste accademiche e militanti, di alcune delle quali è redattore e referente scientifico.

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