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Ultimamente – e forse a torto – ho maturato la convinzione secondo la quale per essere davvero contemporanei – o “assolutamente moderni”, come avrebbe detto qualcuno – il miglior modo è quello di essere post postmoderni.

Con le sue due ultime raccolte di poesia – Tà. Poesia dello spiraglio e della neve[1] e Il mio nome è Inna. Scene dal casolare rosso[2], entrambe edite da Moretti&Vitali – Ida Travi supera il postmoderno intercettando una offerta di senso “assolutamente moderna”, che origina tanto al di fuori della tradizione poetica tipicamente lirica come lontano dalla rinuncia critica del senso tipicamente antilirica, fondando ciò che in un’altra occasione ho avuto modo di definire ‘una nuova mitologia contemporanea’[3] e inaugurando il ciclo di una epica post postmoderna che narra non le lunghe gesta di grandi eroi, ma i gesti brevi di chi semplicemente è sopravvissuto.

Quel che «sembra un racconto, ma non lo è»[4], è degno delle migliori trilogie cinematografiche, ma del tutto privo di spettacolo, di effetti speciali, di trama[5]: il tempo è un «futuro remoto»; «l’area è suburbana e soprannaturale»; l’atmosfera è spettrale e postatomica, ma conserva un alto grado di familiarità; «c’è elettricità, ma si usano le candele. Il telefono non funziona più».

La terra di «Zard» è «un campo grigio», in cui pure crescono alberi e qualche ciuffo d’erba, con in mezzo «un casolare rosso». È un luogo «limitato da assi, chiuso da lenzuola» dove un inceneritore si staglia alto come una colonna d’ercole, accanto ad un cancello verde con un cartello con su scritto «vietato».

Nella terra di «Zard» «si parla, scrivere è un castigo». È tutto ridotto all’osso. Gli esseri che la abitano, i «Tolki»[6], hanno «nomi mondiali» (Olin, Attè, Inna, Antòn, Katrìn, Usov, Zet, Nikka, Sasa, Ur) e qualcosa di antico, di «arcaico». Sono archetipi, «esseri comuni: sono post (post-studenti, ex lavoratori, viandanti)». «Sono estranei e vivono come fratelli. Fanno famiglia». Soprattutto: «sono esseri di questo mondo, l’esatto contrario degli dei».

Gli abitanti di «Zard» sono esseri indifferenziati, privi di «paese» e di «età»; si possono riconoscere «dalle tute, dai grembiuli collettivi». «Portano pastrani, berretti, galosce. Hanno sempre in tasca una borraccia».

Sembrano esseri «da poco nati alla parola, vivono incollati al loro nome». «Non concludono mai il discorso e da quello che dicono si ricava ben poco». La loro lingua «è misera, è una lingua da nulla». «Ripetono sempre le stesse cose e si vergognano di una parola in più»: pronunciano «quattro parole in croce, tutto qui».

Gli abitanti della terra di «Zard» sono «in conflitto tra sé e sé e sono in conflitto tra loro». Si possono vedere ma «solo ogni tanto», scorgendoli per un attimo «inquadrati a strisce dietro lo spiraglio»: «da un lato ci sono loro e dall’altro ci siamo noi». Però: «loro chi? noi chi?».

«Vanno e vengono», «fanno cose strane»: a volte, per esempio, «se ne stanno per ore alla finestra e fissano il campo come condannati, come esiliati in casa». Sono esseri «astuti, selvatici». «Stanno in guardia». Sono «legnosi, pronti ad ardere per niente». Sono «chiusi in se stessi, ombrosi come le lettere di un alfabeto perduto». Sono «come un vetro: si può guardare attraverso il loro isolamento».

«Puri sintomi del tempo, sono intrecciati al tempo e nient’altro»: «proiettati sulla terra da qualche amore, vivono a modo loro, sperano cose così piccole che si sentono nell’aria». «Sacri e miserabili, misteriosi e semplici», «ci inquietano con la loro esistenza». «Aspettano», ma non si sa bene «cosa»; forse «lo scatto», «la parola che risveglia». Nel frattempo, vivono come sanno e come possono in un «Tà», questo luogo che è una specie di limbo, una terra di mezzo «crudele come un orologio al muro».

La Travi afferma che gli antichi greci con annunciavano la natura plurale delle cose e degli esseri del mondo: «Tà come tavolo, talamo, tasca. Tà come fine di eternità… realtà, libertà… volontà… verità, vanità, carità, carità, carità!». Tà, aggiungerei io, come “possibilità”, già che queste sono «voci spente gettate sul nostro sonno… Eppure, nel bel mezzo del sogno, il corpo si sveglierà, sarà nuovo».

La essenzialità, più che una caratteristica cercata o voluta, è una necessità intrinseca ai versi di queste due raccolte della Travi, la quale sembra assumere la funzione di intermediario, speaker di parole pronunciate da altri ed altrove che le vengono suggerite, sussurrate, tramandate. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, visto che la epopea del post-mondo di cui questi versi raccontano si compone di schegge narrative, frammenti, pezzi di un puzzle che cerca in qualche modo di ricomporsi; resti minimi che spuntano tra le macerie come rovine visibili, identificabili solo perché, un po’ più alte, si stagliano sul resto che giace ai loro piedi da mille anni.

Quelli della Travi sono versi che compongono scene spurie, prive cioè di una origine o termine noti, prive di un inizio o, comunque, di un senso inteso come direzione narrativa, orizzonte verbale, prospettiva storica. Sono versi permeati da una indeterminatezza diffusa che impedisce alla narrazione di consolidarsi in un racconto; piuttosto, essi «fanno memoria», si pongono, cioè, come deposito di una promessa di senso, materiale proto-mitico che cristallizza le parti di un discorso andato in frantumi tempi or sono trasformandole in accidentali monadi di senso cui attingere per comporre, eventualmente, una nuova storia.

Ma non è questa una pietra dello scandalo né un elemento di sorpresa: non è, infatti, la nostra l’era della fine delle grandi narrazioni? dell’esaurimento delle antiche strutture narrative?

Ciò che invece risulta sorprendente della poesia di Ida Travi è il luogo narrativo all’interno del quale i versi si dispongono e si organizzano, prendono forma. È un luogo wittgensteiniano della possibilità[7], cioè del libero arbitrio[8]; un luogo logico, ovvero lecito e, perciò, possibile, nel quale le proposizioni, avendo riconosciuto i limiti del linguaggio che le compone, si preoccupano di mostrare ciò che non possono dire[9], senza presentare il conto di alcuna assertività, alcuna finalità etica o di senso (che poi è la stessa cosa); senza alcun interesse nei confronti di una verità che, nonostante tutto, emerge prepotentemente manifestandosi come elemento costitutivo in sé di ciò che attraverso di esse viene pronunciato, acquisendo, per ciò stesso, una legittimazione. Un elemento di verità, insomma, che, essendo il senso del mondo fuori di esso[10], non lo spiega né a sé lo piega, ma lo esibisce assumendo su di sé la irrefutabilità di una constatazione, l’evidenza di un dato di fatto – e infatti

chiedete all’albero
se sa perché vive [11] 

Se questa pacifica convivenza, nei versi di Ida Travi, tra indeterminatezza e necessità non sfocia in una caotica e sterile dispersività ma, al contrario, in una offerta alternativa di senso, ciò è dovuto al lavoro di contenimento della forma.

È la forma, infatti, che organizza il materiale apparentemente di scarto, gli accidentali frammenti narrativi di cui si compongono le due raccolte qui oggetto di analisi; ed è la forma che veicola un senso, piuttosto che il contenuto designato dalle parole usate – che potrebbero essere diverse senza che ciò comporti necessariamente uno stravolgimento.

La forma di Ida Travi è quella della oralità: i suoi versi sono quelli di una poesia scritta per essere detta (scrivere nella terra di Zard è un castigo), caratterizzata da una prominente indole orale che con i modi del dire tenta di fondare i modi dell’agire, poiché senza il tramandarsi della vita e della voce, entrambe intese come gesti pieni che antecedono qualunque esercizio di coscienza, la parola si svuota e svuotandosi muore sulla pagina già morta, in silenzio, come se non fosse mai successo nulla.

Un tempo il paese era bianco
sembrava uno zucchero 

Poi la secchiata d’inchiostro
e adesso più niente, più niente.

A leggere le poesie di TÀ ci si riempie la bocca: le parole sono dense, i discorsi fluiscono pastosi in assoluto contrasto con la suggestiva evanescenza delle immagini proposte. Immagini che fanno tornare indietro al tempo neonatale in cui «si ascolta con la bocca»[12], disseminando «l’integrità concettuale della cosa in sé … nella molteplicità dei suoni e dei casi»[13]. Ed è proprio per «questa frantumazione, per questa dissoluzione dell’unità del vero, che il poeta tiene chi ascolta chiuso in un incantesimo e non lo lascia pensare»[14].

L’eliminazione di «impalcature linguistiche utili all’enunciazione di principi astratti»[15], ottenuta grazie all’utilizzo di una lingua ridotta all’osso, contribuisce alla costruzione di un discorso in cui prevalgono enunciati di fatto: in questo tipo di poesia «qualcosa si compie, qualcosa accade, fosse anche soltanto il verso stesso»[16].

Questo tipo di scrittura – capace di rinunciare alle esigenze del discorso funzionale della parola operativizzata, senza per questo assoggettare le proprie necessità espressive alle forme di un ermetismo tardonovecentesco o del manierismo neoavanguardistico – denota la spiccata volontà di allontanarsi da qualunque tipo di formalismo di un linguaggio poetico fine a se stesso che rischia di ridurre la presa di coscienza etico-politica che l’autrice vorrebbe universalizzare ad una personale lotta espressiva tema di acutissimi dibattiti critco-accademici.

I versi

Impossibile tornare al passato, impossibile
guardare al futuro

posti in esergo a riassumono in poche parole tutto lo stallo del mondo, tutto l’impasse dell’uomo.

Non avendo la poetessa alcuna pretesa oracolare

Tanto nessuno ha portato il libro
Nessuno può fare la profezia 

più che una rivelazione o un ammonimento, queste parole risuonano come la constatazione di un dato di fatto noto a tutti, divenuto a tutti gli effetti parte integrante di quella che chiunque è in grado, oggi, di riconoscere – arrendevolmente e con disarmo – come la propria condizione esistenziale. Ed è proprio intorno a questo dato di fatto che si è costruita molta della letteratura del secolo scorso e quella della decade che ci siamo appena lasciati alle spalle.

L’impressione, però, è che il razionalismo postmoderno in connubio con previsioni apocalittiche, utopie disastrose, iper-realismi catastrofici, futuri distopici e nostalgici ritorni a improbabili tempi in cui si stava meglio quando si stava peggio, non abbiano lasciato molto spazio all’esercizio della speranza, ovvero alla pratica della possibilità

non c’è un vicolo
non c’è una strada 

esci, e sei nel deserto 

ma in fondo…
guarda, là in fondo
un cedro, un cedro! 

Il decostruzionismo da un lato e, dall’altro, il moralismo critico sembrano aver riempito tutti gli spazi del linguaggio che, convertitosi necessariamente in mera retorica degli eventi, è stato privato a mano a mano di tutta la sua potenza creatrice di nuovi sensi e, dunque, di nuovi mondi. E così

È finita con la polvere nel piatto
Abbiamo alzato il tiro, e adesso ai nostri piedi
C’è la rondine morta

C’è la rondine morta, presa a fucilate
Presa a fucilate proprio a metà del volo
Come abbiamo imparato in poesia 

L’estenuante ripeterci, anno dopo anno, lo stesso monito ha fatto sì che dal paventarlo passassimo, impercettibilmente e senza soluzione di continuità, al viverlo come una specie di inesorabile profezia che si autoavvera – la prova tangibile di quanto il linguaggio possa incidere sulla nostra percezione del reale, sulla nostra costruzione della realtà.

Platone ha cacciato i Poeti dalle città un milione di volte, ormai, e non c’è rimasto più né tempo né spazio per le favole: impossibile tornare al passato, impossibile guardare al futuro. Ci restano solo le innumerevoli descrizioni, enunciazioni, analisi, astrazioni, trascendentalizzazioni, decostruzioni di un presente sempre uguale a se stesso che, sentendo così forte la pressione del futuro, si rende interminabile per poterlo contenere ed accogliere.

Il presente che ci mostra Ida Travi, al contrario, è un presente dichiarativo, intemporale, lontano, cioè, da qualunque contingenza e, dunque, forte della pienezza di un immanentismo che lo slega tanto dal passato come dal futuro, consentendogli di fungere da àncora o punto di partenza.

Nel tempo della proclamata fine delle ideologie e delle grandi narrazioni, nell’era della sparizione dei cosiddetti soggetti storici, la persona assume la irriducibilità di una monade spinoziana, un connubio di corpo e spirito che disegna una figura apparentemente troppo esile e frammentaria per sostenere il peso della Storia. Sarebbe però un errore di valutazione affrontare la questione con criteri appartenenti al passato: in un momento in cui praticamente tutte le categorie fondative della politica e del diritto sociale vengono messe radicalmente in discussione, è necessario partire dalla base, dall’esistenza cioè di un elemento di fondo che sia inalienabile, irriducibile, su cui fondare una questione antropologica attraverso cui poter leggere una dimensione della realtà al di fuori di qualunque assetto istituzionale.

In tal senso, l’operazione attraverso cui Ida Travi mitizza l’intimità di una sfera privata (la vita degli abitanti di Zard) coinvolge quell’insieme di soggetti non in una redistribuzione istituzionale di poteri che privatizzano parti di mondo, bensì in una redistribuzione di gesti e di doveri che fondano una rinnovata sfera pubblica. In tal modo, Ida Travi indica non solo che un altro mondo è possibile, ma anche che altre forme di potere e organizzazione sociale possono in esso essere srutturate partendo dalla base: la persona.

C’è chi afferma – ed io ne sono convinto – che questa non sia l’unica realtà possibile. Se ciò è vero, allora è lecito pensare che tocchi (anche) alla poesia proporne di nuove, di radicalmente nuove. Farlo è rischioso e risultano necessari molta forza e molto coraggio per sostenere il peso di tanta responsabilità: altro che poesia civile o filosofia politica, qui si sta parlando di azzerare tutto e ricominciare daccapo. Per ciò è necessario abbassare il tiro e, «per amore della verità», «rinunciare ad ogni abbellimento»

ho poche parole e m’arrangio con quelle
non voglio far torto a nessuno
non voglio incantare nessuno
volevo solo imparare dalla rondine 

Mi sembra di poter affermare che, con queste sue due raccolte, Ida Travi tenti di fare proprio questo: assumersi parte della responsabilità di offrire al mondo la possibilità di una nuova realtà, con tutti i rischi che ciò comporta

Parlo del mondo
parlo del sogno
fuori 

Lo fa proponendo ciò che, come detto in apertura, si potrebbe definire una “nuova mitologia contemporanea” che «narra ciò che in realtà non è, o non accade una volta per tutte, ma si fa, fuggevolmente diventa»[17], perché «si narra proprio quel che si cancella, cioè quel che si toglie dal reale e si trasforma in opera»[18]: deporre segni, emettere suoni, è sempre un sovrascrivere al già scritto, un sovrapporre al già detto, quindi un cancellare – fosse anche il bianco di una pagina o il silenzio di una stanza.

E infatti, quella della Travi è una mitologia che non proviene dal totalmente altro, che non è il frutto di un intromissione esterna o di un intervento divino, ma è il risultato di un processo endogamico di rigenerazione del già esistente che non rischia mai di diventare una tautologia

c’è qualcosa che ci domina
l’unica via d’uscita
è qui dentro 

La mitologia di Ida Travi è un posto reale, dove l’esperienza supera il pensiero; è quella parte di mondo rimasto ancora inesplorato «più pericoloso della terra», dove il rischio è perdersi; è un luogo del mondo «a cavallo del tempo» che

era caduto dietro l’occhio, ecco
Perché non si vedeva più! 

È una mitologia che non si fonda su un atto di fede degli uomini verso un profeta, bensì su un patto di fiducia tra esseri accomunati dalla medesima tragicità, poeticamente intesa come «il fatto di dover nascere e morire, di dovere, in questo lasso, inscrivere una storia di cui non siamo a conoscenza, se non alla fine dell’opera»[19].

Una mitologia, perciò, che non ha confini se non quelli dei margini della pagina scritta o della lunghezza d’onda della voce. Una mitologia incompleta, che è solo agli inizi, un abbozzo di innumerevoli piccole storie delle quali la Travi ci offre brevi scatch, singole sequenze, puntuali episodi di una saga, lunga come la Storia, ancora tutta da scrivere, da costruire, da vivere e raccontare. Compiti, questi, che non spettano solo al poeta ma anche e soprattutto al lettore, perché

cosa può fare la prima della fila
con questo gelo?
che riparo ha? 

Per cominciare è necessario uno scambio a fondamento di un patto di fiducia tra lettore e poetessa: ella è disposta a prestare il suo occhio

Intanto, prendi da me questo occhio
Guarda 

al lettore che offrirà l’orecchio all’ascolto

E tu dammi l’orecchio

Se si accoglie con fiducia l’invito della poetessa

Sii te stesso, per favore
Lascia stare il fantasma 

al di là di ogni pregiudizio, si produce un incantamento capace di liberarci da ogni barriera del funzionalismo retorico del pensiero «attraverso uno stato di sospensione del reale, o una forma di dissoluzione temporanea del mondo nella molteplicità dei segni»[20] che consente, almeno in quell’istante, di esperire il sollievo che deriva dal «superamento del tragico» in atto.

foto di Dino Ignani

Ma quali provviste, Olin
la merce siamo noi, siamo la merce
che può fare acquisti
Olin, te lo dico in un orecchio
e tu dammi l’orecchio
quando l’aquisto riguarda il pane, i tempi
sono prossimi alla redenzione 

Questi pochi versi di incontestabile efficacia hanno la stessa portata di un manifesto che, in risposta al contemporaneo svuotamento etico dell’ambito politico, figlio del diktat neoliberista, cercano di proteggere e preservare quel che si è salvato dalla colonizzazione del miraggio capitalista e dalla contro colonizzazione del sintomo comunitarista, attraverso l’universalità delle sue affermazioni[21].

E cosa si è salvato? La lucida consapevolezza del proprio stato, delle proprie condizioni umane, che nei versi di Ida Travi si manifesta con una concretezza e materialità così intense da sembrare il frutto di una autopercezione piuttosto che di un atto di coscienza

te lo dico per l’ultima volta, Zet
qui c’è una legge che parla chiaro 

– bisogna vivere da umani, lo capisci? 

Per questa ed altre ragioni cui accennerò di seguito, ritengo che sia sia INNA siano due raccolte poetiche profondamente politiche e, più in generale, credo di poter affermare che sia un atto profondamente politico la vita di Ida Travi nel suo insieme, fatta di piccoli gesti quotidiani che evitano il clamore; fatta di insegnamento nelle scuole e di incontri di poesia con gli studenti e con il mondo del lavoro attraverso i sindacati; fatta di  convivenza piuttosto che appartenenza ad un ambiente istituzionale o istituzionalizzato che la Travi, invece di limitarsi a criticare formalmente, usa come uno strumento a suo favore per la messa in atto di un cambiamento sostanziale, anche a costo di una totale esclusione o di una presenza periferica, sempre comunque preferibile all’assorbimento

ho visto lo scarafaggio
correva sul cucchiaio 

che importa?

[…] 

quel buio là in fondo
lo vedi? è peggio… è peggio 

era molto peggio un secolo fa
quando tiravi sera, un secolo fa
quando guardavi il soffitto
nel lucido alloggio governativo 

non avevi il cucchiaio
mangiavi da solo, dormivi da solo
nel lucido alloggio governativo 

Allo stesso modo, queste poesie sono tanto politiche quanto lontane da quella che generalmente viene considerata ‘poesia civile’: a differenza di questa, infatti, quella di Ida Travi è una poesia libera dalla retorica della critica e della denuncia e che, alla polemica accondiscendente e consolatoria delle lotte contro i mulini a vento, preferisce la problematizzazione del contesto sociopolitico dal quale essa stessa origina ed al quale appartiene e che, per ciò, non viene mai rinnegato.

È questo atteggiamento spurio allora che fa davvero la differenza: le parole di Ida Travi non sono un atto di ribellione e di rinnegamento tipico di chi crede di essere nel giusto e di avere la soluzione in tasca; al contrario, la Travi sa benissimo che la soluzione in tasca non la ha

ci dev’essere un pezzo di pane
ci dev’essere un cesto di mele
da qualche parte
ma dove, ma dove… 

e, soprattutto, sa perfettamente che – se mai ne esistesse una, visto che

non possiamo consacrare la casa, Zet
non abbiamo la campana 

non potrebbe trovarla da sola

lo vedo bene ch’è buio
è notte anche per me
non credere 

Il discorso di Ida Travi, dunque, è necessariamente pieno di incoerenze e contraddizioni, di difficoltà

questo posto mi ammala
questa sedia è mortale
voglio alzarmi 

e di speranza

è lo stesso principio del miracolo, Zet
è la fine dell’alluvione 

tutto ritorna al suo posto 

di dubbi e certezze

Io non ci credo
e se nasco di nuovo
me ne andrò 

Altro che una sedia e un bambinetto
ci deve essere modo
d’andarsene da qui 

in una parola: pieno di umanità.

Allo stesso tempo, è un discorso figlio del suo tempo, che affronta questioni come l’educazione, il lavoro, l’ambiente, le relazioni sociali, la paternità, la religione

sempre questa storia della colpa, Zet
sempre questa storia della punizione
ma guarda là in fondo, guarda
un cero, un focherello… 

con richiami chiaramente orientali a cui si devono l’economia del pensiero, il ridimensionamento delle sue derive metafisiche

hai troppo azzurro intorno alla testa
ti serve una fascia marrone
un cappello contadino 

e la chiave ecologista (nel senso etimologico della parola)

l’albero è cresciuto di notte
è cresciuto di colpo
è molto più alto dell’inceneritore 

che sottende tutto il discorso, volto ad incoraggiare il ritorno dell’uomo al posto ed alla dimensione che gli spettano

sta’ giù con la testa, dammi retta
devi fare come il sasso
devi legarti alla terra
mostrale l’occhio rosso
più da vicino, incollalo! 

Leggere o, meglio ancora, ascoltare Ida Travi non è difficile: ci si abbandona volentieri e senza diffidenza alla voce che ci chiama e che noi riconosciamo come umana, sorella e, dunque, familiare:

sono nata e nessuno m’ha detto niente
c’era questo animale dappertutto
sulle fasce, sulla croce, in fondo alle calzine 

siamo baciati dallo spirito del tempo
ci bacia sulla testa lo spirito del tempo
è così che ci pettina, ci inchina 

ognuno se ne sta
come un bicchiere
al suo posto, al suo posto
aspettando che venga
una mano 

* 

siamo come sacchi nel buio, tempestati
da piccole gocce di sangue
le stelle ci credono morti
ci guardano a lungo, attonite 

* 

dormiremo nel cesto come le noci
e passeranno i secoli 

* 

e tutto questo per sentirsi così soli
per vivere sempre così
sperduti… 

La Travi (o chi per lei attraverso la sua voce) si presenta dicendo io sono la figlia del contadino, aggiungendo subito dopo appartengo alla nostra epoca, come per evitare fraintendimenti da un lato, e dall’altro sottolineando con un gesto inclusivo (nostra) che anche noi tutti lo siamo figli del contadino, frutto dei suoi frutti e dei frutti della terra di cui ci nutriamo per vivere.

A conferma di ciò, vi è una domanda che la Travi ci pone quando ci chiede perché, pur essendo figli della terra, dalla terra abbiamo imparato così poco, come se lo avessimo dimenticato

Se è vero che sei figlio del fornaio
dimmi perché dalla farina abbiamo imparato
così poco, dimmi perché non ci voltiamo
quando passa il carretto, e ci chiama 

Inneggiare, oggi, al sentimento di appartenenza dell’essere umano alla terra fuori dei confini ideologici della retorica politica del potere, non solo rappresenta un invito rivolto a tutti al recupero delle proprie radici e della propria dimensione umana, ma identifica allo stesso tempo quella che potrebbe essere la causa delle nostre difficoltà esistenziali

che pena quell’andare in giro senza un nome
quell’andare tutti in fila, senza un nome 

 * 

è per via delle radici
è sempre così quando perdi le radici
ogni cosa lascia il suo posto
ogni cosa lascia il suo posto
e cade 

E questo stesso sentimento di appartenenza è ciò che spinge la Travi ad affermare che

non c’è dubbio, non c’è dubbio
queste cose sono qui per noi
lo schermo, il lume
sono qui per noi 

il mondo ci saluta, è Zet! 

fa cenno con la mano…
è qui per noi.

ma anche ciò che sta alla base della manifesta necessità di un ritorno alla dimensione umana a spese del pensiero astratto e delle sue derive metafisiche

hai troppo azzurro intorno alla testa
ti serve una fascia marrone
un cappello contadino 

* 

non tirare la tenda
non farlo 

il sole ti cadrà sugli occhi
sarai cieco 

tutto svanirà 

 

non vedrai più la strada
dove a testa bassa
ti aspetta il cavallo 

* 

quel chiodo è lì dall’inizio
non puoi toglierlo 

* 

sono cose dell’altro mondo, Zet
sono cose che non avrai mai
mai! 

A chi dovesse manifestare preoccupazione per il suggerito ridimensionamento dell’eccessivo impiego del pensiero nella vita umana a spese di tutto il resto, la Travi specifica da un lato che si tratta solo di un ridimensionamento e non di una eliminazione

dì solo la parola che ti salva
oppure fa’ qualcosa, pensa. 

e dall’altro incalza affermando 

cosa importa se non trovi la parola
ci sono le mani e i piedi 

versi, questi ultimi, nei quali risulta evidente non solo una implicita influenza da parte della filosofia orientale, ma anche un più esplicito richiamo all’antica filosofia e cosmologia greca, nello specifico ad Anassagora secondo il quale “l’uomo è il più sapiente di tutti i viventi perché ha le mani”.

Di conseguenza, è lecito affermare che per Ida Travi il pensiero assume un valore solo se il suo compimento avviene nell’agire, in una corrispondenza tra parola e gesto che unisce sophia e praxis in ciò che un tempo era considerata una prerogativa degli dei: la techné. Per questo:

Prima d’accendere lo schermo
va’ nell’orto
da’ un’occhio all’insalata

[…]

sono benedette le nostre schiene
il collo è benedetto, sono benedette
le nostre braccia. ma se dimentichi
se tu dimentichi… perderai la grazia 

giacché

tu metti il fiore nell’acqua
e il fiore si riprende
il fiore non sa quel che fa
ma quel che fa è meglio 

L’intero impianto teorico o ideologico (nell’accezione positiva del termine) di Ida Travi si fonda su una constatazione per nulla estranea al senso comune e che ciascuno di noi ha sicuramente fatto almeno una volta nella sua vita:

siamo andati avanti e indietro
per secoli, avanti e indietro
per secoli, convinti d’essere noi
i padroni… e adesso? 

Ecco, appunto: è adesso?

Questa è la domanda che chiunque oggi si sta ponendo – ed è già un grosso passo avanti il fatto di essere tutti d’accordo sulla questione da porsi. Il passo successivo è riuscire a trovare un equilibrio nella soluzione.

Le due raccolte di Ida Travi – TÀ e INNA – pur evitando sempre, come già accennato, di offrire soluzioni ready-made, contengono numerosi spunti di riflessione che, pur nella loro estrema semplicità, non rappresentano una lista di luoghi comuni.

Ida Travi è assolutamente consapevole del fatto che, malgrado i presunti passi in avanti compiuti dall’uomo,

è come nella grotta
come se vivessimo
ancora nella grotta 

* 

di tutto questo non resterà
che una briciola 

e che

tutto il mondo è malato
come un bambino piccolo
come un bambino senza la mamma 

* 

abbiamo preso troppi esempi e adesso
cosa sarà di noi? 

Nonostante ciò, la stessa Ida Travi afferma che

qualcosa è bene, qualcosa è male
mi senti? 

e perciò esclama

cosa fai… alzati!
dobbiamo lavorare davanti al bambino
perché veda il raggio
e impari 

e perché, in fondo

cos’altro vuoi fare, Zet…
cos’altro fa una famiglia
nelle lunghe sere d’inverno?
Piange? 

Allora, se così stanno le cose, non ci resta molta scelta: possiamo piangere nelle sere di questo nostro lungo inverno, oppure fare in modo che il bambino impari a vivere, a essere un uomo; impari a vivere come un essere umano. Cosa che di per sé sembra possedere un elevato livello di intuitività, ma solo in apparenza. In realtà è più facile di quanto non sembri essere inumano (disumano); per questo è necessario essere all’altezza

adoravano i figli senza amarli
ecco perché fa così freddo, qui
ecco perché gli abitanti di prima
non hanno lasciato traccia 

e preparare il terreno 

raccoglieremo il ferro da terra
il bambino crescerà
lontano dalla ruggine 

per proteggere chi ancora non sa cosa può diventare 

togli il bambino dai libri
è finito in mezzo i libri
vai a prenderlo 

insegnagli come si tiene la vanga
non vedi che comincia dalla fine? 

* 

sono solo zanzare, Sasa
quel che vedi non è la verità 

il sole sorgerà un’altra volta, te lo giuro
cresceranno le mele rosse. 

* 

dormi beato, Sasa, dormi qui
sotto l’occhio dell’orso 

presto fiorirà il limone
e tu ricadrai nel profumo 

le ombre se ne andranno, te lo giuro
anche Zet te lo giura, questo allarme
non sarà per sempre 

* 

copriti Sasa
ci si ammala, qui 

Tra cento anni, lo so
verranno gli angeli
verranno a salutarci
diranno siamo noi 

diranno siamo noi
siamo già stati qui
è qui che abbiamo smesso
di essere felici 

e voi invece… 

voi siete venuti in lacrime
vi siete sciolti in lacrime
vi siete consolati
coi nostri fazzoletti 

Il rischio della disumanizzazione dell’umano non è un’invenzione di Ida Travi o frutto di una delle tante teorie complottiste così di moda oggi, ma un pericolo tangibile che tutti corriamo quotidianamente, il più delle volte senza assumerci ciascuno le nostre responsabilità

tutto il vicinato inveiva
si gettava contro il nostro silenzio 

tutti alzavano la mano
con fare minaccioso
come se fosse facile
vivere ancora qui 

* 

gridava: uscite, parlate!
prendeva a pugni la porta
ma perché, dico io, che colpa
abbiamo noi? siamo forse noi
i colpevoli della sua infelicità? 

Arriverà, però, il momento in cui 

noi cadremo in ginocchio
come le viole
e allora si vedrà di chi è il torto!

*

un giorno avremo vergogna
abbasseremo la testa per la vergogna
come quando ho scordato
il giuramento, come quando di nascosto
ho bruciato la lettera 

Fino a quel momento, però, nell’attesa che arrivi quel giorno con la sua vergogna, possiamo ancora fare qualcosa. E quel che ci resta per farlo sono le mani.

Per questo 

adesso lavoriamo 

prendi la vanga! 

: scava.



[1] Tà. Poesia dello spiraglio e della neve, Moretti&Vitali, 2011. Da ora in avanti .

[2] Il mio nome è Inna. Scene dal casolare rosso, Moretti&Vitali, 2012. Da ora in avanti INNA.

[3] Ricominciare da TÀ. Per una nuova mitologia contemporanea, pubblicato su Poesia 2.0 il 29 Luglio 2011.

[4] Tutte le parti in corsivo da qui in avanti, se non altrimenti indicato, sono tratte dalle note dell’autrice che aprono le due raccolte.

[5] “per amore della verità abbiamo rinunciato ad ogni abbellimento”. Cfr. la nota dell’autrice in .

[6] “ ‘Chiamiamoci Tolki’ disse. ‘Noi siamo i Tolki’. Disse i Tolki perché ricordava l’antica parola inglese talk. Disse Tolki, i parlanti”, Cfr. la nota dell’autrice in INNA.

[7] gli eventi del futuro non possiamo arguirli dagli eventi presenti. La credenza nel nesso casuale è la superstizione. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 2012.

[8] Il libero arbitrio consiste nell’impossibilità di conoscere ora azioni future, Ibidem

[9] “Gli oggetti io li posso solo nominare. I segni ne sono i rappresentanti. Io posso solo dirne, non dirli. Una proposizione può dire solo come una cosa è, non che cosa essa è”, Ibidem.

[10] Ibidem

[11] Tutti i versi citati appartengono alle due raccolte oggetto di analisi.

[12] Ida Travi, L’aspetto orale della poesia, Moretti&Vitali, 2007.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] Ibidem.

[16] Ibidem.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem

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Luigi Bosco, pugliese, classe 1982. Dopo la Laurea in Psicologia ottenuta presso l’Università degli Studi di Bologna, ha vissuto a New York, Boston e Londra. Attualmente risiede a Madrid dove lavora, cercando nel frattempo di dottorarsi in Psicoanalisi e Filosofia della cultura senza grossi successi. Nel 2010 ha fondato Poesia 2.0. Scrive e, soprattutto, legge, senza pretese.