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La domanda di partenza di questo breve intervento, che si inserisce nell’ambito delle ricerche condotte da In realtà, la poesia sulla rappresentazione in versi della realtà, è se si possa fare poesia non solo in uno stato d’emergenza (qualche vulgata artistica direbbe che non c’è altro modo), ma anche a partire dallo stato d’emergenza, come quello in cui può versare un territorio. L’interrogativo vuole però essere un grimaldello per ampliare il discorso e provare a verificare in che modo e con quali conseguenze la poesia italiana, che già tanto materiale apparentemente “impoetico” ha saputo accogliere e valorizzare nel secondo Novecento, possa rapportarsi ai rifiuti e agli scarti, sia materiali che dell’immaginario, che la realtà urbana produce e alimenta. Un lavoro enorme, che ovviamente necessita di continue verifiche sul campo, ma che vale la pena approfondire.

Per farlo, si è deciso di partire da un libro che si inserisce a pieno diritto nel periodo di grazia della poesia campana, che negli ultimi due anni ha prodotto alcune pubblicazioni sulle quali si potrà e si dovrà tornare in futuro, come per esempio Paura degli occhi di Carmen Gallo (Forlì, L’arcolaio, 2014) o La misura dello zero (Torino, Einaudi, 2015), nuovo capitolo dell’esperimento di ibridazione tra linguaggio poetico e scientifico di Bruno Galluccio. In tale contesto si collocano dunque Gli oggetti trapassati di Bernardo De Luca (Napoli, Edizioni d’if, 2014), agile opera prima di un autore dal quale è lecito attendersi presto nuovi materiali[1].

Con questo lavoro, De Luca si è classificato tra i vincitori dell’ottava e finora ultima edizione del Premio Mazzacurati-Russo. Classe 1986, studioso, tra le altre cose, di poesia novecentesca e contemporanea, il Nostro è un caso felice di «dottore in poesia [che] riesce ad essere anche poeta»[2]. Come chiarito nella Nota al testo [p. 27], questa silloge d’esordio privilegia alcune direttrici di scavo sintetizzabili nella triade «realtà urbana, esperienza vissuta, memoria». In questo intervento, si proverà a indagare più in dettaglio il rapporto dei primi due temi con le soluzioni formali adottate nel libro. In particolare, mi sembra interessante soffermarmi sul modo di rappresentazione della realtà urbana, che recupera suggestioni tutt’altro che scontate da un episodio, anche questo rievocato nella Nota, della biografia di De Luca e della sua città d’origine, Napoli.

Ritengo infatti che occorra innanzitutto porre l’accento sull’«occasione iniziale» della scrittura, la crisi dei rifiuti del 2008, la cui esperienza agisce sullo sfondo di numerose poesie, direi per lo meno fino alla dodicesima [p. 21]. Chi ne ha vissuta la fase più acuta riconoscerà facilmente i cumuli d’immondizia nel «rigurgito [che] occupa/ lo spazio sgombro» [La città all’alba…, vv. 10-11] e «le buste» al fianco delle quali scorrono corpi in processione, così come nel «fumo che ristagna nella casa» [Un fumo che ristagna…, v. 1] è riconoscibile «l’aria/ di catrame» [ivi, vv. 9-10] dei roghi tossici che avvelenarono e avvelenano tutt’ora l’area nord del napoletano. Non era scelta scontata, trattare un problema politico-ambientale attraverso la poesia per trarne poi spunti di riflessione che vanno ben al di là di quella che si sarebbe potuta limitare a essere una forma di poesia civile[3]. Se si insiste su questa situazione di partenza, non è per eccessivo attaccamento al dato storico-biografico, quanto per evidenziare come il serrato rapporto con una quotidianità emergenziale, quale fu quella del 2008 napoletano, possa fornire materiali e figure utili a una ricerca sui rapporti che l’individuo intrattiene con quanto lo circonda – la realtà urbana – e lo precede – l’esperienza e la memoria.

La prima di queste figure sono ovviamente gli oggetti trapassati che danno il titolo all’opera. Gli oggetti di De Luca non sono inventariati, essendo il loro un «elenco impossibile» [Scricchiolano le buste…, v. 9]. Se ne evocano piuttosto i resti: «materia senza/ speranza» [La città all’alba…, vv. 9-10], «carcasse» [Esperienza vissuta, v. 8], «grovigli e cumuli» [Due tempi. Il Tempo, v. 2], «oggetti magici anneriti» [Provo a modularti una fiaba…, v. 7], «cose inutilizzabili» [ivi, v. 10]. Come si vede, il trapasso avviene anche al livello lessicale. La ricchezza del reale, che si presenta nella realtà urbana sotto la forma degradata della discarica, non può che subire a sua volta una degradazione nominale. Con ciò s’intende dire che il lessico della realtà urbana, potenzialmente amplissimo, si rovescia in quello che ne connota e definisce i residui. L’eventuale ricorso all’elenco da parte del poeta è altro dalle accumulationes di “oggetti desueti” che costellano la letteratura dell’epoca capitalista[4]; si tratta, piuttosto, del dare conto di un reale che non è più neppure “desueto”, ma semplicemente resto, e che solo come tale cresce su se stesso, appropriandosi di quanto lo circonda. Vedremo a breve come questa accoglienza poetica del resto sia tratto peculiare e veramente produttivo dell’opera di De Luca.

Allo stesso modo, il paesaggio urbano subisce delle deformazioni, e anche se la parola «città» compare ben quattro volte nel libro[5], questa assume i contorni di un deserto, di una caldera fumante ove si muove un’umanità imbestialita. Una «fauna improbabile s’aggira/ disperata per le tane» [Nulle presenze…, vv. 4-5], nella quale si incontra almeno un «lemure» [Un’anima costeggia…, v. 9]. Al mondo animale possono essere ricondotte anche le già citate «carcasse», disseminate in gran numero nella città di De Luca [Esperienza vissuta, v. 8; Provo a modularti…, v. 13]. Tuttavia, la trasfigurazione dello spazio urbano che predomina è quella in luogo infernale. «Chi per le strade s’aggira è dannato/ al giorno»: lo si chiarisce sin dal primo componimento (secondo la numerazione dell’autore), al quale segue una figura di spazzino ingobbita dal lavoro che ricorda i guardiani infernali [Nulle presenze…, v. 9; ma si veda più avanti]. L’inferno viene poi esplicitamente richiamato in Due tempi. Il Tempo – «Guarda/ l’antica Gerusalemme, comincia/ qui l’inferno» [vv. 7-9] – e nel primo verso della quarta poesia: «Un’anima costeggia indifferente l’inferno» [Un’anima costeggia…, v. 1]. Nel panorama di desolazione su cui il poeta posa lo sguardo, neppure i vivi sono tali; alle spalle ci sono almeno le «impallidite vite tramontanti» di Incontro di Montale, ma qui pesa maggiormente il concetto di indifferenza, che sembra quello che lascia più sgomento il poeta. La condizione di crisi non è avvertita da chi la vive, assuefatto com’è a uno «stabile smarrimento» [ivi, v. 6] degno più di una «fauna improbabile» [ivi, v. 4] che di una comunità umana. In questo clima di indifferenza radicale, «poca cosa sembra la stupida/ […] presenza» [Scricchiolano le buste…, vv. 19-20] di chi sa di camminare, con disillusa coscienza, in una storia «che percola» [ivi, v. 13]. È l’epoca dell’ossimorico «inorganico vivente»? O è effettivamente il segno della rassegnazione alla dimensione-discarica, che «ha preso/ il sopravvento» [Un’anima costeggia…, vv. 18-19]? Di fronte a un enigma di tale portata, si comprende perché Andrea Accardi definisca questa poesia «filosofica»[6]; di sicuro ha il merito di suggerire delle questioni e di insinuare degli interrogativi nel lettore, e questo è forse il lascito maggiore di una certa linea del Novecento che ha uno dei suoi capisaldi in Fortini, l’autore su cui De Luca si è maggiormente soffermato come studioso.

Ora, al deperimento del reale e dello spazio, va aggiunto che è la stessa esperienza a subire un trapasso. «Giorni» ed «eventi» sono ugualmente avvertiti come «resti» e «diluiti» [Due tempi. Il Tempo], e poco più avanti sono i «morti» e la «memoria» a finire tra le «carcasse spente» [Provo a modularti…]. Inoltre, la condizione di trapassato riguarda anche l’uomo. È De Luca stesso a farlo dire a uno dei numerosi interlocutori anonimi che compaiono nella silloge: «siamo quei polimeri inceneriti, / non riconoscibili» [Esperienza vissuta, vv. 6-7]. Non c’è similitudine: si è realmente quei polimeri, con tutta l’«esperienza vissuta» divenuta oramai indecifrabile e inservibile. Il degrado dell’esperienza si spinge fino a rendere impossibile la modulazione di «una fiaba»:

Provo a modularti una fiaba,
scarto fogli e storie lette, udite,
ma nel fondo non trovo il repertorio
adatto, s’è bruciato al fuoco dell’infanzia.
Ne restano le teste mozze degli eroi
i corpi sparsi e ammonticchiati
gli oggetti magici anneriti.

È terribile l’incapacità di darti un mondo,
tutto ingurgita lo spazio che raccoglie
i nostri morti, le cose inutilizzabili.
Anche la nostra memoria per diritto,
dove ogni gesto è un passo alato,
si unisce alle carcasse spente.
Posso solo coprirti gli occhi, evitarti
la paura.[7]

In questa dodicesima poesia, una confessione al figlio, si lamenta la «terribile […] incapacità di dare un mondo» [Provo a modularti…, v. 8] a chi verrà dopo di noi, mondo che non va inteso solo come spazio fisico materiale (che pure, a questo punto, va ammonticchiandosi in cumuli di rifiuti) ma anche come possibilità di un avvenire, come utopia.

L’incapacità è risolta con quello che sembrerebbe un riconoscimento di sconfitta: «Posso solo coprirti gli occhi, evitarti / la paura» [ivi, vv. 14-15]. Il che è a mio avviso curioso, giacché uno dei maggiori punti di forza degli Oggetti trapassati sta proprio nell’aprire gli occhi davanti alla disgregazione del reale, accogliendo non tanto “gli oggetti”, che si sono guadagnati il loro spazio nella poesia italiana da tempo anche grazie a quel Vittorio Sereni che compare in epigrafe e che è lettura evidentemente cara all’autore, quanto “i resti”. Con questa espressione s’intende l’ultimo stadio della merce, che perduto ogni valore – d’uso e di scambio – resta come simbolo di un passato perduto, di un tra-passato.

Il lettore potrebbe chiedersi se per questa poesia non sia già tutto perduto nell’incenerimento generale. Premesso che, come si è provato a sottolineare, negli Oggetti trapassati sono posti più interrogativi che affermazioni, mi sembra che Bernardo De Luca indichi già, attraverso alcune spie formali, delle potenziali vie di fuga dalla perdita di senso del reale.

Nelle poesie è forte, per esempio, la presenza di una collettività. Si noti ad esempio il ricorrere dell’aggettivo possessivo plurale, che resiste alla corruzione dei rapporti operata dall’indifferenza: si parla de «i nostri giorni», «i nostri eventi»; «i nostri morti»; ancora, della «nostra memoria». L’evocare una collettività, che non vuol certamente dire una massa, è presupposto necessario per il dialogo.

Spia dialogica, nonché tratto caratteristico della poesia di De Luca è la presenza di lacerti di parlato, segnalati sempre dalle virgolette basse. Delle sedici poesie degli Oggetti trapassati, sette riportano almeno una citazione. Varia ovviamente la tipologia: si va dallo scambio di battute di La candela e l’amico alle secche brachilogie di Scricchiolano le buste…, con la voce che proclama «Qui si fa la storia» [v. 10] contrapposta allo sbirresco «Di qui non passi» [v. 14], in identica posizione nelle rispettive strofe – e nell’ottimismo della «figura che prevede il percorso» [v. 11] così come nella strada chiusa avrà forse agito un ricordo delle manifestazioni organizzate contro le discariche.

Ancora, nelle Ferite terrestri si dà vita a un serrato confronto con il ritratto del nonno, un botta e risposta in cui si problematizza il tema della memoria. È la memoria che «fa voli dagli oggetti dimenticati» [Le ferite terrestri, v. 13], dando loro voce. Allo stesso tempo, i ricordi di ciò che è stato «chiedono il presente» [ivi, v. 5]: è anche attraverso la memoria che questo presente può essere ancora interpretato.

Tuttavia, in ultima istanza, è forse nella stessa oggettistica trapassata che può essere rinvenuta un’alternativa all’inferno. Ci si soffermi sulla seconda strofa della poesia Nulle presenze nello spazio cavo…:

La gobba appare di uno spazzino
il rumore della scopa ridesta
foglie, tende e insegne.
Scartavetra l’asfalto, spazza croste
essiccate del giorno precedente
in un lavorio di rozza precisione:
la cicca che s’instrada nei rametti,
il sacco che spalanca fauci e bocca,
l’avambraccio che chiude la materia.
Bisogna scarnificare le strade
scartocciare la massa che opprime.[8]

La seconda strofa si concentra sul personaggio già citato dello spazzino. Evidenziano l’attenzione verso questa figura numerosi elementi stilistici, come l’allitterazione SCARtavetra-SCARnificare-SCARtocciare, così simile ai colpi di scopa dello spazzino sull’asfalto che si riverberano nei numerosi giochi fonici, come quello imperniato sulla sibilante e la dentale – «ScarTaveTra l’aSfalTo, Spazza croSTe/ eSSiccaTe» – o quello, evidente, tra essiCCAteciCCAsaCCOboCCA; ma si noti anche la resa metrica della «rozza precisione» del lavoro, con la successione di tre endecasillabi costruiti simmetricamente, fino all’identità di ictus di II-VI-VIII-X dei vv. 15-16: «la cicca che s’instrada nei rametti, / il sacco che spalanca fauci e bocca,/ l’avambraccio che chiude la materia». La poesia si conclude con un distico a base ritmica anapestica che espone il “programma d’intervento” dello spazzino: «Bisogna scarnificare le strade/ scartocciare la massa che opprime» [ivi, vv. 18-19]. Due riuscitissimi versi dai quali si può trarre una delle chiavi di lettura del libro. Si tratta infatti di «scartocciare la massa che opprime», aprire gli scarti, pur riconosciuti come quello che soffoca la strada-realtà, per svelare quanto possono dirci del mondo che ormai contribuiscono a creare.

Mi sembra che la poesia di De Luca si muova proprio in questa direzione.


[1]Di Bernardo De Luca è già leggibile Camera con occhiali, poesia non accolta ne Gli oggetti trapassati ma pubblicata nel volume collettaneo Delle coincidenze, a cura di Francesco P. de Cristofaro e Chiara De Caprio, Napoli, A est dell’equatore, 2012, pp. 451-452.

[2]Così nel 1988 Giorgio Caproni presentava Le faticose attese, libro d’esordio di un altro studioso nonché poeta, Enrico Testa; riprendo la citazione da Andrea Cortellessa, Enrico Testa, sé come un altro, in Id., La fisica del senso. Saggi e interventi su poeti italiani dal 1940 a oggi, Roma, Fazi, 2006, p. 528.

[3]Un’altra devastante situazione di degrado socio-ambientale quale quella del comune di Pignataro, nel casertano, ha ispirato il componimento La terra di lavoro di Fabio Pusterla, ora in Id., Argéman, Milano, Marcos y Marcos, 2014.

[4]Sull’argomento si veda lo studio di F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, nuova edizione, a cura di L. Pellegrini, Torino, Einaudi, 2015.

[5]Di seguito i luoghi in cui compare il termine: «La città all’alba interseca le rette» [La città all’alba…, v. 1]; «la volta satura della città» [Un’anima costeggia…, v. 4]; «le mura/ della città bianca alle spalle» [Due tempi. Il Tempo, vv. 6-7]; «città distese nella notte» [L’opposta mappa, v. 10].

[6]Andrea Accardi, L’oggetto del contendere: nota su «Gli oggetti trapassati» di Bernardo De Luca (d’if, Napoli, 2014), «Poetarum silva», 14 novembre 2014, consultabile su http://poetarumsilva.com/2014/11/14/loggetto-del-contendere-nota-su-gli-oggetti-trapassati-di-bernardo-de-luca-dif-napoli-2014/ [link verificato il 28/09/2015]. Quello di Accardi è stato uno dei primi e più attenti interventi sulla silloge deluchiana.

[7]               Gli oggetti trapassati, p. 21.

[8]Gli oggetti trapassati, p. 11.

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Giuseppe Andrea Liberti

Giuseppe Andrea Liberti (Napoli, 1992) si è laureato in Filologia Moderna all'Università degli Studi di Napoli “Federico II” con una tesi su La ragazza Carla di Elio Pagliarani. Dal 2015 svolge un dottorato di ricerca in Filologia presso la medesima università.