rifrangenze

Qualche tempo fa abbiamo chiesto a tutti i collaboratori di “In realtà, la poesia” di compilare una breve scheda personale in forma di questionario. L’idea alla base, da sempre cara al nostro progetto, è stata quella di incoraggiare una riflessione meta-critica, esplicitando il valore della critica in termini di prassi più che di teoria, di impegno individuale e soggettivo al di qua dei discorsi sui massimi sistemi – perché prima ancora di tracciare cartografie e interpretazioni olistiche occorre capire se usiamo strumenti mutualmente compatibili e se partiamo da premesse simili.

Le domande che abbiamo posto sono le seguenti:

  1. Che significato o funzione ha per te l’attività critica che svolgi in rete o altrove?
  2. A quali autori o tematiche ti interessi particolarmente? Perché?
  3. Quali metodi o approcci di lettura/analisi/interpretazione prediligi?

Queste sono domande con un focus chiaro ma al tempo stesso ampio (non vago, si spera). Ai critici abbiamo chiesto di rispondere con libertà ma anche con concisione: massimo 150 parole per la prima domanda e 100 per ciascuna delle altre due. La sintesi obbliga a trattenere l’essenziale, e in più consente una standardizzazione necessaria affinché i profili siano strumenti consultabili rapidamente e con frequenza anziché trattati letti, alla meglio, una volta soltanto. C’è dunque una sostanziale differenza tra questo mini-sondaggio e quello, di raggio ben più ampio (sia nel numero di critici e nell’estensione delle risposte – sondaggio che andrà assimilato adeguatamente nel tempo) organizzato da Claudia Crocco per Le parole e le cose e al quale sono stato interpellato insieme a molti altri giovani studiosi, tra cui il sodale Lorenzo Mari.

I critici che hanno risposto alla nostra iniziativa sono, in ordine alfabetico: Luca Benassi, Maria Borio, Stefano Guglielmin, Silvia Morotti (già vincitrice del Premio per la critica 2014) e Franco Romanò, nonché i quattro coordinatori di IRLP (Luigi Bosco, Lorenzo Mari, Michele Ortore, e il sottoscritto). Un piccolo campione, ma che già consente una ricognizione qualitativa che qui mi appresto a tracciare, senza escludere in futuro la possibilità di un sondaggio a più ampio raggio (ricordo che le risposte individuali potete già leggerle a fianco delle note biografiche di ogni critico). Procederò a riassumere le risposte a ogni domanda, per saggiare convergenze, divergenze ed estraneità, e cercando poi di trarne indicazioni per il da farsi futuro.

  1. Che significato o funzione ha per te l’attività critica che svolgi in rete o altrove?

Questa domanda, quasi ontologica o fondante, non poteva che venire per prima. Nel sintagma “significato o funzione” si può notare già una biforcazione (non necessariamente disgiuntiva) tra la connotazione privata e quasi imperscrutabile di “significato” e quella, pubblica e perimetrabile, di “funzione” (uso il termine in senso abbastanza ampio, non distinguendo tra “funzione” e “ruolo” – per questa distinzione, si veda la bella monografia di Daniele Balicco su Fortini, che ho recensito tempo addietro). Alcune risposte rivelano una volontà di lotta contro quei meccanismi sovra-personali (ma certamente non impersonali) che minano il riconoscimento del valore letterario. Quei meccanismi, per intenderci (grande editoria, festival, cenacoli influenti…), che equiparano visibilità e successo, generando una ingiusta diseguaglianza tra le possibilità di partenza che diversi autori, per contingenze varie, si trovano ad avere. Luca Benassi è lucido e perentorio in questo senso: “vi è una paurosa forbice fra valore delle opere e importanza e diffusione delle edizioni che le ospitano”. Il resto della sua risposta ricalca da vicino lo spirito di “In realtà, la poesia” nel suo avversare la critica ridotta a “forma di pubblicità” e nel suo voler rimettere al centro “opere e poetiche”.

Maria Borio intende invece la critica come “lavoro di mediazione, un trasportare significati da un codice all’altro”. Mentre “codici” e “significati” possono, di primo acchito, apparire come concetti disincarnati, quasi oggettivizzati nella loro matrice strutturalista-semiologica, l’attività del critico è tutt’altro che imparziale: Borio scorge infatti nella critica la possibilità di “arricchire la percezione della realtà e del sapere”. Questa è una dichiarazione di militanza, ma si pone – rispetto all’operato di Benassi – su un piano socio-culturale anziché editoriale, di promozione di singoli autori. Su un versante intermedio, in equilibrio fra intento pedagogico/divulgativo e mira filosofica, si situa la risposta di Guglielmin, fondata sul “rapporto fra poesia e verità entro l’assunto ‘finitezza’” – i nostri lettori avranno presto modo di approfondire questo aspetto, perché un’antologia degli scritti critici di Guglielmin sta per uscire presso la nostra collana “Visioni”, che ha già ospitato il lavoro critico di Davide Nota.

Le risposte di due dei partecipanti alla scorsa edizione del Premio per la Critica, Franco Romanò e Silvia Morotti, sono di tipo più soggettivo, chiamando il causa il soggetto scrivente: “sono convinto che fra l’attività critica e quella di un autore di versi ci sia una necessaria sinergia” (Romanò) e “la critica è una voce tra le altre. Non so quanto sia necessaria, ma mi fa piacere che esista” (Silvia Morotti). A proposito della risposta di Morotti, non è pedante o fuoriluogo sottolineare che la definizione di critica come “voce tra le altre” si pone in parallelo al lavoro dell’autrice sulla polifonia in poesia e sul concetto di voce – che presto potrete leggere nello studio monografico in uscita per Prufrock SPA edizioni.

Di aggiornamento e “confronto diretto con gli autori” parla uno dei coordinatori, Michele Ortore, che nel porre l’accento sul potenziale divulgativo della critica può essere accostato a Guglielmin. Ortore presenta la critica come un esercizio organico dell’intelligenza, dove mettere in relazione e comunicazione “fra i campi del sapere di cui m’interesso”. Lungo una linea parzialmente simile, Lorenzo Mari fa riferimento a “uno spazio pubblico concreto” quale fine ultimo e nobile della critica in rete, che vale dapprima come “vetrina o primo contatto”. Mari mette anche in guardia da un’idea di critica generalizzata, ricordando che il web, per sua natura, esercita un impatto non trascurabile sui modi della scrittura critica (maggiore rapidità e semplificazione) che la rende “non del tutto sovrapponibile a quella che si fa in altri luoghi”. Insomma, la critica in rete può essere pensata come il vestibolo, l’anticamera di quella ufficiale, che trova spazio su riviste affermate da tempo – una generosa apertura che però non può né deve fare a meno del filtro dell’imbuto accademico.

Di disposizione alla critica, più che di attività critica, scrive Luigi Bosco, per il quale occorre “destinare un tempo all’esercizio dell’interrogazione”. Con una catena irresistibile di modi di dire, aggiunge che, se cercare “il pelo nell’uovo” è pedanteria, non bisogna tirarsi indietro dal cercare “l’ago in un pagliaio con la speranza di trovare la figlia del contadino”. Fuor di metafora: la critica deve essere mossa dal desiderio, e trovare sorprese insperate è parte del suo DNA. La mia risposta, infine, ricorda da vicino quella di Benassi, Ortore e Guglielmin nell’enfatizzare la critica in quanto “servizio coraggioso e onesto nei confronti di autori e lettori”. Un punto su cui insisto, e che mi pare mancare altrove, è la necessità dello sforzo di “oggettivizzare la propria reazione (a un testo, un’opera) nella scrittura critica”, sul solco di quanto da tempo si fa nella stilistica e poetica cognitiva di tradizione anglosassone.

Insomma, molto ampia era la forbice di possibilità offerta dalla domanda, e le risposte degli interpellati stanno qui a dimostrarlo; in generale, è possibile distinguere autori che intendono la critica come disposizione e necessità quasi intima del soggetto (e quindi non troppo dissimile dall’esercizio poetico, perlomeno secondo l’accezione neoromantica e lirica che ancora prevale nel mainstream – tanto da far sorgere il dubbio che il dogma della poesia come espressione del sé, benché fenomeno storicamente circoscritto, risponda a esigenze radicate nel nostro essere umani), e quelli che invece inseguono un’idea più contingente e pragmatica della critica. Questa scissione è ovviamente una semplificazione espositiva, ma sarebbe interessante esplorare più da vicino queste due direttive, per capire come poi si traducano nel prodotto critico, saggio o recensione che sia.

 

  1. A quali autori o tematiche ti interessi particolarmente? Perché?

Coerentemente con la sua pratica di critica militante, Luca Benassi si occupa prevalentemente “di poeti e poetesse che non hanno trovato un adeguato spazio critico ed editoriale rispetto all’effettivo valore della produzione poetica”. In particolare, Benassi è tra i pochi critici che io conosca a privilegiare la “poesia delle donne” (notare come Benassi eviti il contenzioso aggettivo “femminile”, restando opportunamente su un piano più denotativo che connotativo). Autori come Achille Serrao e Dante Maffia, citati da Benassi (che ne ha curato antologie monografiche), sono in effetti autori rimasti in ombra.

In generale, però, sono gli interessi tematici a dettare poi una costellazione di autori, non viceversa. Così Franco Romanò riferisce del suo interesse per una poesia d’impianto epico, e cita nomi di grandi modernisti angloamericani che sono riusciti a incarnarla, come Eliot e Walcott. Guglielmin ribadisce che il rapporto tra poesia e finitezza guida tutto il suo fare critico, e gli autori su cui si sofferma sono quelli che riescono a mettere in opera questo rapporto con sufficiente complessità. Di “vocazione teatrale della scrittura (in generale) e della poesia (in particolare)” parla invece Morotti, mentre io – fatto salva una manciata di autori cari, da Sereni a Stevens, da Fortini a De Angelis – sono attratto dai ventagli di opzioni stilistiche, dai dettagli della techné poetica, nonché da “temi trasversali a partire da un campione di testi o un gruppo di autori”.

Mi sembra poi interessantissimo notare che, in tre dei coordinatori (Mari, Ortore, Bosco) ci sia un rifiuto alla scelta aprioristica, una concezione della militanza critica come “lavoro onnivoro” che “si deve poter confrontare con qualsiasi forma e orientamento” (Mari), un non avere “limiti stabili ai miei interessi” (Ortore) né “alcun interesse specifico, perché limitare l’ambito delle proprie letture significa costruire una tesi non cercare risposte” (Bosco). Insomma, in loro (e, ammetto, anche in me, in parte) la critica è lavoro di esplorazione e necessariamente in fieri, che rifiuta di arroccarsi attorno a gruppi di autori perché questo significherebbe trasformarla in amministrazione, spegnendo la curiosità e spregiudicatezza intellettuale che dovrebbero invece animarla.

  1. Quali metodi o approcci di lettura/analisi/interpretazione prediligi?

Questa è forse la domanda a cui personalmente tengo di più – è infatti quella che meglio permette di capire il farsi fenomenico, manifesto, della scrittura critica. Coerentemente con i propositi di “In realtà, la poesia”, la centralità del testo – e quindi dell’analisi testuale – rimane un punto fermo, esplicito e non negoziabile, in alcune delle risposte: “il testo per me è il punto cruciale di ogni interpretazione, una sorta di garanzia del metro di scientificità” (Borio), “prediligo l’analisi testuale” (Morotti), “prediligo l’analisi tematica combinata con analisi di quegli aspetti retorici, che meglio hanno valenza significante” (Guglielmin). Nel caso di Morotti, l’analisi testuale è un passaggio intermedio fra la ricezione sensoriale della bellezza, e il ritorno a una bellezza attraversata da consapevolezza, un ritorno che mi ha riportato alla logica romantica dell’Ode a un usignolo di Keats, dove il viaggio immaginario del poeta che accoglie la prospettiva dell’usignolo si chiude con un accrescimento, sia pure amaro, di consapevolezza.

La centralità del testo è un presupposto fondante nel caso di Michele Ortore e nel mio, in quanto entrambi pratichiamo un metodo retorico-stilistico dove le acquisizioni della linguistica moderna sono imprescindibili. Romanò sottoscrive l’importanza dell’analisi testuale, ma la situa in un rapporto alla pari con il contesto culturale, rilanciando poi (e questo è per me un punto importante di riflessione) l’utilità dell’analisi testuale soprattutto per autori polisemantici e linguisticamente complessi come Stevens. Sembra dunque che possa (o debba) essere l’autore trattato a dettare il metodo al critico, non (o non solo) la predisposizione e il retroterra del critico stesso. Questo è un nodo su cui sarebbe opportuno, forse illuminante, aprire un dibattito. In una posizione più sospettosa dell’analisi testuale, o meglio verso una sua possibile deriva, troviamo Benassi, che non ama “la critica chirurgica, che renda la recensione simile a un referto ospedaliero”. Al contrario, a Benassi preme “evidenziare l’aspetto umano, l’incandescenza e il portato emozionale dei testi”.

Si può concludere rilevando un’altra importante convergenza – la si può definire, forse, tentazione dell’interdisciplinarità. Così, mentre Benassi accenna a una “critica sinestetica, in grado di tessere rapporti con altre forme d’arte, ma anche con la Storia e le Scienze”, Bosco accosta “digressioni sociopolitiche e psicologiche” a “un approccio ‘filosofico’”; Ortore cerca “confronti con settori diversi dell’arte o del sapere” mentre Borio integra l’analisi di testo a una “ricostruzione storiografica”, senza dimenticare il metodo sociologico e quello della teoria della letteratura. Infine, Mari ricorre agli “strumenti della teoria culturale” per affrontare il testo, ma lo fa – da studioso consapevole – senza per questo rinunciare a “metodi o approcci di lettura più tradizionali”.

In conclusione, già un piccolo campione ha messo in evidenza una molteplicità notevole nelle possibili declinazioni della critica. Questo è senz’altro un bene, non solo perché testimonianza di pluralismo e vivacità, ma anche perché – a un livello più profondo – ci ricorda che la critica, benché possegga una forte componente “estroversa”, di intervento sul reale, non può e non deve prescindere dalle inclinazioni di chi la fa, essendone intimamente connessa. La critica, dunque, come forma pubblica ma al tempo stesso duttile, incarnata nelle forme che sono più naturali e congeniali alla disposizione e alla preparazione dei suoi attori – chiamati a recitarla, “voce tra le altre” (Morotti), in un coro collettivo che “In realtà, la poesia” da ormai due anni si impegna costantemente a realizzare.

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Davide Castiglione è nato ad Alessandria nel 1985. Nel 2010 si è laureato all’Università di Pavia, con una tesi dal titolo Sereni traduttore di Williams. Da settembre 2011 vive a Nottingham (UK), dove conduce un dottorato di ricerca in poesia contemporanea e stilistica.  Ha vinto, nel 2008, ai concorsi «I poeti laureandi» e «Subway». Ha pubblicato la raccolta Per ogni frazione (Campanotto,  by CouponDropDown Udine 2010), segnalata al Premio ‘Lorenzo Montano’ 2011. Cura il sito personale www.castiglionedav.altervista.org, è nella redazione della rivista dopotutto  e recensisce per i siti www.criticaletteraria.org e www.giardinodeipoeti.wordpress.com. Saggi: Le cose, le cose, le cose. Le cose. Svuotamento e stallo nella poesia recente, in «In realtà, la poesia», novembre 2013 The semantics of difficult poems: Deriving a checklist of linguistic phenomena, in «Journal of Literary Semantics», 42(1), pp. 115-140, giugno 2013 Sereni e il processo traduttivo: analisi sincronica e diacronica di una versione da Williams, in «Strumenti Critici», XXVIII, 2, pp. 267-288, maggio 2013  Analisi testuali: Poem Shot, vol. 1. Traversate di testi esemplari da 15 autori italiani, in «Poesia 2.0», novembre 2013