end-of-the-tunnel

1.

« Sembra oggi inevitabile che la libertà creativa debba essere condizionata, prima ancora che a una lunga ‘recensione alla realtà’, a un preliminare dibattito sull’interpretazione della medesima. » [1]

Così, oltre mezzo secolo fa, Sereni esprimeva il suo scontento per quell’esigenza di programmaticità nella scrittura che era propria di movimenti pur diversissimi tra loro, quali il neorealismo engagé e la neoavanguardia, che avevano sostituito la volontà all’esperienza. Il sintagma sereniano “recensione alla realtà” mi pare una valida – benché necessariamente generica – definizione di poesia capace di tenere insieme pratiche e attitudini novecentesche assai diverse e, soprattutto, rimettere al centro dell’attenzione un movimento dialettico tra autore e situazione. Trasponendo all’attività critica tale movimento, si può affermare che in esso le sovrastrutture sociali e antropologiche certo agiscono, ma smettono di diventare il pretesto per una prassi che si è purtroppo allontanata irrimediabilmente dal sensibile, dal senso comune, prassi che eleva il critico a demiurgo e monade senza mandato di mediazione tra un pubblico e un’opera, senza l’imperativo della chiarezza, dell’utilità e dell’indipendenza di quello che potrebbe essere un dialogo con una direzione, un servizio all’opera e al lettore.

È augurabile ritornare a questo sintagma, “recensione della realtà”, oggi, nell’anno 2013, estendendolo dalla poesia alla critica? Credo proprio di sì. Non solo perché si sta faticosamente uscendo da un orizzonte di pensiero postmoderno (che però continua dominante nell’accademia, praticato da soggetti che in quella temperie culturale di avversione all’ermeneutica si sono formati), ma proprio perché stanno emergendo esigenze e sensibilità di natura opposta, in cui per esempio il virtuale viene visto come un utile mezzo vòlto perfino al suo contrario (all’incontro fisico, tangibile, delle persone) e non più come elogio dell’immateriale e del possibile. D’altronde, a questo sembra spingere la riscoperta, da parte di comunità sempre più cospicue, di valori quali la difesa del territorio, l’agricoltura, e insomma il ritorno della manualità e del lavoro non alienato. Non ho certo la competenza né l’autorità per dire che sia in atto un mutamento antropologico, però ci sono segnali dal mondo, si ha la sensazione di essere prossimi a una svolta epocale che non possiamo prevedere e che impone un ripensamento anche nel modo di fare critica.

Cito a tal proposito un aneddoto personale, che si inserisce benissimo nel mosaico di cui sopra. Pochi giorni fa a un convegno su Sereni, sono stato colpito dal parallelo tracciato, sulla scorta di una lettera inedita di Sereni, da un giovane ricercatore e poeta, Stefano Versace, tra l’Europa sofferente dell’immediato dopoguerra e l’Europa diversamente sofferente di oggi, tra le esigenze di realtà sentite tra i giovani di allora e quelle che sentiamo noi oggi. Allora il successo del Manifesto sul nuovo realismo di Maurizio Ferraris potrebbe essere dovuto al suo aver intercettato delle istanze di cambiamento – tenuto presente che la realtà è comunque molto più del realismo, e che il realismo stesso non è un passivo schiacciamento sulla mimesi.

Tenuto conto di tutto questo, “recensire la realtà” è rimettere al centro del discorso conoscitivo i soggetti e le situazioni in cui questi agiscono, derubricando le ossessioni postmoderniste per il determinismo storico e sociale (del «tutto è mediato, costruito, perciò nulla è vero né conoscibile») a variabile pur importante, ma mai attore esclusivo. Questo implica, a mio parere, un ritorno di una critica che non si vergogni di essere umanista, una critica che torni a occuparsi dei testi e della loro rilevanza per i lettori in primis, derivando da essi un’interrogazione puntuale anziché, come troppo spesso si è fatto, riducendoli a sintomi di una condizione più vasta e ineludibile. Vorremmo perciò non un opposto e forse ingenuo cambio di paradigma, ma un’integrazione per cui all’applicazione di modelli dall’alto si accosti una più umile interrogazione dal basso dei manufatti singoli, senza che questi vengano forzati entro un orizzonte comune. Non importa se nel fare ciò noi stessi siamo prede della nostra formazione, dei nostri bias (il punto su cui insisteva Stanley Fish nel criticare le pretese scientifiche dell’approccio stilistico): più autentico è non porsi al di sopra delle proprie limitazioni, ma anzi esplicarle nella consapevolezza che, oltre a essere individui socialmente e storicamente determinati, abbiamo anche una componente di creatività e libertà immaginativa, di agenza in questo mondo. Detto in una battuta, e parlando a titolo personale: alla critica attuale forse serve, tanto a livello epistemologico quanto metodologico, meno Foucault e più Chomsky; o, con più equilibrio, almeno un po’ di Chomsky accanto a Foucault (per chi voglia godersi queste opposte prospettive in dibattito, segnalo questo dialogo tra il filosofo e il linguista: sembra, ahimè, un dialogo con poca comprensione reciproca).

Ma come si pone, rispetto a questo quadro, l’attività di In realtà, la poesia?

A cinque mesi dalla nascita del progetto, e a dieci interventi già pubblicati, è possibile azzardare un bilancio un po’ più consistente di quello che abbiamo provato a offrire nel nostro primo editoriale. Là avevamo osservato sì un ritorno ai testi e un senso di necessità nella scelta di taluni poeti in luogo di altri, ma anche un disagio rivelatore nei confronti della realtà, sia essa trascesa in etica (Ferrari su Fabiani, Carlucci su Mazzoni), in ontologia (Ferri su Cappi), in mitologia (Rizzatello su Onano) o nel connubio tra osservazione e mondo naturale (Conticello su De Vita). La società e la storia sono state, significativamente, le grandi assenti.

Il saggio di Linguaglossa su Maria Rosaria Madonna contribuisce a colmare questa lacuna prendendo di petto il rapporto tra meccanismi sociali, politiche culturali e linguaggio poetico: il critico insiste particolarmente nell’adozione di una «lingua morta» da parte di Madonna che simbolicamente si opponga al linguaggio mass-mediatico e al riflusso di tanto stanco diarismo e del mito del linguaggio semplice e trasparente. Non è allora un caso se, in questo saggio, compare anche una prefazione a Madonna scritta da Amelia Rosselli, estranea più di tutti a un appiattimento del linguaggio sulla verosimiglianza ai referenti. Questo saggio ha impresso su In realtà, la poesia una svolta più polemica e militante che in precedenza, e che è continuata con la lettura di Penna da parte di Caporossi. Caporossi dedica le sue aspre pagine a ridimensionare un poeta quasi unanimemente ritenuto grande come Sandro Penna. Lo fa con acribia, riportando versi non proprio felici del poeta e ribadendo con coraggio che i concetti di leggerezza e grazia possono essere aggiramenti critici per quella che a volte è soltanto povertà di contenuto e monotonia compositiva. Caporossi arriva perfino a gettare luci sinistre sull’avvallo di critici importanti come Pasolini, Debenedetti e Mengaldo nei confronti di Penna. Si può, ovviamente, essere o meno d’accordo con Caporossi, e anzi aspettiamo interventi altrettanto corposi a smentirlo o a controbilanciarne gli esiti; eppure mi sembra che una critica coraggiosa e che contenga una cospicua parte destruens sia più che mai necessaria oggi, dove le lodi abbondano in numero e – come se non bastasse – scarseggiano in originalità. Il passo successivo sarà quello di criticare lungo linee analoghe autori canonizzati ma viventi, un passo ancora più arduo e forse ancora più necessario.

Più teorico, benché ancorato a passaggi dall’opera di Ercolani, l’intervento di Ermini avversa dichiaratamente la realtà rivendicando l’assoluta alterità del momento poetico: un confronto tra questo saggio e quello di Ferri potrebbe mettere in luce diverse affinità. È bene specificare che Ermini postula qui un superamento della realtà dopo il suo attraversamento, non mai un’irresponsabile fuga da essa: prova ne sia l’affermazione, che condivido pienamente, secondo cui «la realtà esperita, pur conoscendo molte depurazioni, continua in qualche modo a conservare una sua precisa riconoscibilità nell’opera». Più “in situazione” gli interventi di Pusterla su Orelli e di Bosco su Cepollaro, che hanno in comune l’ascolto e un senso di vicinanza ben percepibile tra critico e poeta. L’analisi di Pusterla è la prima su In realtà, la poesia a incentrarsi su un testo singolo anziché su una raccolta, nella (giusta, per me) persuasione che una lettura attenta dello stile e dei temi trattati nel microcosmo del testo sia una chiave d’accesso privilegiata al macrocosmo dell’intera opera dell’autore, per il lettore che voglia approfondire: e in effetti all’eccellente close reading tematico-stilistico, che certo deve molto alla scuola filologica pavese dove Pusterla si è formato, si affiancano, con discrezione, puntuali riferimenti intertestuali, e il valore reale e simbolico al tempo stesso della topografia orelliana, contrapposti «all’orrore dell’oggi». Ancora una volta, la realtà storica e sociale lascia il passo a un rapporto fuggevole tra individui (il mascalzone e la persona del poeta) in un paesaggio naturale che non sembra avere una funzione troppo diversa da quella che ha in De Vita, dove però all’interesse per il paesaggio insieme umano e naturale subentra l’osservazione del botanico. L’intervento di Bosco, infine, indirizza con più chiarezza di tutti le esigenze del lettore, offrendoci un’appassionata lettura dell’ultimo libro di Cepollaro, Le qualità, che viene lodato proprio in quanto capace di comunicare contenuti e fiducia, di ridare centralità al momento sensibile e biologico: la sua sembra, perciò, una lettura in grado di esemplificare quel mutamento in atto di cui si diceva prima, tanto più considerando il fatto che a questa attitudine è pervenuto proprio un poeta come Cepollaro, che ha vissuto in pieno la temperie postmoderna ma ha da subito fuggito l’allegra moltiplicazione delle possibilità a favore di un momento critico ed etico, di ascolto del proprio tempo.

Non è certo facile destreggiarsi in questa costellazione di approcci: ma l’attraversarla, avere l’opportunità di porla ai nostri lettori in costante aumento e con tempi finalmente lenti, è qualcosa di cui non possiamo non dirci orgogliosi.

Davide Castiglione

2.

« Ogni idolatria dello stile nasce dalla credenza che la realtà è ancor più vuota della sua rappresentazione verbale […]. Dietro una frase ben proporzionata, soddisfatta del suo equilibrio o tronfia della sua sonorità, si nasconde troppo spesso il disagio di un animo incapace di accedere attraverso la sensazione a un universo originario. È forse sorprendente che lo stile sia maschera e confessione insieme? » [2].

Comincio dalle parole con cui Emil Cioran descriveva, nel suo lucido pessimismo, lo stile dei classicisti. Comincio da qui perché una serie di echi e di riflessi verbali, in particolare con l’intervento di Luigi Bosco su Le qualità di Cepollaro, può aiutarmi a capire lungo quali direzioni In realtà, la poesia possa assumere i contorni di una proposta viva ed efficace. Dove per “efficace” non intendo né il seguito di lettori, né la cifra pragmatica dei singoli testi pubblicati; penso, piuttosto, all’opportunità di utilizzare la cultura in rete al di sotto delle sue possibilità, per poter finalmente affacciarsi al di là dei suoi limiti. E mi riferisco non tanto ai tempi più lenti e alle diverse modalità di discussione che i fondatori di questo progetto hanno deciso (saggiamente) di stabilire, ma soprattutto alla più sottile coerenza necessaria per diventare un modello di relazionalità e confronto. Premetto una constatazione forse ovvia: credo che le nozioni di stile e di classicismo siano applicabili ai testi critici così come a quelli poetici; e credo, soprattutto, che ogni linea poetica o critica, anche la più sperimentale, abbia – nel momento in cui si formalizza, più o meno consapevolmente – la tendenza a presentarsi come classicismo sui generis. Ecco perché lo stile che per Cioran è «maschera e confessione insieme» andrebbe oggi osservato con un pizzico di ulteriore diffidenza: attraversiamo un momento storico che, come ha scritto Luigi, ha «obbligato tutti alla ricerca coatta della soluzione migliore per salvarsi»; e gli stili incarnati dalle sfaccettate e a volte sfibrate forme della performatività culturale di nicchia (come purtroppo è quella della poesia, soprattutto sul web), in qualsiasi modo quest’ultima si declini, portano sempre con sé il rischio di essere soltanto una conferma identitaria, un’elegante assoluzione propinata a sé stessi e ai propri lettori impliciti. E l’assoluzione è, ovviamente, da una realtà di cui non ci si vuole riconoscere involontari complici; da quella compromissione con il sociale che può essere rimossa – ma non negata – tanto dal lirismo sempliciotto quanto dai più impersonali montaggi metapoetici. Proprio sulla consapevolezza di questo rischio, che attanaglia in primis me stesso che scrivo, si potrebbe però paradossalmente trovare un primo livello di realtà condivisa: lasciando perdere le categorie del postmoderno, mi sembra che la storia politica italiana degli ultimi vent’anni abbia dimostrato come oltre all’ottimismo, anche il pessimismo possa diventare un feticcio (non a caso Giuliano Mesa definiva il nichilismo una perversione da pance piene); accomunati da questa sorta di scepsi verso gli altri e verso noi stessi, si potrebbero finalmente cercare le basi del dialogo fra poetiche e visioni diverse non più soltanto nei contenuti e nei referenti, ma a partire dai mezzi e dal metodo (e per metodo l’etimologia vale più di mille parole). Cercare cioè di realizzare, all’interno delle proprie strategie testuali, una grammatica comune ed extraermeneutica, che valga anche soltanto come profilassi critica, ma che aiuti il lettore a muoversi nella relatività del singolo contributo. Soltanto così, credo, lo stesso critico potrà sorvegliare quanto la sua impostazione rischi di essere il predicato di una ricerca identitaria esclusiva, e quanto invece, attraverso la relativizzazione di sé, riesca a mantenere i necessari margini d’inclusività. Ma per dare consistenza a questo primo livello di realtà, a questa sorta di telaio su cui passare la spola dei singoli e diversi metodi, bisogna certamente provare ad individuare quali possano essere gli appigli testuali dell’ipotetica grammatica comune. Io credo che proprio su questo In realtà, la poesia avrà molte cose da dire. Fin da subito mi vengono in mente alcuni punti, in estrema sintesi. Il primo, fra i fondamenti stessi del nostro progetto, è la vicinanza al (e la citazione del) testo poetico come principale garanzia dell’interpretazione. Il secondo è la franchezza con cui si dovrebbe mettere in gioco il proprio bagaglio culturale: «noi stessi siamo prede della nostra formazione», come ha scritto Davide Castiglione in questo stesso editoriale, e allora dovremmo sforzarci di contestualizzare ogni valutazione qualitativa nel sistema di riferimenti estetici che ci appartiene e, inevitabilmente, ci limita, cercando di esplicitarlo quanto più sia possibile per le esigenze di sintesi e leggibilità dei singoli testi critici. Significa anche rendersi semplicemente conto che ogni chiave di lettura del testo e del mondo poggia almeno su qualche ineludibile apodissi, e che lo scientismo o la postulazione di superiorità interpretative sono assurdi oggi (in tempo di fisica quantistica) più che mai. Terzo punto: la chiarezza. Sarebbe davvero stupido opporre la paratassi all’ipotassi, o la semplicità alla complessità. Invece si tratta, credo, semplicemente di scrivere alla luce di una domanda, da verificare frase per frase: riuscirebbe un lettore colto a decifrare questo passaggio, pur non condividendo il patrimonio lessicale e argomentativo della mia formazione?

Partendo da questi primi punti, forse c’incuterà meno timore la constatazione che, dopo solo dieci interventi pubblicati, siamo già costretti a constatare quanto sia duttile e arduamente definibile il concetto individuale di realtà che attraversa/nasce/finisce nel testo, e di quanto siano arbitrarie le scelte linguistiche e retoriche con cui il critico stesso prova a dare maggior consistenza e comunicabilità a questa pseudo-realtà. Però penso che tutti i nostri primi dieci critici, anche per quanto specificato nelle linee guida, siano un passo oltre la fase del pensiero secondo cui «la realtà è ancor più vuota della sua rappresentazione verbale»; ed anche Ermini, come ha ben spiegato Davide, presuppone un attraversamento più che un derridiano appiattimento o una subordinazione della realtà alla rappresentazione. Quando Ermini dice che «questa fuga dalla realtà non è un sottrarsi al mondo delle cose per affidarsi ad ali angeliche; bensì un volgersi a quanto è impossibile, quando l’impossibile nelle cose lo si ricava dal possibile come interno rovesciamento», mi viene in mente un verso tratto da Le sostanze di Alberto Casadei: «L’impossibile è la loro / aggregazione, l’appartenenza / mentre io guardo»; anche dall’impossibile del reale, quindi, può nascere appartenenza, non chiusura, né esclusività.

E quanto detto finora non è comunque poco, se l’obiettivo non è la reductio ad unum (o magari ad paulum): non vogliamo infatti individuare un approccio analitico con aspirazioni definitive, né porci come obiettivo una sintesi, a mo’ di mosaico, dei possibili rapporti tra realtà, io poetante e io critico (anche nel caso in cui gli ultimi due coincidano): la sintesi, in questo caso, impoverirebbe come non mai. Si tratta, invece, di raggiungere un più ampio grado di esposizione di sé (da non banalizzare sull’emotività), di condivisione non solo del giudizio, ma anche dei ferri del mestiere. Anche su questo più modesto fine ci sono e ci saranno problemi su cui riflettere: soltanto per fare un esempio, potrà capitare – ed è già capitato – di commentare la forma di un verso specifico, mimando oggettività là dove si continua invece a cadere nel giudizio impressionistico o crociano.

Cioran squaderna le difese dell’«animo incapace di accedere attraverso la sensazione a un universo originario». Ecco l’altro tema chiave: quella sensazione grazie a cui, per Cepollaro e poi per Bosco, si può fare qualche passo significativo verso un nuovo paradigma umano. In fondo non siamo così lontani da quanto dice Davide, andando più nel concreto, su come stia scemando il fascino del web e del virtuale come serialità del possibile, e si stia invece rivalutando la rete come strumento propedeutico all’incontro tangibile. In realtà, la poesia prova su ciò ad essere “riformista”, cioè a simulare sul web alcuni dei principi che nei dibattiti, nei convegni, ma anche soltanto negli incontri fra conoscenti, permettono (o dovrebbero permettere) una maggior comunicabilità; senza ovviamente escludere la possibilità e anzi il valore intrinseco dell’incontro fisico. Anche sul tema della sensazione, che mi sembra comunque una fondamentale strada da percorrere e indagare nel futuro, mi vengono in mente un paio di dubbi a cui forse si dovrà tentare di rispondere:

  1. Cosa c’è di nuovo nella linea di Cepollaro, nella sua «filosofia del corpo che recupera e rimette coraggiosamente in gioco l’importanza della prassi, il valore di verità dell’empirismo percettivo delle interazioni», rispetto a quanto, quasi un secolo fa, l’esperienza biografica e artistica di Antonin Artaud non abbia già testimoniato? Il Teatro della Crudeltà è esistito, ha posto l’esperienza del corpo e degli organi a fondamento non solo della drammaturgia, ma anche delle relazioni umane, che nel teatro hanno il loro apice di sacralità; ha probabilmente avuto successo nel rivalutare, rispetto alla ragione cartesiana e aristotelica, il ruolo della biologia o della nozione di ritmo (lessema non a caso presente spesso sia nei testi di Cepollaro sia nel contributo di Bosco) nel ragionamento e nella creatività, influenzando non solo gran parte del teatro sperimentale dello scorso secolo, ma anche tante correnti letterarie, a partire dal surrealismo. Se Artaud e gli artaudiani hanno già dato il loro contributo alla possibile riformulazione antropologica, cosa c’è di nuovo in questa etica della sensazione, o in che modo si relaziona ad Artaud?
  2. Se il battistrada è Artaud, il guard rail dovrebbe secondo me essere la polemica di Matteo Marchesini sulla retorica del corpo. Come si scampa dalla retorica, da quella canonizzazione della carne che a me sembra innegabile e che per molti è ancora, con un’affettazione a volte desolante, la principale spia di avanguardismo? Si può davvero superare, con i mezzi estetici esemplificati da Cepollaro, lo stallo del concetto di corpo così com’è stato inserito da Foucault nella sua biopolitica?

Forse mi sto volgendo a questioni eccessive, che sarebbe meglio lasciare ai filosofi o, ancor meglio, ai filosofi della scienza. Ma saranno le prossime realtà che ospiteremo a rispondere e a delineare ancor meglio il percorso, con voci non sovrapponibili, ma speriamo orchestrabili. In fondo ci spetta soltanto di tracciare il pentagramma.

Michele Ortore


[1] Vittorio Sereni, 1956

[2] E. M. Cioran, La tentazione di esistere, Milano, Adelphi, 1984 (traduzione di Lauro Colasanti e Carlo Laurenti)

The following two tabs change content below.
Da qualche tempo ormai si palesa, in rete e altrove, l’esigenza di far dialogare la poesia con quella che – in mancanza di termini più precisi – chiamiamo “realtà”.È un’esigenza che ha già trovato e sta trovando ottimi canali sul web; tuttavia, noi vorremmo interrogarla da un angolo particolare, vale a dire tematizzando il binomio “poesia e realtà” nel suo intrecciarsi fitto a partire dai testi e dalle opere, rilanciando la pratica del close reading e dell’analisi testuale.I testi – compresi i macrotesti delle opere – sono infatti i grandi assenti del dibattito contemporaneo sulla poesia, dove prevalgano di gran lunga notazioni di cultura, editoria, costume letterario, spesso con un focusprimo sulla persona dell’autore anziché sulla propria scrittura (o scritture). Lungi dall’essere un ritorno a paradigmi formalizzanti, l’approccio qui proposto considera i testi e le opere al tempo stesso tanto come prodotti – diretti o indiretti – di una data situazione storica, sociale e individuale, quanto come strumenti per interpretare o cercare di comprendere la realtà in cui si collocano e/o a cui fanno riferimento. Con In realtà, la poesia non vogliamo canonizzare il contemporaneo, né privilegiare una forma di poesia o poetica o una interpretazione di realtà che ne escluda e discrimini altre.Ci piace pensare a questo progetto come a una convergenza di sguardi e sensibilità diverse, in grado di recepire la poesia come uno strumento interpretativo della realtà alternativo ai paradigmi ed al discorso dominanti, restituendole dignità e credibilità.

Ultimi post di in realtà, la poesia (vedi tutti)