[Abbiamo ponderato a lungo se, e con quali premesse, pubblicare l’intervento di Ileana Zanette qui sotto. Non certo per la qualità e l’attinenza ai programmi del sito, ma per il fatto che, per la prima volta su questo spazio, l’autore analizzato è del tutto inedito. Questo ha creato qualche dubbio per coerenza complessiva del progetto, poiché solitamente sono stati presentati autori canonizzati o comunque già affermati. Poi però ci siamo convinti che la critica debba rispondere solo a se stessa e al pubblico dei propri lettori, e che anzi l’attenzione verso voci nuove è essenziale. Il timore più sostanzioso che avevamo, tuttavia, era quello di una qualche potenziale pressione o richiesta da parte dell’autore nei confronti del critico. Non voleva, da parte nostra, esserci malafede, solo la difesa di un principio, ovvero l’assicurare che la lotta a queste forme promozionali di critica fosse trasparente, onde evitare di cadere in ciò che deprechiamo a livello di linea editoriale. Ileana è stata molto comprensiva di fronte a questi dubbi, e la premessa che ha aggiunto alla sua analisi in seguito alla nostra richiesta testimonia l’indipendenza del suo atto critico, permettendoci anche di contestualizzarne l’origine, la spinta iniziale. I coordinatori.]

Un paese

attornato dalle montagne il paese non mio
è un’aspra culla, divisa a metà tra chi
non lo ama e chi non lo ha mai amato;

cementificato, asfaltato, appaltato
da surgelati e da mattoni vuoti. vedo
ruderi violati, fabbriche con vetri infranti,

angoli deserti senza più palloni e senza
nastri, ma sono i palloni e nastri
che non ho mai veduto, mai sfiorato.

chiamo un albero di cui non conosco il nome
guardo gli animali senza identità
annuso i fili d’erba ma dov’è la terra madre?

attornato da parcheggi e lotterie di natale
il paese non più mio non è mai esistito.
il mio unico mondo s’è ratrappito.

girano, girano gli abitanti i colonizzatori
o meglio: i colonizzati. sembra tutto
ormai perduto, destinato al silenzio.

eppure questa è mia madre anche se
poco mi ha cullato; questa è mia
madre che poco mi ha consolato.

Premessa

Luca Barbirati è sempre in prima fila, appunta poche informazioni sul quaderno, non ripete mai pedissequamente quanto è stato detto, indaga con lo sguardo, sfida con le domande. Barbirati è l’alunno per cui un insegnante entra in classe ogni mattina.
Così ci siamo incontrati:  sui banchi di scuola. Sono stata sua docente di italiano per  un  anno, al termine del quale è rimasta l’amarezza per una scelta universitaria non condivisa,  un libro autopubblicato ricevuto in dono e qualche poesia scarabocchiata su un foglio – in calce un indirizzo email.
Ecco perché a distanza di tempo, quando, spulciando in una libreria locale mi sono imbattuta in un suo libello dal titolo “Il mare del mio esistere”, ho colto  l’occasione per riprendere un dialogo interrotto.
Ne è scaturita una fitta corrispondenza su temi prevalentemente letterari. Per dare risposta ad un suo dubbio – il tarlo assillante dell’incomunicabilità, la sensazione cocente di non riuscire a condensare il pensiero in parola poetica – è nata questa analisi testuale. Il commento a “Un paese” germina quindi nell’ambito di un colloquio quotidiano autore – lettore e rappresenta forse una di quelle poche occasioni e  fortunate circostanze in cui a chi legge è dato interrogare chi scrive e viceversa.
Perché questo giovane autore tra tutti? Perché questo testo tra tutti?
Potrei rispondere che è rappresentativo della generazione dei ventenni  oppure che non incarna affatto la percezione del reale del ventenne medio.  In realtà, per dirla con Borges, perché  “gli autori, i testi che prediligo sono quelli che non ho mai letto ma che sono in me”. Essi dialogano con archetipi, creano una forma universale del pensiero.

UN PAESE

Collocata in apertura a “Il mare del mio esistere”, “Un paese” costituisce una sorta di leitmotiv, una trama di senso che anticipa temi e motivi di una ricerca, personale e poetica, condensata nella parola.

Il testo, che può essere inteso come una rivisitazione de “I Fiumi” di ungarettiana memoria, tenta una definizione dell’io e dell’identità personale a partire dall’analisi dello spazio-tempo, endiadi che fonda la base esperenziale dell’umano.
Il raggiungimento dell’età cosciente reca con sé il bisogno di collocare -definire se stessi in rapporto alla propria esperienza storico-culturale; ma se in Ungaretti il punto d’approdo è, come sostiene l’autore, una carta d’identità in cui i dati anagrafici dell’anima sono inscritti “nel” e dettati “dal” vissuto, qui il punto d’arrivo è piuttosto una (meta)fisica negativa. L’io sfugge al tentativo della definizione, appare incapace di riconoscersi nell’esistenza, di conciliare i termini della proporzione io-tu, io-mondo, esistenza –essenza.

L’io lirico tenta un autoriconoscimento in rapporto ai dati sensoriali ed esperienziali: in primo luogo procede ad un raffronto io-paese all’interno della dimensione temporale del presente, poi estende la propria ricerca proiettandola diacronicamente nel passato.
Ne emerge una opposizione presente-passato: il primo termine del vissuto si configura con tratti negativi, in netta valenza antitetica alla dimensione del passato, che appare caratterizzata da gioiosità e vitalità. Ad un ‘indagine più approfondita, però, la valenza idillica del passato si rivela illusoria – ha valore solo all’interno di un’ esperienza “onirica”.
L’io è irrimediabilmente escluso dallo spazio- tempo, dal presente perché negativo, dal passato perché illusorio-inconsistente.

Il percorso conoscitivo può essere così schematizzato:

 

PRESENTE (-, morte)

aspra culla
cementificato
asfaltato
appaltato da surgelati
mattoni vuoti
ruderi violati
fabbriche
angoli deserti

VS. PASSATO (+, vita)palloni
nastri
MA mai veduto

Illusione

La rivelazione proietta nuovamente il soggetto nella sua possibilità temporale ma, ancora una volta, l’agnizione è negata: egli non sa definire l’essenza intima di ciò di cui fa esperienza. Il mondo, così come l’io, appare destituito di senso, ripiegato dolorosamente in se stesso.

Constatata l’impossibilità del riconoscimento del sè nei dati oggettivi e materiali, l’io intesse un dialogo con gli altri esseri viventi ma neppure il confronto con essi sembra indicare la via e fornire conforto: se l’io è “rattrappito”, ripiegato dolorosamente in se stesso, gli abitanti “girano”, girano a vuoto, da soggetti senzienti (colonizzatori) sono ridotti ad oggetti (colonizzati) del reale.
L’iterazione ateleologica dell’azione mette in evidenza il non-senso dell’esistenza. L’iter è circolare e riconduce dolorosamente alle posizioni di partenza.
In sottofondo è rievocata l’immagine montaliana de “l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico e l’ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro”. Il tu  appare indifferente alla possibilità di essere soggetto del proprio agire. L’io vi anela  ma il suo sforzo, lungi dal condurlo ad un risultato, lo condanna all’autoesclusione.
La consapevolezza che genera angoscia è, in ultima analisi, l’unico dato che fonda la dicotomia io-tu.

A livello retorico si evidenziano l’uso prevalente dell’anafora, dell’elencazione per asindeto e dell’ossimoro-antitesi: il ritorno ossessivo di alcune voci (non conosco, mai…) suggerisce l’angosciante bisogno di risposta destinato a rimanere evaso, la frustrazione dell’io dinanzi ai limiti del linguaggio e all’impenetrabilità del kosmos: l’esperienza sensoriale (guardo, annuso, tocco) appare ontologicamente costretta entro i limiti che le sono propri, incapace di tradursi in conoscenza. La fysis non conduce ad alcuna gnosis.
L’elencazione per asindeto (cementificato, asfaltato, appaltato…/ruderi violati, fabbriche con vetri infranti, angoli deserti) rende conto della complessità del reale che soverchia le possibilità di comprensione dell’io schiacciandolo nella dimensione del finito e della solitudine. L’asindeto ben evidenzia l’incapacità dell’io di individuare un fil rouge che congiunga i dati, un filo di Arianna che funga da bussola nel percorso labirintico dell’esperienza.
L’ossimoro e l’antitesi (aspra culla, mia madre – poco mi ha cullato/poco mi ha consolato) rimandano alla natura alogica e irrazionale del reale che non può essere ricondotto ad un’unità armonica.
In ultima istanza il tutto è funzionale ad evidenziare  l’insanabile frattura io-tu, io-mondo.

L’inevitabile conclusione non può essere che la negazione del socratico gnosi seauton: l’esperienza del mondo non conduce alla scoperta del sé. La gnosis  è negata.
Eppure l’io non sa rassegnarsi : nella strofa finale si abbandona alla percezione primordiale –  e forse illusoria –  di appartenere, nonostante tutto, a quel mondo da cui la logica lo esclude. E, titanicamente,  riprende la via della ricerca nella consapevolezza della sconfitta che lo attende.

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Da qualche tempo ormai si palesa, in rete e altrove, l’esigenza di far dialogare la poesia con quella che – in mancanza di termini più precisi – chiamiamo “realtà”.È un’esigenza che ha già trovato e sta trovando ottimi canali sul web; tuttavia, noi vorremmo interrogarla da un angolo particolare, vale a dire tematizzando il binomio “poesia e realtà” nel suo intrecciarsi fitto a partire dai testi e dalle opere, rilanciando la pratica del close reading e dell’analisi testuale.I testi – compresi i macrotesti delle opere – sono infatti i grandi assenti del dibattito contemporaneo sulla poesia, dove prevalgano di gran lunga notazioni di cultura, editoria, costume letterario, spesso con un focusprimo sulla persona dell’autore anziché sulla propria scrittura (o scritture). Lungi dall’essere un ritorno a paradigmi formalizzanti, l’approccio qui proposto considera i testi e le opere al tempo stesso tanto come prodotti – diretti o indiretti – di una data situazione storica, sociale e individuale, quanto come strumenti per interpretare o cercare di comprendere la realtà in cui si collocano e/o a cui fanno riferimento. Con In realtà, la poesia non vogliamo canonizzare il contemporaneo, né privilegiare una forma di poesia o poetica o una interpretazione di realtà che ne escluda e discrimini altre.Ci piace pensare a questo progetto come a una convergenza di sguardi e sensibilità diverse, in grado di recepire la poesia come uno strumento interpretativo della realtà alternativo ai paradigmi ed al discorso dominanti, restituendole dignità e credibilità.

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