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Dabar

È di qualche giorno fa la nota, diffusa tramite Facebook, di Andrea Ponso, intitolata “Perché la poesia italiana contemporanea è morente e l’ebraico è vivo. Alcuni appunti”. Le osservazioni in forma d’appunto di Ponso, che hanno scatenato una sfilza di commenti sul suo profilo, hanno una superficie intenzionalmente polemica (già a partire dal titolo: “perché la poesia italiana contemporanea è morente”…), ma propongono alcuni contenuti che possono essere valutati prescindendo – come si chiede, del resto, in alcuni commenti alla nota – dall’argomento ad hominem, ossia contra Ponso.

L’agonia – parola etimologicamente connessa alla lotta: tra la vita e la morte, in primo luogo – della poesia italiana contemporanea è ricondotta a una “resa alla ‘poetica delle cose’, una sorta di riproduzione in serie, fotografica e cronachistica, di quello che pretenziosamente si insiste a chiamare ‘reale’, o ‘vita di tutti i giorni’”. La vitalità della lingua ebraica, per contrasto, è riscontrata nella parola dabar, che non designa un generico e banalmente referenziale ‘reale’, bensì ‘la cosa stessa che viene pronunciata’ e al tempo stesso ‘la relazione di responsabilità con il suo venire all’esistenza’” (cit.).

La parola che fa accadere le cose, modificandone il contesto, viene così contrapposta alla poetica delle cose, che in esse crede fermamente e che le riproduce con un effetto di immediatezza, fenomenologicamente, eticamente e politicamente inconsapevole. La dicotomia – come si evidenzia tramite l’uso del corsivo – non può essere netta; anzi, probabilmente i due poli opposti non esistono autonomamente in quanto tali: da un lato, una parola che fa accadere le cose sarebbe intimamente e costantemente rivoluzionaria – ciò che la poesia, a livello materiale, non è, e in modo manifesto – e, d’altra parte, esistono poetiche delle cose, che, come ha ricordato qui Davide Castiglione, sono molto diverse tra loro e rifuggono i limiti di fenomenologie, etiche e posizionamenti politici ingenui.

Vi è dunque un movimento fortemente riduzionista nel sostenere questo binarismo, come svela, forse inconsapevolmente, lo stesso Ponso, quando stronca en passant “un lirismo piegato su se stesso e apparentemente disinteressato da tutto quello che è fuori dalla sua portata”. Chi segue l’attività Facebook del poeta può forse capire a quali testi e quali autori faccia riferimento Ponso, pur non menzionandoli esplicitamente. L’autore si scaglia, infatti,  in modo abbastanza generico contro “una retorica feriale e dimessa che vorrebbe assumere la statura etica dell’impegno “nel reale” ma che, in realtà, puzza di pantofole e copertine, di supermercati e famigliole medio-depresse e grige”.

Sono appunti interessanti, ma limitati a un certo tipo di poesia, ad alcuni testi e ad alcuni autori, e ciò non basta a dichiarare, enfaticamente, che tutta la poesia italiana contemporanea sia morente, neanche presumendo che “queste operazioni” siano segno di un determinato Zeitgeist, prendendo “forza proprio in un tempo come il nostro, di crisi e di tensioni lancinanti”. Nella crisi – un dato di realtà che anche a Ponso, del resto, sembra ineludibile – l’unica possibilità di mantenere lucido lo sguardo è affidata alla declinazione del verbo krinein, “distinguere”. Ma distinguere è opportuno anche nel momento della critica.

E Ponso avanza alcune altre distinzioni, per carità. Come si è visto, nella nota si mantiene una posizione fortemente critica verso quelle tensioni che si presumono etiche verso il “reale” e che invece si risolvono in un mediocre quadro di pantofole e copertine, etc. etc. Tuttavia, se qui si biasima la mediocrità, pare logico ipotizzare che il suo substrato sia la medietà: un simile attacco chiama direttamente in causa la collocazione sociale e ideologica – medio o piccolo-borghese – di chi si rifugia poi nei supermercati, sotto i plaid, etc. etc.

Questo è solo uno dei possibili sviluppi dell’argomentazione esposta nella nota, ma Ponso preferisce attaccare la mediocrità come segno della vita intellettuale dell’individuo che si presume poeta pur non essendolo. Lo stesso attacco, tuttavia, può essere sintomo di un altrettanto bieco moralismo – una tensione soi-disant etica verso l’uscita della mediocrità, che non delinea, tuttavia, un’etica o una politica che a questa mediocrità possano essere alternative – e a poco vale richiamare l’idea ascetica del “deserto” (midbar, in ebraico, imparentato con il termine già menzionato, dabar) da attraversare per giungere a una più alta consapevolezza fenomenologica, etica e politica della propria vita e della propria scrittura.

L’ascesi, in effetti, è, in origine, esercizio, ma di quale stile? Mancando ogni possibile appiglio testuale, nella nota, per capire quali sono le opere a cui Ponso faccia riferimento, la domanda resta risposta. E non è una mancanza di risposta dai contenuti zen, naturalmente. In un altro passaggio, ci si fa sberleffi della poesia “cronachistica”, ma qual è il limite oltre al quale la cronaca diventa cronachismo? Quali sono i testi che si possono definire poesia d’occasione e quali quelli che utilizzano gli stilemi della cronaca (penso al Registro dei fragili di Fabiano Alborghetti, ad esempio) per fare tutt’altro?

Un’ultima osservazione può riguardare il passaggio in cui Ponso denuncia la cristallizzazione dell’idea di realtà all’interno di una sua rappresentazione univoca come morte della realtà, analogamente all’idea unica e univoca di Dio, che ne è anche la morte. Qui il percorso non è già ascetico, bensì mistico, e una critica della mistica pare possibile solo uscendone completamente, in forma di, nomen omen, ‘demistificazione’. Inoltre, è evidente anche come il punto focale dell’argomentazione – l’idea di realtà è oggi univoca e banalmente referenziale – non regga il confronto con la pluralità delle realtà, che anche il sito “In Realtà, La Poesia” ha squadernato nei suoi vari saggi, arrivando, per esempio, al Rovescio del dolore, che è anche rovescio della realtà reale, in Luigi Socci, secondo Martina Daraio.

In conclusione, dare qui uno spazio a-critico agli appunti di Ponso, come a qualsiasi altro esempio di polemica, sembra essere in contraddizione con i principi fondanti di questo sito, che, tramite la pubblicazione di saggi brevi e in sé compiuti, si basa sul confronto diretto con il testo e sulla declinazione plurale di quella “realtà” che Ponso, e anche noi, individuiamo come doppio della crisi – a tutti i livelli – che stiamo attraversando. Se si è scelto di darne conto qui, è per i fondamenti epistemologici di tale scritto, non per i suoi risultati ascetico-mistici, che sembrano ricadere nella pubblicistica amorfa che si è diffusa nei lit-blog e certamente anche su Facebook.

Non è, dunque, un disprezzo dell’ascesi o della mistica in quanto tali a muovere questi contro-appunti, che non sono né vogliono essere contra Ponso. È la fondamentale incomprensione della mancanza di quel passaggio ulteriore che manca a questo tipo di interventi, che potrebbero essere caratterizzati da misticismo, ma anche da perbenismo etico-politico, o da anti-perbenismo etico-politico, da forme di militanza ingenue, etc. etc.

È la mancanza di risposta ad alcune domande che da questo scritto possono venire e che possono trovare ulteriore articolazione su questo sito, da parte di Ponso e di chiunque altro, nell’agone – questo, di lotta vera, militante o meno che si dichiari – del confronto serrato con il textus: la mediocrità ha una base nella medietas e questa ce l’ha in un lessico ideologico tipico della classe media? Il confronto con la, o con le, realtà è sempre viziato da una fenomenologia schiacciata sul referente e dunque banale? Qual è il limite tra la riproduzione della lingua della cronaca (o anche di altri linguaggi pervasivi della quotidianità, come quello pubblicitario) e la sua elaborazione poetica? Quale etica del poiein (o del dabar, volendo) si delinea in quei testi che non ricadono soltanto in un vuoto moralismo, privo di obiettivi? Se la crisi si risolve in un bisogno di ‘realtà’, la poesia che declina la, o le, realtà è ‘poesia critica’, o ‘poesia del pensiero’ (se poi esistono queste categorie), o può avere altri esiti formali?

Con il beneficio del dubbio, rilanciamo.

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Lorenzo Mari

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato le sillogi libere sequele (Gazebo, 2004), pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, 2007 – V premio Alessandro Tanzi) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009). È presente nelle antologie Nella borsa del viandante, a cura di Chiara de Luca (Fara, 2009) e La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi (Ladolfi, 2011). Traduce narrativa e poesia dall’inglese e dallo spagnolo: la traduzione più recente, in ordine di tempo, è la plaquette poetica di David Eloy Rodríguez Il desiderio è un ospite (L’Arca Felice, 2012).