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Da sempre, il lavoro di IRLP è basato sulla duplice volontà di non decostruire ricostruire canoni. A questa attività si dedicano già un certo lavoro accademico e una certa pratica militante della critica che resistono, congiuntamente o disgiuntamente, a una crisi pluridecennale dei propri campi di riferimento, profondendosi nelle forme più svariate e, talora, contraddittorie. Come può essere contraddittoria, d’altra parte, la stessa mossa ‘laterale’ che propone IRLP, qualora essa non si basi su una comprensione e un’attivazione positiva del nesso tra decostruzione e ricostruzione del canone, per poi parlare d’altro, ossia riconoscere nella poesia “uno strumento interpretativo della realtà alternativo ai paradigmi e ai discorsi dominanti, restituendole dignità e credibilità” – come si legge nella presentazione di questo sito.

Senza cercare di far dire all’autrice ciò che non dice, si può ritrovare un’impostazione analoga nelle pagine iniziali di un importante esordio critico in volume quale è La poesia italiana del Novecento. Il canone e le interpretazioni (Carocci, 2015) di Claudia Crocco, dove il “tentativo di ricostruire il canone della poesia del Novecento nei suoi momenti di formazione principali, identificandoli a partire dal dibattito critico (antologie, riviste, saggi, storie della letteratura, inchieste di sociologia della letteratura)” fonda il compito accademico, para-manualistico (assegnando un’accezione positiva, sia critica che pedagogica, a questa duttilità), dell’autrice. Questo, nella convinzione che “[u]na ricostruzione di questo tipo può essere utile per discutere il senso dell’attività storiografica nel presente, ma soprattutto per strappare la poesia sia alla disgregazione e alla identificazione con ciò che non può essere affrontato da un punto di vista critico, sia all’analisi come puro fatto formale proposta da alcune storiografie recenti” (2015, p. 21).

Spendendo parole più facili e concrete, cosa vuol dire tutto questo, nel recente libro di Claudia Crocco? Vuol dire ripercorrere il Novecento poetico italiano, indagandone a fondo, talora rivoltandone, i modi e i tempi della pratica critica e della narrazione storiografica. Non si tratta di un lavoro meramente compilativo, in quanto ne nascono domande nuove: almeno due, tra le tante, sono esplicitate dall’autrice e vale la pena di riprenderle anche in questa sede.

Esistono interpretazioni non ancora debitamente valorizzate nella storia della poesia italiana del Novecento?

Crocco risponde positivamente: sulla scorta di alcuni altri critici – a partire dal Guido Mazzoni di Forma e solitudine (2002) e dei saggi successivi – l’autrice propone, ad esempio, di tornare a guardare alla categoria di “modernismo”. Nell’analisi di Crocco, ciò non significa tanto aprire la prospettiva critica verso la dimensione forzosamente transnazionale e/o diffusiva del fenomeno – che è soltanto una delle possibili strade che si possono prendere, parlando di “modernismo” – quanto di ri-significare categorie (e concrezioni concettuali) che, pur partendo da una matrice variamente modernista, occultano o manipolano questa loro filiazione e affiliazione, dal “crepuscolarismo” di inizio Novecento – categoria ridiscussa nel saggio di Silvia Morotti vincitore del I Premio per la Critica IRLP – al postmodernismo.

In quest’ultimo caso, Crocco preferisce la dizione di “tardomoderno”, elaborata da Fredric Jameson in Postmodernism, or the Cultural Logic of Late Capitalism (1991), identificandovi tre svolte sostanziali rispetto al “campo”, la “tradizione” e il “ruolo del poeta” (2015, p. 156), che si trovano in qualche modo preconizzate, secondo l’autrice, da Il pubblico della poesia (1975) di Berardinelli e Cordelli. Tali fenomeni, pertinenti in primo luogo alla sociologia della letteratura, riguardano l’allargamento del campo poetico, critico e editoriale, la moltiplicazione e frammentazione delle tradizioni di riferimento e il decentramento del soggetto, che è connesso, in primo luogo, alla perdita di riconoscimento dell’autore. Secondo Crocco, e in modo piuttosto lapidario, ciò induce “il poeta” a considerare “la scrittura un fatto privato e svincolato da qualsiasi sguardo collettivo” (2015, p. 160).

Se questo, indiscutibilmente, vale per un’analisi, o per un principio di analisi, degli autori attivi dopo il 1975 censiti da Crocco – da Milo de Angelis a Antonella Anedda, passando per Franco Buffoni e Umberto Fiori – una tale impostazione, tuttavia, serve anche a criticare le condizioni di esistenza di eventuali scritture poetiche ‘postmoderniste’ in Italia, senza cadere allo stesso tempo nel senso comune di chi le ha rifiutate sia da un côté ‘post-‘ o ‘neo-lirico’ che da uno ‘sperimentale’ o ‘di ricerca’, producendo, al riguardo, una sorta di conformismo del rifiuto.

Inoltre, leggendo il libro di Crocco, si ha l’impressione che un’interpretazione modernista della poesia italiana della prima metà (e, in qualche modo, di parte della seconda) del Novecento possa essere utile soprattutto in chiave avversativa, per ridimensionare o ridefinire altre categorie. Si prenda, ad esempio, l’ermetismo, del quale viene sottolineata la fortunata tradizione d’uso lessicale, ma anche la limitata fungibilità critica (pp. 43-44), producendo, oggi, notevoli ambiguità in occasione del suo riutilizzo – come quella, per fare un esempio, di cui sono stato responsabile in prima persona, su questo sito, leggendo Il mondo nelle cose di Nadia Agustoni in contrappunto alla lettura di Davide Nota. .[i]

Al di fuori di tale interpretazione oppositiva, è pur vero che – come dimostrano ampiamente i dibattiti di marca anglosassone in materia – la nominazione stessa di “modernismo” rischia di assurgere a parola portemanteau, priva di specificità o, meglio, calata nella costante necessità di declinarsi secondo circostanze specifiche, confermando quella che resta una debole articolazione d’insieme.

Il problema di una prospettiva che sia insieme globale e specifica ricorre anche nell’altro quesito che si pone Claudia Crocco all’interno del suo volume.

 

Come si affronta l’ultimo quarto del XX secolo (e il primo quindicennio del XXI)?

Affrontando gli anni Novanta del secolo scorso, Crocco afferma in modo netto: “A fine secolo il topos critico della magmaticità della poesia si traduce in quello della impossibilità di una sua analisi” (2015, p. 179). Il riferimento a “fine secolo” è illuminante, perché l’annotazione di Crocco può essere estesa, in realtà, dal 1975, anno de Il pubblico della poesia, o ancor meglio dal 1978, che è sia l’anno dei Poeti italiani del Novecento a cura di Mengaldo e dell’antologia Parola innamorata, curata da Enzo di Mauro e Giancarlo Pontiggia, al 2015, passando, così, per tutte quelle antologie in cui, come si dice di Poeti italiani del secondo Novecento. 1945-1995, curata da Cucchi e Giovanardi nel 1996, “viene inutilmente complicata e confusa una mappa esistente per gli autori già canonizzati, mentre non c’è nessun contributo alla storicizzazione della fine del secolo” (2015, p. 180).

Questo scarso apporto critico accomuna molte altre operazioni antologiche, nelle quali “il discorso critico è slegato da interpretazione e storicizzazione” e ne consegue che “[a] una selezione accusata di essere troppo ideologica (ad esempio quelle di Sanguineti, Mengaldo, Fortini) si sostituisce una non scelta” (2015, p. 181). Se ciò è chiaro, in modo paradigmatico, ne Il pensiero dominante (2001) a cura di Franco Loi e Davide Rondoni, dove “c’è un rifiuto totale dell’argomentazione, e infine della stessa operazione di ricostruzione critica, a favore di un’idea della poesia impressionistica e irrazionale, rappresentabile e percepibile solo per via intuitiva” (2015, p. 20), gli “effetti di deriva” di berardinelliana memoria si infiltrano, per Crocco, anche in una antologia ben diversa come Parola plurale, della quale l’autrice scrive, non senza un accento puntuto: “Parola plurale, invece, individua una cesura nel 1975, termine post quem dell’antologia. Assumendo la collegialità come punto di forza, Parola plurale si propone di non rinunciare alla trasmissione di un codice e alla costruzione di discorsi critici che lo sorreggano. Tuttavia la pluralità ha un suo prezzo: sessantaquattro poeti per trent’anni sono tanti, probabilmente troppi, e questo rischia di inficiare la ricostruzione […]. Gli autori riconducibili al Gruppo 93 e a forme di epigonismo avanguardista hanno uno spazio maggiore rispetto ad altri; in quelle pagine la selezione si fa meno rigorosa. Se, da un lato, Parola plurale è una delle antologie più ambiziose degli ultimi vent’anni, dall’altro partecipa a pieno titolo alla lotta fra poetiche” (2015, pp. 18-19).

Quest’ultima espressione proviene, con ogni probabilità, da Il canone letterario (2001) di Massimo Onofri, dove si individua nella “lotta tra poetiche” l’ultimo residuo di una “lotta per il canone” che si percepisce essere in via di sparizione. Inoltre, tutto il volume di Crocco sembra assecondare anche un’altra analisi che, accomunando Onofri a Trevi o anche a Perrella, registra, negli ultimi decenni, la sostituzione dell’interesse per il “canone” con quella per la “costellazione”, immagine per definizione aperta a uno sguardo più orizzontale e meno incline ad un qualsiasi processo di storicizzazione.

L’autrice, tuttavia, non sembra accettare fino in fondo questa categoria, che equivarrebbe ad elevare un certo senso comune a categoria critica, preferendo sottolineare, attraverso il proprio lavoro, che esiste ancora una differenza tra canone e costellazione e che di conseguenza quella del canone, nell’ultimo quarto del Novecento, è una configurazione ancora dotata di mobilità. Alle impasse, se non anche alle lacune, delle operazioni antologizzanti, si cerca infatti di accostare continuamente un panorama teorico-critico che è decisamente più vivace, dal quale Crocco riesce a trarre profonde suggestioni a partire dalla saggistica più recente: oltre al già citato Mazzoni, compaiono spesso rimandi al saggio Mito delle origini, nevrosi della fine (2008) di Gianluigi Simonetti e a diversi articoli, o libri, di Andrea Inglese, Andrea Afribo e Paolo Zublena. Ne consegue che, mentre il lavoro di selezione e valorizzazione tradizionalmente associato alle riviste o alle antologie sembra essersi definitivamente sfaldato, sono, in un certo modo, le “interpretazioni” citate nel sottotitolo del libro a poter fornire un’ipotesi di lettura più solida e articolata rispetto agli ultimi decenni. Volgendo questo assunto in negativo – operazione che Crocco, a dire il vero, non fa – sono quelle stesse “interpretazioni” a creare cortocircuiti con i testi poetici, indirizzandone talvolta non solo la fruizione, ma anche la produzione, in una sorta di “spontaneismo della teoria”, come talora ha sostenuto, ad esempio, Matteo Marchesini.

Last but not least, questa posizione permette a Crocco di far dialogare “canone” e “interpretazioni”, senza, per questo, mettere al centro del discorso quel gioco degli inclusi e degli esclusi che è consustanziale alle operazioni canonizzanti – consustanziale, appunto, fino ad esiti tautologici e financo un po’ noiosi… Il volume non si attarda, dunque, sugli autori e sulle opere finora non inclusi e da includere, evitando di prodursi in quel peana dei “minori” e degli “appartati” che spesso va a discapito di altri ragionamenti, egualmente, se non più interessanti: per riprendere le pagine iniziali, non si tratta tanto di decidere se fosse giusto includere Gian Pietro Lucini oppure Dino Campana nei Poeti italiani del Novecento, quanto di chiedersi perché Mengaldo e Sanguineti parteggiassero per un autore a danno dell’altro.

D’altro canto, è inevitabile che la permanenza della questione degli inclusi e degli esclusi tocchi anche il volume di Crocco, il quale, strutturandosi in modo para-manualistico, dedica i propri sotto-capitoli ai singoli autori del Novecento italiano, conferendo loro maggiore rilevanza, almeno a livello simbolico, in funzione del numero di pagine assegnato. Pare lecito, dunque, chiedersi perché, mentre si sceglie legittimamente di accordare preminenza a Ungaretti, Saba, Montale, Pasolini e de Angelis, debbano godere di eguale spazio autori dalla storicizzazione impari come Franco Fortini e Andrea Zanzotto, da un lato, e autori contemporanei ancora attivi, da Franco Buffoni a Antonella Anedda, dall’altro… Si può aggiungere anche la scarsità di riferimenti alla figura appartata, ma pienamente canonica, di Roberto Roversi, alle opere di Emilio Villa o di Corrado Costa, recentemente rientrate con gran vigore nell’agone critico – come pure la stessa autrice sostiene, in questo articolo – o ancora alla dialettica costante, a nel Novecento, tra autori in lingua italiana e autori “dialettali”, o comunque nelle cosiddette lingue “minori” d’Italia.

Se queste inclusioni o esclusioni fanno spesso problema a sé, non rientrando, di nuovo, nell’ottica di Crocco, che si trova fondata altrove, anche questi punti interrogativi riguardano la formazione storico-ideologica del canone poetico italiano, segnalando, insieme alla sua mobilità e liquidità, la sua solidità e, per certi versi, il peso della sua cementificazione.

Anche questi, in fondo sono problemi che hanno a che fare con la “realtà” della poesia italiana come produzione materiale e simbolica di opere – uno dei significati che continua ad essere un po’ nascosto anche nel titolo e nelle attività di “In Realtà, La Poesia”, ma che nondimeno ne fa e sempre di più ne può far parte.


[i] Colgo l’occasione per ringraziare Nadia Agustoni e Davide Nota per aver sottolineato le imprecisioni e le ambivalenze di questi miei riferimenti, ampiamente emendabili.

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Lorenzo Mari

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato le sillogi libere sequele (Gazebo, 2004), pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, 2007 – V premio Alessandro Tanzi) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009). È presente nelle antologie Nella borsa del viandante, a cura di Chiara de Luca (Fara, 2009) e La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi (Ladolfi, 2011). Traduce narrativa e poesia dall’inglese e dallo spagnolo: la traduzione più recente, in ordine di tempo, è la plaquette poetica di David Eloy Rodríguez Il desiderio è un ospite (L’Arca Felice, 2012).