matteo marchesini

Matteo Marchesini, nel suo Poesia senza gergo (Gaffi, 2012), ha proposto una modalità di lettura della poesia contemporanea che, messa in relazione con il lavoro e gli obiettivi di In realtà, la poesia, può aiutarci a capire un po’ meglio quali possano essere gli spazi della nostra militanza: una militanza, lo ribadiamo, che ha deciso di essere prima di tutto di metodo, assumendosi i rischi di questa cautela e rinunciando all’illusione che la poesia possa essere facilmente rivoluzionaria (a livello politico e sociale, ma anche cognitivo).

Il libro di Marchesini ci è utile perché, con la verve di una penna acuminata e già abituata a ostentare il ridicolo dei tanti sacerdoti della societas letteraria, analizza con un misto di lucidità e voluttà verbale il legame che c’è fra la scarsa chiarezza delle posizioni critico-poetiche messe sotto accusa e il loro surrettizio tentativo di mantenere in vita un ideale poetico assoluto, non compromesso, autogiustificato:

«ciascuno vuole conservare i vantaggi della Poesia con la maiuscola, ma al tempo stesso lasciare a questa entità la leggerezza di una piuma […]. Ciò si ottiene, come è ovvio, solo evitando di offrire qualunque definizione, ontologicamente e/o storicamente fondata, della stoffa di cui questa misteriosa entità sarebbe composta» (pp. 8-9)

Seguendo i fili di una dialettica adorniana, Marchesini mostra in particolare come le linee degli avanguardisti ad oltranza e quella degli orfici ad oltranza siano facili da sovrapporre. Così come l’illuminismo ambisce a superare il non-tempo e la non-libertà del mito attraverso il ragionamento astratto, ma ricade nella violenza del mito perché la sua ragione puramente strumentale si mostra incapace di aprirsi al non-dato, o di trattare la natura e l’altro da sé al di fuori di un’ottica di dominio, così anche la poesia sperimentale del non-io, dell’astrazione dal lirismo e da ogni modalità tradizionale di costruzione del testo finisce per ricadere nello stesso simbolismo della poesia neo-orfica o di quella minimalista. Questo perché entrambe, o per allontanamento da ogni piano intuitivamente comunicativo, o viceversa per l’ostentazione di una sensibilità sublime ma appiattita sul quotidiano, non possono fare a meno del gergo per giustificarsi: i testi, cioè, non stanno in piedi da soli, ma hanno bisogno delle stampelle di un paratesto critico, di una formazione e di un sistema di riferimenti esposti a parte, invece che “digeriti” dalla poesia e resi condivisibili da una loro trasparente rielaborazione in versi. Percorrendo l’una e l’altra strada si ricade comunque nel gergo, nel simbolismo che risolve e consola dalle contraddizioni, che salva l’io – sia quando l’io è un vecchio mattatore che non riesci proprio a trascinarlo via dalla ribalta e si aggrappa ai bordi del palco; sia quando scompare in una reificazione assolutrice – dall’affrontare, presente a sé stesso e al lettore, la concretizzazione delle forze nemiche, interne ed esterne.

In alternativa a questo circuito ad anello, Marchesini propone la via della “poesia dell’allarme”. Si tratta, in sostanza, di un classicismo allegorico che sappia sfruttare il sostrato di un linguaggio medio e di una letterarietà sorvegliata per articolare la sua fortiniana verifica dei poteri (ribadiamo: interni ed esterni) in una sintassi piana e discorsiva. I riferimenti maggiori sono a Maccari, Zuccato e Febbraro. Al di là che si sia o meno d’accordo su questa riproposizione della dicotomia fra simbolo e allegoria, sono due le cose che non convincono della forza allegorica su cui dovrebbe basarsi la poesia dell’allarme. La prima è che non sono chiari i presupposti che rendono il canone di Marchesini così diverso da quello elaborato, proprio su basi allegoriche (basti pensare all’omonima rivista) da Luperini, o da un altro critico come Francesco Muzzioli: in entrambi i casi, infatti, l’esito spontaneo della sfida ragionante dell’allegoria sembra essere proprio quella poesia neo-neoavanguardista verso cui Marchesini è caustico e polemico. Secondo punto, che poi è collegato al primo: nel suo approccio critico, pur citando integralmente un buon numero di testi ritenuti esemplari, Poesia senza gergo non riesce a dare al lettore quella referenzialità testuale che sarebbe necessaria per rendere verificabile e condivisibile la dialettica della poesia dell’allarme. Marchesini, cioè, non esemplifica i singoli moduli stilistici attraverso cui le poesie citate realizzano il suo ideale estetico ed etico. Per non dilungarmi troppo, mi limito soltanto ad un esempio sintattico: questo piano linguistico, così importante per lo sviluppo discorsivo, viene descritto soltanto con formule estremamente generiche, che non danno conto dei rapporti di coordinazione e subordinazione (termini che, significativamente, non compaiono mai nel libro) né delle concrete strategie organizzative con cui la materia mentale e sensoriale si trasforma nell’allegoria auspicata dal nostro critico.

Eppure, queste osservazioni non rendono la poesia dell’allarme un concetto meno interessante. Un concetto che, verificato e discusso sui testi in modo puntuale, potrebbe essere messo alla prova nei suoi fondamenti teorici. Potrebbe, soprattutto, aiutarci a capire se l’eterna disputa fra allegoria e simbolo ha ancora un concreto e attuale significato per la poesia contemporanea. Da Marchesini, insomma, traiamo un punto di vista che potrà essere importante per il secondo anno di In realtà, la poesia.

E siccome noi siamo militanti, un augurio vogliamo farlo. Lo traiamo da quanto ha scritto Guido Mazzoni su Nuovi Argomenti nel suo omaggio a Vittorio Sereni:

«Se ogni individuo è la risultante impropria di forze che lo trascendono, questa risultante è anche la sua unica proprietà, l’unica cosa che non può scambiare, la sola che davvero gli interessi. Ciò è sempre vero, ma lo è ancora di più nella nostra epoca, la più individualistica, la più narcisistica della storia. Per questo non ha senso sfuggire al confronto con le strutture letterarie radicate negli a priori della condizione moderna, quella che fa di noi degli individui contingenti gettati in un mondo, nel tempo, in mezzo agli altri. Non prendere sul serio, per una sorta di partito preso, l’io (o i personaggi, o le trame) significa non cogliere, del tutto o in parte, l’essenziale di questa condizione, che però sfugge anche a chi adotta quei dispositivi in modo ingenuo, senza comprendere che l’io, il personaggio o la trama debbono essere riscritti di continuo, acclimatati a un’epoca che sistematicamente li svuota e li tritura».

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Michele Ortore

Michele Ortore è nato a San Benedetto del Tronto nel 1987. Le sue poesie sono apparse nelle antologie di premi nazionali, fra cui i più recenti sono Poesia di strada 2010 e Il lago verde 2011, e su diverse riviste e lit-blog (ArgoLa poesia e lo spiritoPoetarum silvaNeobar; sul quotidiano La Stampa a cura di Maurizio Cucchi). Con la plaquette Corde nel vuoto è stato finalista del concorso Opera Prima di Poesia 2.0. In corso di pubblicazione, la raccolta Buonanotte occhi di Elsa (Vydia) e lo studio monografico La lingua della divulgazione astronomica oggi (Fabrizio Serra). Nel duo Eccessivamente lirici, insieme al pianista Gianluca Angelici, legge i suoi testi a Roma e nelle Marche. È giornalista pubblicista e ha scritto di teatro e poesia per AtelierKLPteatroPACUT e i Quaderni del Teatro di Roma.