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Se mi permetto di rievocare il titolo di una poesia sereniana (La poesia è una passione?) in apertura a questo editoriale, lo faccio perché un grande interrogativo ci si è posto, con forza, allo scadere del secondo bando del Premio per la Critica. Cominciamo dai fatti bruti: a fronte di un bando a nostro parere perfezionato e della concessione di una proroga, sono pervenuti soltanto due saggi contro i diciassette dell’anno scorso. E dunque, il concorso è stato ritenuto nullo. In termini percentuali, è come se un partito che fu di maggioranza non sia riuscito a superare la soglia minima di sbarramento per la rappresentanza in parlamento.

Ora, è possibile sciorinare giustificazioni, ipotesi, attenuanti e quant’altro; ed è comprensibile manifestare, tra sé e sé, un qualche malcontento, l’amarezza di un cattivo raccolto per il quale alla sbarra si vorrebbe mettere il tempo, non certo le tecniche di coltivazione. Ma questo esercizio, è davvero utile? Io – e qui parlo a titolo personale – credo che non lo sia per i nostri lettori. Cercherò pertanto di non cadere nelle trappole speculari del j’accuse e del lamento pietoso. Piuttosto, con umiltà ma determinazione, vorrei sviluppare una riflessione a partire da un riscontro negativo che però non sembra invalidare il potenziale complessivo del progetto di In realtà, la poesia (nuovi contributi arriveranno, la collana Visioni è in salute, la monografia di Silvia Morotti è in uscita imminente).

La prima considerazione, forse scontata ma utile da ricordare, è questa: scrivere un saggio critico richiede un atto di volontà e un investimento di tempo non trascurabili. Insomma: è lavoro, e per giunta non retribuito. Scrivere una poesia, al contrario, è una necessità quasi fisiologica, come lascia intendere Fabio Pusterla in alcuni memorabili versi da Folla sommersa: “Abbandonarsi e resistere, due fasi / identiche del sangue e del respiro, dell’inchiostro / e del foglio, come sai. Cammina, scrivi.” Se a questo si aggiunge che le richieste del bando sono assai precise (stavo per dire “restrittive”, ma non sta a noi giudicare), alla fatica intellettuale del lavoro può accompagnarsi un’ansia da protocollo o un’insofferenza per linee guida avvertite come dettami calati dall’alto.

E allora, la critica è una passione? Sì, malgrado tutto, malgrado il paragrafo precedente. A costo di rischire la pagina di diario, apro una digressione sul mio personale rapporto con la scrittura critica in rete. Premessa: negli ultimi due anni ne sono stato allontanato dalla scrittura di una tesi, genere fortemente codificato in ambito anglosassone, e che perciò richiede molto sacrificio alla propria libertà espressiva, perfino una limitazione di certe volute del pensiero quando questo non sia a sufficienza ripercorribile frase dopo frase e radicato in coloro che ci hanno preceduto. Nei ritagli di tempo e di libertà non mi era sempre facile, psicologicamente parlando, mettere mano alla prefazione promessa da tempo, alla recensione che vorrebbe dire anche qualcosa al di là del libro di cui parla. Inaspettatamente, mi è sorto il sospetto liberatorio che anche la scrittura critica, per essere attuata, potesse richiedere qualche grammo d’ispirazione, o perlomeno una giusta disposizione dell’animo e della mente.

Forse allora occorre riscoprire il gusto di una prassi critica da non inquadrare come gravoso impegno o semplice supplemento al proprio curriculum. Si può fare, tenendo alta l’asticella della qualità, e al tempo stesso incoraggiando ciascuno a esprimersi secondo una forma mentis che sente più propria. C’è tutto un fermento in giro, una rinnovata attenzione al testo; manca ancora una spinta sufficiente che connetta analisi puntuale e visione complessiva, una sinergia tra i molti e validi attori culturali in campo. Se In realtà, la poesia sarà la fucina prima di questo fermento, con che forza propulsiva parteciperà a questo cambiamento di prospettiva, non sta a noi dirlo. A noi resta l’impegno di lavorare con costanza, di scrivere saggi innovativi e democraticamente aperti anche alla comunità dei non addetti ai lavori, di continuare al meglio delle nostre forze il peer reviewing e l’editing di quelli che riceviamo, di stringere collaborazioni e aprire nuovi spazi; non è poco.

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Davide Castiglione è nato ad Alessandria nel 1985. Nel 2010 si è laureato all’Università di Pavia, con una tesi dal titolo Sereni traduttore di Williams. Da settembre 2011 vive a Nottingham (UK), dove conduce un dottorato di ricerca in poesia contemporanea e stilistica.  Ha vinto, nel 2008, ai concorsi «I poeti laureandi» e «Subway». Ha pubblicato la raccolta Per ogni frazione (Campanotto,  by CouponDropDown Udine 2010), segnalata al Premio ‘Lorenzo Montano’ 2011. Cura il sito personale www.castiglionedav.altervista.org, è nella redazione della rivista dopotutto  e recensisce per i siti www.criticaletteraria.org e www.giardinodeipoeti.wordpress.com. Saggi: Le cose, le cose, le cose. Le cose. Svuotamento e stallo nella poesia recente, in «In realtà, la poesia», novembre 2013 The semantics of difficult poems: Deriving a checklist of linguistic phenomena, in «Journal of Literary Semantics», 42(1), pp. 115-140, giugno 2013 Sereni e il processo traduttivo: analisi sincronica e diacronica di una versione da Williams, in «Strumenti Critici», XXVIII, 2, pp. 267-288, maggio 2013  Analisi testuali: Poem Shot, vol. 1. Traversate di testi esemplari da 15 autori italiani, in «Poesia 2.0», novembre 2013